CERCHI ASCENSIONALI di Francesca Luzzio

      I cerchi ascensionali sono metafora del cammino esistenziale della nostra poetessa, la quale, al di là della semplice quotidianità, guarda al proprio vissuto, sia come tempo trascorso, della memoria, sia come esperienza vissuta, (nel senso dell’Erlebnis diltheyano) che le consente di valutare il passato in vista di un progredire, di un futuro, che sia, secondo i suoi desideri e le sue aspettative, una svolta positiva rispetto al presente storico, al vivere precario nel tempo della povertà, di hölderliniana memoria, un tempo sempre più povero a causa della dissipazione dei valori tradizionali, per il degrado dei costumi morali e sociali, per la crisi profonda che attanaglia la società a livello mondiale.  Allora il cammino di Francesca Luzzio: di conoscenza, di relazioni interpersonali, affettive, di vita pratica, attiva, nonché di fede e di elevazione poetica, è un’esperienza  che non riguarda la sola dimensione soggettiva; che non è isolamento, aspirazione autoreferenziale a migliorarsi, ma è riferibile all’intero consesso umano, collegata alla storia, che è la vita dell’uomo, dello spirito e, dunque, coscienza storica, che, di fronte alla deriva della società, di cui siamo oggi testimoni, s’interroga sulla finitudine, sul destino escatologico, che riguarda l’uomo, l’umanità, l’universo. Da qui l’esigenza di fondare e pro-muovere il cammino sull’esperienza vissuta, nella tensione e nella ricerca di una condizione esistenziale in linea con la spiritualità oggettiva, che soddisfi e realizzi, cioè,  i nobili sentimenti del bello, del buono, del vero capaci di schiudere nuove prospettive, una realtà nuova per il mondo. Il richiamo della Luzzio all’interiorità, implicito, ma che la poesia, avvertita e vissuta come sentimento, rende palese, va nella direzione indicata da Dilthey. L’esperienza non può restare legata alla dimensione razionale, deve tenere conto della volontà e del sentimento, che per la Nostra è quello poetico, legato alla bellezza e che deve accomunare gli uomini. La vita è, soprattutto,  vita dello spirito, il quale deve regnare sulle attrazioni rappresentate dagli interessi economici, politici, materiali, che distraggono dalla forza creatrice. La riflessione teleologica sul mondo non può prescindere dal legame con l’esperienza, che, connettendo vita e storia, ci consente di pervenire alla comprensione del mondo e a indirizzare meglio le nostre azioni per un cammino che volga al cambiamento radicale, alla conquista di un senso che appartenga non al singolo individuo ma all’“uomo storico”. L’interiorità può operare la trasformazione, perché nella profondità dello spirito si rivive e rivaluta il mondo che i sensi tengono fuori rendendocelo “estraneo”. In quest’ottica, entro questa visione della vita e del mondo, dettata e sostenuta dal sentimento poetico, si squadernano e trovano sviluppo coerente e unitario i versi e i contenuti della silloge di Francesca Luzzio. La vita, dunque, soggettiva e oggettiva, quella della  poetessa e quella che afferisce alla condizione esistenziale dell’uomo e del mondo, è il tema centrale e il filo rosso che lega insieme i vari aspetti che costituiscono le tappe del cammino ascensionale raffigurato dai quattro cerchi. L’ascesa, già esplicita nel titolo e nel disegno della copertina, dove lo sguardo della donna incontra la luce senza che si volga alla sorgente luminosa, è, palesemente, questa visione interiore: ricerca e aspirazione a un ‘paradiso’ terreno, non dantesco, che sia espressione di un nuovo stadio esistenziale, della conquista della salvezza dell’uomo attraverso l’amore e la fede, necessari per il rinnovamento spirituale, affinché gli uomini siano figli degni del Signore, “Nuovi figli di core”, “baluardi” dell’amore divino. Nella riscrittura del Salmo 48, l’accesso al regno della luce divina è un canto e una preghiera corale, un’esaltazione del Signore, della quale la Luzzio fa partecipi gli uomini. Ed è l’abbandono nelle braccia del Cristo risorto, la speranza nella “trasumanazione” e nella comunione con la divinità. Nel testo che segue e chiude la silloge, gli uomini sono restituiti alla triste realtà, ma la nostra poetessa, immaginando di essere al cospetto del Signore, lo supplica di essere indulgente con loro: “e ti chiedo di far suonare / agli angeli i tuoi tamburi, / di solito forieri / di misericordia e pietà”. E il Signore, a lei che è tornata “nella terra e nel tempo”, lascia avvertire la sua presenza in “un sorridente raggio di sole”.

Francesca è la novella Beatrice che, idealmente, ma anche sostenuta dalla fede, si fa mediatrice della salvezza non di un solo uomo, ma dell’umanità intera, nulla chiedendo espressamente per sé stessa. L’ultimo cerchio ci rimanda agli inizi del cammino, al primo testo della silloge, dove il sentimento del tempo, inevitabilmente in fuga con la vita, si traduce nell’urgenza improrogabile, indifferibile della salvezza, implicitamente presente nella metafora dello “spolverare / la stasi  temporale” e cioè di porre fine all’inazione, all’inerzia dell’uomo, alla paralisi spirituale e al progressivo degrado della coscienza civile e morale che hanno determinato la grave crisi della società mondiale. “Spolverare”, dunque, è questo bisogno impellente di cambiare, di dare una svolta alle azioni umane nella piena coscienza che è giunto ormai il tempo di edificare, di costruire un mondo migliore.  Pesa questa spessa patina di polvere nel primo cerchio, che possiamo definire del tempo e della vita che tra-scorrono uguali nella loro inarrestabile fuga, senza che nulla di nuovo accada; dove il desiderio di un “raggio di sole” che illumini, squarci la coltre degli affanni e ne rallenti la“corsa” infernale, è solo una “tangente felicità” che “lambisce, / ma non tocca mai!” Perché molti sono qui i sentimenti negativi, chiamati esplicitamente con il loro nome nei titoli e presenti nei testi. Essi sono: incomunicabilità, solitudine, stanchezza, ingratitudine, delusione, apatia, angoscia, paura, ansia, amarezza, smarrimento e perplessità: questi ultimi, avvertiti di fronte alla follia degli uomini, che subiscono i condizionamenti e le regole imposte dalla società; che ingabbiano la loro vita dentro una forma; che occultano la loro identità dietro le maschere che indossano in una perenne carnevalata. Con questa riflessione pirandelliana si chiude il primo cerchio, e il passaggio al secondo è una fuga da questa amara realtà, un rifugio negli affetti familiari. La Luzzio si concede delle soste nei luoghi della memoria stabilendo un contatto con i cari estinti. Ed è un tr-ascendere, un trasumanare, una “evaporazione esistenziale”: un titolo questo che riassume ed esplicita i contenuti del cerchio e prepara, anticipa il senso del cammino, l’ascesa ideale e fideistica alla dimora celeste, dove, come abbiamo già anticipato, ella scioglierà il suo canto innalzandolo a salmo, a fervente preghiera di salvezza per l’umanità. Il terzo cerchio è il passo decisivo che consentirà alla Nostra di dare una svolta al cammino e stabilire il “contatto” con la divinità. Ancora una volta è nello spazio dell’interiorità, nel ripiegarsi su sé stessa e nell’interrogarsi, che matura il frutto della sua ricerca. Qui, alta è la domanda sulla possibilità di salvezza tramite la poesia. Perché qui, in questo spazio, la poesia ha la sua naturale dimora e può rispondere attraverso la voce dei poeti, può mediare tra l’umano e il divino e opporsi alla dura realtà che però non nasconde i suoi limiti, perché difficile e impari sembra la sua lotta contro gli accadimenti tragici del mondo, per risollevare gli uomini dalla loro condizione infelice, incapaci di aprirsi al prossimo, di fare valere la loro spiritualità e praticare l’alta dottrina di Cristo. Dalla presa di coscienza dell’ambigua natura umana, del duplice modo dell’uomo di essere, al tempo stesso, “Angelo e demonio”; dal “Buio fitto”, dallo smarrimento e dal senso d’ “impotenza” si leva la domanda della Luzzio: “La poesia è nel mondo?”. A rispondere ella chiama Mario Luzi, poeta, certamente, a lei molto caro e così vicino che non possiamo lasciare passare inosservata la somiglianza tra i due cognomi. La vicinanza è data, soprattutto, dal fatto che la Luzzio vive il medesimo conflitto del suo amato poeta: lo slancio verso il sublime e le scelte e i condizionamenti del quotidiano vivere. Ma ella sa, ha la certezza che solo a un’anima nobile può essere concesso di stare al cospetto della divinità. E Luzi ha sempre dimostrato in vita una grande umiltà d’animo. Egli ha fatto della poesia il proprio cavallo di battaglia contro i mali del mondo e l’insensatezza del vivere e ha improntato sul cristianesimo la propria ideologia. Ciò induce la nostra poetessa a immaginare che egli sia asceso alla celeste dimora e che, avendo conosciuto “ormai il mistero”, sia in grado di rispondere se “è proprio questa / la Poesia che Dio pose / nelle cose?”. Nella domanda è implicita la risposta, che non può essere positiva. La Poesia non può essere questa che conosciamo, che pure ha cittadinanza nel mondo. Perché la Poesia, quella vera, se fosse presente, non potrebbe convivere con il dolore, né arretrare di fronte a tanta tragedia; spazzerebbe via la sofferenza e l’uomo cesserebbe di interrogarsi sul “senso di tanto soffrire”, sul mistero della vita e del mondo. Perché essa è il mistero che “custodisce” la verità imperscrutabile e la sua rivelazione sarebbe la salvezza per l’uomo.

       Fievole, ma mai abbandonata, è la speranza nel cambiamento (“Chissà…chissà / se a poco a poco / il mondo cambierà!”) e che la poesia, il “surrogato” di quella vera, autentica, assoluta, sia la luce posta a segnare il difficile cammino di “questo mondo che va / verso l’abisso della nullità”. L’uomo non ha dimenticato il passato, dal quale non ha ricevuto insegnamento; la memoria dei campi di sterminio, dei forni crematori, di Auschwitz è viva perché è rinnovata dal presente, dalla storia che si ripete col suo carico di violenze, di odio, di discriminazione razziale, di nuove ghettizzazioni, cui si aggiungono i femminicidi, il disprezzo e l’indifferenza verso i nuovi emigranti, le guerre e i nuovi crimini contro l’umanità che appestano l’intero pianeta minacciando una pace in dissolvenza, sempre più fantasma e ridotta a un semplice nome, a “un sema”, svuotato del suo valore, del suo nobile significato. È in questo terzo cerchio, che possiamo paragonare a un girone infernale e che descrive l’abisso in cui l’umanità sembra sprofondare, che si avverte tutto il disagio della nostra poetessa. La sua anima è “piena di dolore, / paura, / angoscia, / terrore / inesprimibili a parole”, e forte, insostenibile è il suo timore che non ci sia più speranza di salvezza. Ed è qui, in questo caos, che governa il mondo e riduce a deserto l’interiorità e la coscienza umana, che, contro la “nera afasia”, prende corpo, nella nostra poetessa, il desiderio di una ritrovata armonia fra gli uomini, frutto di una rinnovata spiritualità. Perché, per dirla con Nietzsche, «bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante». Qui, dunque, è la svolta; qui si prefigura l’ascesa al Signore, qui il cammino della Luzzio, che è il cammino ideale di tutta l’umanità, volge verso quel “sorridente raggio di sole” con cui si chiude l’ultimo cerchio e che, come per Dante, è un salire e un uscir fuori  «a riveder le stelle».

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