Opinioni di Marcella Laudicina sulla silloge poetica di Tommaso Romano “L’airone celeste” (Ed. All’Insegna dell’Ippogrifo)

Questo mio scritto che riguarda la silloge poetica di Tommaso Romano dal titolo “L’airone celeste”, non ambisce ad essere considerato un esaustivo giudizio critico. Piuttosto queste mie parole sono da considerarsi soltanto opinioni personali estemporanee, non declamate, ma appena sussurrate.
L’attesa che l’assenza divenga sostanza, è la nota dominante della silloge. Il poeta attende “briciole di felicità serena”, “un segno che non arriva”, “una rinascenza d’anima”. La sua è poesia sofferta, autentica, specchio dell’anima.
Nell’attesa, consolazioni del poeta sono la poesia-talismano, la natura, la musica e le “sacre, care, piccole, nobili cose, amorosamente raccolte” nella “stanza proibita” ai più, da contemplare/ insieme solo a chi lo merita/ ai nostri occhi egotici.
Poesia trasognata, scritta quasi in trance è la poesia di Romano, che ci disvela un travaglio d’anima, il toccante lieve delirio della madre, che invoca il marito morto, come se fosse vivo, i vibranti acquerelli di spazi naturali e antichi paesaggi, cari alla memoria.
A dissipare l’intrico della mente e del cuore del poeta, ecco giungere “inaspettato”, l’Airone celeste, il libero Airone, simbolo antico dell’immortalità, ponte tra umano e divino, avente in sé Amore, Bellezza, perfetta Armonia.
Questa visione ha il potere di liberare temporaneamente il poeta dai lacci della “marmorea ragione” svelandogli che il sacro, il divino è già tra noi (come affermato dall’amata poetessa Cristina Campo).
Il poeta stesso, per un attimo, sembra trasfigurarsi nel libero, celeste Airone, totalmente immerso nella cerulea luce di un’insperata felicità raggiunta.

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