Arte fantastica e arte del fantastico

Inutile menare il can per l’aia. L’Arte Fantastica esiste da quando esiste l’Arte anche se possiamo senza dubbio ritenere che l’Illustrazione Fantastica, così come noi oggi siamo soliti intenderla, sia cominciata a opera della Confraternita Preraffaellita nell’Età Vittoriana e quindi affermare che l’Arte Fantasy contemporanea sia sicuramente un’arte molto giovane, ma nel contempo tanto antica da essere coeva in spirito al sogno prima classico e poi medievale. Ai nostri giorni spesso accusati di barbarie intellettuale essa è, paradossalmente, la sola forma artistica in grado di rappresentare i miti, gli eroi e i simboli delle più alte aspirazioni alle quali l’uomo dovrebbe tendere.
L’Arte stessa tuttavia, per sua essenza e natura è fantastica, sia essa sacra o profana, pagana o cristiana, antica, medievale, barocca o contemporanea. Il Fantastico è una componente fondamentale dell’Arte. Guardate le miniature medievali, le statue degli dei greci, i dipinti del Rinascimento o un quadro simbolista dell’Ottocento sono alle rutilanti immagini fantasy del secolo scorso. Guardate le opere di Luigi Serafini e il suo Codex Seraphinianus edito per Franco Maria Ricci… non è un’opera d’Arte Fantastica la sua? 
E Tullio Crali e Alberto Savinio? Klimt e Gustave Moreau? Superfluo dirvi di William Morris e Burne Jones e di tutta la Pre-raphelite Brotherhood…
Eppure ad un certo punto, in Italia, in un ben preciso momento che è collocabile storicamente alla fine del Novecento, proprio nel paese che maggiormente dopo Inghilterra e Stati Uniti ha dato più lustro all’Illustrazione di genere fantastico, qualcosa s’interrompe. Insomma “chi ha ucciso l’Arte Fantastica” e la sua applicazione editoriale? Molti, troppi sono i colpevoli, non tutti inconsapevoli e al tempo stesso non sempre consci dell’immane danno che essi – o i loro accoliti - hanno perpetrato al mondo dell’Arte. 
Se esiste ancora – e io sono sicuro che sia così – qualcuno che faccia validamente Arte Fantastica in Italia, questi non va certo cercato nelle sin troppo prosperose fila di “illustratori” di genere, più o meno noti, più o meno affermati; ma piuttosto celato e in disparte tra qualche giovane che ancora abbia consapevolezza che ars sine scientia nihil e conosca quindi non solamente le tecniche – parlo di tecniche artistiche vere, reali, non di quelle digitali – ma anche i Grandi Maestri del passato. 
Non si può fare Arte fantastica, né Illustrazione, se non si conoscono Lorenzo Lotto o Giorgione o Paolo Uccello o Lucas Cranach. Non bastano né i Fratelli Hildebrandt né Frank Frazetta, ma di certo non è assolutamente sufficiente conoscere soltanto i manuali illustrati dei role play. Troppo poco, lasciatemelo dire e fatevene una ragione. 
Una pletora di buoni – a volte eccellenti artisti – in questo paese è stata sacrificata sull’altare del “comodo, poco costoso e privo d’anima e di qualsiasi pensiero”. Eccovi allora campeggiare sulle copertine anche di riviste affermate da decenni o di collane editoriali, immagini stereotipate e plastificate tutte uguali: se è “Fantascienza” tanto è sufficiente vi sia una città futuribile con un’astronave, se è invece è “Fantasy” ci vuole un drago e una ragazza vestita di pelle con in pugno una spada strana. Horror? Schiaffaci un mostro orribile in bella vista e alla faccia ogni suggestione di mistero. Il lettore è preso per il naso – o per qualsiasi altra sua parte corporea – e trattato come un ebete incapace di comprendere, presentandogli tutta una serie d’immagini preconfezionate da hard discount dell’Arte. Tavole da poco prezzo e di nessun valore artistico, destinate a svanire nel nulla dal quale provengono, dopo poche settimane. 
Cos’è cambiato allora?
Per un uomo della Grecia classica o per un pellegrino di Canterbury, l’esistenza di animali fantastici, per fare un’esemplificazione, era assolutamente normale, certa e coesistente con la sua propria realtà, anche se questi non aveva mai visto né un unicorno, né una chimera. In società fortemente caratterizzate dal Mito e dalla Religione, come quelle dei secoli trascorsi, il limite tra il Sacro e il Meraviglioso era estremamente tenue.
Non a caso i nostri avi identificavano il Meraviglioso con il termine monstruum - da cui l’attuale “mostro” - che non aveva una connotazione estetica, in quanto indicante semplicemente il prodigio, la meraviglia. Questa raffigurazione diviene pertanto usuale come nella tavola con San Giorgio e il drago di Paolo Uccello o l’Arcangelo Gabriele nell’Annunciazione di Simone Martini. La meraviglia è dunque ancora parte integrante e non secondaria di una cultura o società tradizionale quali sono quelle preindustriali. 
Noi tutti inoltre, sovente utilizziamo i termini “fantasia” e “immaginazione” come se fossero sostituibili l’uno all’altro senza mutare il senso profondo della frase. In realtà così non è.
Fantasia ha la sua radice etimologica in “fantasma” o fantasima (come lo usa il Boccaccio), e da qui la sua aggettivazione in fantastico, fantasioso, fantasmagorico, eccetera, nei loro più diversi significati. Potremmo allora dire con un pensiero ardito che la fantasia è la capacità di creare sì, ma creare fantasmi - o fantasime se più vi piace -, dunque parvenze che potrebbero essere contingenti proiezioni della psiche e quindi non esistere di reale vita sovrannaturale.
Al contrario l’immaginazione porta in sé la radice stessa di imago e questa a sua volta di magus, i magi dell’antica Persia, i Re Magi e dunque della magia stessa che è operatrice di meraviglie. La magia, intesa nel suo senso più alto e nobile, è pertanto creatrice e crea immagini vere, non fantasmi.
Vittore Carpaccio per esempio, conscio di ciò che si cela dietro il dipinto, ha posto in una delle sue opere un cartiglio che reca la sua firma latina Victor Carpatius Fingebat. Fingebat, badate bene, non Pingebat. Egli ben sapeva che l’artista crea, inventa, e dunque finge mentre dipinge.
Il Cristianesimo, contrariamente a quanto avverrà in alcune parti del vicino Oriente, dopo un breve scontro sul campo, opta per il mantenimento dell’immagine dipinta - e scolpita - lasciando quella squisitamente aniconica alle sue grandi sorelle del Mediterraneo. L’arte cristiana riceve quindi l’eredità greca e latina, ma insieme con essa anche quella nordica, celtica in particolare, contribuendo così a quel momento di gran luce intellettuale che sarà il nostro Medio Evo.
L’arte allora era ancora mezzo privilegiato per la rappresentazione di realtà ultrasensibili o metafisiche e l’uomo ha sempre usato segni per esprimere concetti. Il testo scritto è spesso stato abbellito, arricchito, illuminato da immagini: questo già sui libri dell’antica Roma e poi sui codici del tempo seguente, sino all’introduzione dei torchi da stampa. È però con la figura del miniatore medievale che nasce e si costituisce quella particola forma di arte applicata che è l’illustrazione. Illustrare infatti, è definibile etimologicamente come “dare lustro”, porre in risalto, mettere in luce, da cui illuminare, rendere illustre. Così facendo, nell’Età di mezzo, aumentano di pregio i volumi gravati in porpora e oro delle abbazie, delle università, dei signori e dei sapienti. L’assenza di stampa rende necessario e di gran costo l’introduzione di disegni a corollario di un testo e i maestri miniatori diventano veri e propri tesori culturali loro stessi, come avviene anche in Oriente con i calligrafi arabi e i pittori zen.
Il gioco dell’intelletto e della mano del miniatore diviene fondamentale quindi nel propagare concetti e immagini, quanto e quasi più della parola scritta. L’immagine è simbolo e dunque parla sempre in modo diretto e non verbale, non ha la necessità della mediazione dell’apprendimento scolastico.
Così i primi illustratori, i miniatori, sono sovente monaci, ma anche e sempre più spesso laici, chierici che introducono nelle immagini a margine figure meravigliose, talvolta mitiche, o in alcuni casi orribili e oscene, creando un racconto a lato di un altro racconto. Ecco così che la mera decorazione di foglie o serti e ghirlande diventa un rigoglio di creature fantastiche. Grifoni e sirene s’intrecciano lungo i rami del gotico fiorito sui Libri d’Ore e altrove Lancillotto s’abbraccia con Ginevra tra lettere istoriate.
Istoriare. Narrare una storia per immagini… Il legame tra le parole è evidente e non è necessario sottolinearlo.
L’introduzione della stampa mediante caratteri mobili produce ovviamente una notevole innovazione anche nella produzione e nella utilizzazione delle immagini legate al testo. Certo il colore deve essere ancora posto a mano, tuttavia la possibilità di aggiungere tavole a commento, seppure in bianco e nero, è ben presto chiara a tutti. E soprattutto con una notevole riduzione di tempo e denaro. I libri, quattrocentini, cinquecentini, incunaboli, ecc., abbandonano l’essere codici e diventano il libro così come oggi lo conosciamo. E con essi cresce e si sviluppa l’Arte Fantastica che così segue il tempo dell’uomo lungo i secoli, senza mai svanire del tutto in quanto parte integrante e ineludibile della Cultura umana tant’è che lo stesso secolo dell’Illuminismo razionalista vedrà giganteggiare uno dei massimi artisti del genere: William Blake.
Dopo la tempesta Romantica è quindi L’Età Vittoriana che vede affermarsi un nuovo tipo di visione, d’immagine, che susciterà - oggi ne sorridiamo avendo perso ogni remora e vergogna - scandalo e polemiche, ma che è la vera madre del nostro immaginario fantastico. Così è l’Ottocento, l’età della Rivoluzione Industriale, che consente alla tecnologia di supportare l’arte anche in questo campo, con la possibilità di moltiplicare ancora l’immagine con minor fatica e costi. Tutti i giornali dell’Età Vittoriana ormai presentano vignette e tavole al tratto, molti libri, riviste e volumi in folio.
La fotografia stenta ancora a affiancarsi all’immagine disegnata o dipinta, ma la sua influenza sul modo di concepire l’arte del nuovo secolo sarà determinante, e quindi sia la pittura sia l’illustrazione dovranno tenerne conto.
In un primo momento, ma di breve durata, è la “Confraternita di San Luca”, nota anche come La Fratellanza dei Nazareni a riproporre temi pittorici desueti dall’immaginario ottocentesco, con una riproposizione della tecnica rinascimentale. L’Arte Fantastica, già Fantasy ma non ancora, irrompe nella scena mondiale a opera di William Morris, Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne Jones, William Hunt e altri pittori, esteti, creativi si direbbe oggi, che si riuniscono in un sodalizio artistico ben presto denominato “Confraternita Prerafaellita” del quale abbiamo già accenato. Il Medio Evo viene prescelto da Morris e i suoi confratelli quale età ideale, in ogni sua manifestazione e aspetto, soprattutto in quello trasfigurato e metasimbolico della leggenda e delle tradizioni arturiane. Il mito del Graal riprende nuova vita proprio attraverso le loro immagini, come il sogno della cavalleria celestiale e terrena, l’amore cortese di Lancillotto e Ginevra si annoda con la visione di Dante e Beatrice. Il folle, puro ideale prerafaellita è semplice quanto ambizioso. Fare sì che l’arte nella sua essenza più sincera possa tornare a essere di tutti così come era nel Medio Evo. Una splendida idea di Morris, Rossetti e Jones che però resterà inattuabile, dato che i prodotti creati dagli artigiani prerafaelliti erano troppo costosi per poter essere utilizzati dalle classi più umili ai quali erano diretti. 
Il Fantastico ha attinto a soggetti di origine o di ambientazione medievale, proprio a cominciare dall’opera dei Preraffaelliti con il loro bric a brac fatto di arrredi e tendaggi che del reale Medio Evo hanno l’estasiato profumo e poco altro. Questa riscoperta che compiono Morris e i suoi è quasi sempre una reinterpretazione sovente falsa e artefatta di un vero mondo, ma non per questo deve essere denigrata, come invece è corretto fare per altri pseudomedievismi di più basso conio tipici dell’attuale genere letterario. Abbiamo creato dopo di loro un’età intermedia mai realmente esistita - un luogo dell’anima e della meraviglia - più immaginifica dell’originale, con rinnovate forme del Meraviglioso, rielaborato e ricreato per poterlo forse conservare anche nella nostra epoca di progresso. Fecero ancora questa operazione di reinvenzione, in modo arbitrario quanto esteticamente superbo, fior di architetti come Viollet Le Duc, George Gilbert Scott e Alfredo D'Andrade.
Se grazie a William Morris scrittore nasce il genere Fantasy, grazie a Rossetti e Burne Jones prende forma l’Arte Fantastica moderna e dopo verranno gli artisti a noi coevi ad alimentare la fiamma con nuovo ardore…
Furono loro i prototipi di una sorta di “anarchia reazionaria” nell’Arte, borghesi mai allineati alla borghesia, estenuati inventori di una umanità eletta e nel contempo sublime e malinconica. Il sogno di un’arte come veicolo per l’innalzamento spirituale dell’uomo sembrò disintegrarsi contro la cruda realtà imperiale britannica.
Eppure non fu così. 
Il varco tra i mondi era ormai stato aperto e nulla più avrebbe potuto richiudere quel passaggio.
Se la produzione artistica finto-medievale di Kelmscott non ebbe successo, l’onda lunga che generò la corrente Preraffaellita, l’Art Nouveau, e il Simbolismo invece continuarono a crescere crescendo oltre l’alba elettrica del nuovo secolo, superarono la Belle Epoque e la Grande Guerra per rinnovarsi in tutt’altra forma e aspetto nei ruggenti anni Trenta. Mentre l’Arte Fantastica prende nuove vie in Europa, con il Surrelismo e il Realismo Magico o lo stesso Futurismo, l’immagine fantastica, erede dell’arte più antica, si sposta oltre Oceano. È il Nuovo Mondo adesso la matrice dell’immagine e del sogno.
Il preraffaellismo influenzò l’immaginario del secolo seguente e poi confluì in modo del tutto naturale soprattutto nel cinema, nell’illustrazione e nel fumetto. Ricordiamo lo stile con cui si rappresenta l’età medievale nei cartoni di Walt Disney, le tavole a fumetti del Principe Valiant e il feudalesimo oltremondano di Flash Gordon. Assolutamente fantastici, quanto non rispondenti al vero storico, ma non per questo privi di un loro decoro e di una somma dignità di rispetto, amore e conservazione per il passato reso un luogo ideale e idealizzato.
Ma noi ci occupiamo di Arte Fantastica, mi si dirà, non di storia, e questo è giusto.
Questo finto Medio Evo finisce così per essere più vero del vero, perché viene ad assumere una sua realtà creata dal sogno e dall’immaginazione mediante l’arte, sia essa pittorica o architettonica.
È lecito interpolare, modificare, adattare e reinterpretare il tempo della cavalleria, l’età d’oro dei castelli e della falconeria al nostro gusto odierno, purché si sia onesti nel riconoscere che la nostra è una rielaborazione mitica, mitopoietica e favolosa senza pretese di ufficialità storica e di corretta filologia.
Frequentemente il vasto pubblico utilizza le tre parole illustrazione, pittura e fumetto come se fossero la medesima realtà, come se identificassero la stessa cosa. Ovviamente non è così e il distinguo non è nemmeno troppo sottile
La pittura è oggi considerata un’arte pura cioè non è soggetta ad altro mezzo espressivo tranne il suo proprio supporto, vive quindi di sé medesima. Il suo fine può essere il decoro, l’arredo, il collezionismo, l’esposizione o la semplice espressione emotiva di colui che l’ha posta in essere.  Anticamente il motore di quest’arte era la committenza, religiosa e laica, il mecenatismo e infine il mercato stesso e lo "slancio vitale” creativo dell’artista. La pittura inoltre è svincolata da un testo, anche quando lo riproduce sulla tela, sulla tavola o su un muro. Da essa, l’illustrazione prende le tecniche ma si pone al servizio di un’altra forma di comunicazione: l’editoria. L’illustrazione è anche teatro, visione, artificio, effetto, ed è dunque un medium immediato e popolare, per quanto raffinata ed elitaria essa possa essere, inoltre si differenzia dalla pittura anche per un’altra componente fondamentale, che è quella dello spazio.
Il pittore non si pone limiti spaziali tranne quelli obbligatori della tela. 
L’illustrazione no. Essa, paradossalmente, ha necessità di avere limiti spaziali imposti dall’esterno per poterli così superare mediante l’immaginazione creatrice dell’artista. Tali limitazioni  divengono non più confini, ma linee guida per l’illustratore, direttive primarie lungo le quali condurre la fantasia di colui che guarda verso un altro luogo che non appartiene al nostro spazio e in questo caso si ha una vera e propria sfida della mente immaginativa contro lo superficie. 
Il tempo stesso così, per una tavola illustrata, si muta in spazio.
Karel Thole, il grande illustratore olandese, era solito affermare che l’illustratore è un «servo dell’editore». Un modo efficace per dire come questa particolare specie di artista - o talvolta di artigiano, nel senso più nobile del termine - sia il diretto derivato del miniatore medievale come abbiamo già detto, ma con il retaggio tecnico del pittore. 
Il libro è infatti l’unico prodotto industriale in cui vi sia un’anima e un pensiero. 
Il compito odierno dell’illustratore, ovviamente, non è più quello di miniare o di abbellire un testo, bensì creare un’immagine che dalla copertina del libro comunichi un messaggio sintetico al possibile lettore e ne favorisca l’acquisizione. Ecco dunque la parola chiave dell’illustrazione: sintesi. L’artista deve in questo caso rendere in modo sintetico ed efficace, in una sola tavola, l’idea, l’atmosfera e il soggetto di ciò che è contenuto nel libro. Non è necessario essere sempre didascalici, però è sempre bene essere fedeli all’autore, almeno nei limiti del possibile, mantenendo una sapiente elasticità. L’unico limite posto a questa peculiare forma d’arte sono i tempi di consegna. In questo l’illustrazione ha conservato la medesima prerogativa della più antica forma di arte pittorica che prevedeva uno spazio delimitato, come poteva essere un muro, e il tempo entro il quale l’opera doveva essere terminata,
Infine il fumetto: sfatiamo allora anche l’ultima, persistente ed errata tesi che illustrazione e fumetto siano la medesima forma espressiva. Al contrario di quanto spesso ritenuto, le due arti sono forse lontane parenti, ma ancora più opposte l’una all’altra per principio.
Infatti il fumetto ha per struttura prima una scansione di immagini successive che si snodano seguendo una narrazione. Il testo è componente essenziale del fumetto, non è al suo lato e separabile come avviene per l’illustrazione. Nell’una domina la sintesi, dove il genio e la capacità dell’artista devono concretizzarsi nell’intuire e nel riprodurre il tutto in un’unica immagine; nell’altra l’artista può permettersi un maggior respiro datogli dal susseguirsi delle vignette e dalla sceneggiatura. Nessuna delle tre forme espressive è superiore in toto a una delle altre. 
Esiste sì, un ordine temporale e storico, in quanto ovviamente la più antica è la pittura, seguita dall’illustrazione e infine dal recente mondo del fumetto, con buona pace di coloro che vogliono trovare antefatti di quest’ultimo nelle pitture rupestri, nei papiri egizi e in altre espressioni artistiche anteriori alla fine dell’Ottocento. Tuttavia ciascuna di queste arti annovera grandi figure, e soltanto poche tra loro riescono a emergere al meglio in almeno due di esse.
La lezione artistica del passato quindi, non è stata dimenticata, semplicemente ha abbandonato le accademie, le scuole d’arte e gli stessi musei per essere come dovrebbe essere: alla portata di tutti. Troppo alla portata di tutti.
Purtroppo l’Italia ha anche spesso perduto le botteghe, unici luoghi dove per secoli di ininterrotte catene si è trasmesso il sapere da maestro ad allievo a favore di una rinascita nel nuovo mondo e se dai noi sovente le accademie hanno depauperato una scienza qual era la nostra più alta pittura e scultura, in qualche modo, forse, un disegno superiore ha fatto sì che questa si conservasse in un aspetto conforme al nostro tempo, con l’illustrazione fantastica le cui tavole sono piccole porte che si spalancano soltanto per colui che guarda su un oltre fatto di meraviglia, avventura e sogno.
Non sono vie di fuga, ma altri passaggi per vere realtà alternative e talvolta superiori. Quelle immagini ci portano in luoghi dell’anima, in terre mitiche dove le battaglie e gli amori sono ancora splendidi e possenti.
L’artista fantastico è – se è veramente tale e non un improvvisato come ne esistono tanti - uno ierofante che, ogni volta che dipinge, intraprende un rito sacro di ri-creazione del cosmo, come in certe cultura è il cantore colui che crea il mondo, in altre è un pittore che con colori di sabbia porta l’ordine cosmico dal caos primordiale.
Pertanto è con la “magia del fare” che l’illustratore apre quelle porte che William Blake chiamò «le porte della percezione», spalanca i portali tra i mondi e lui solo, guardiano, ci consente il passo oltre la soglia. 
Essendo ormai da lungo tempo terminata l’aurea stagione dell’Arte su commissione dei grandi mecenati quali papi, signori e banchieri, all’Arte Fantastica non è restato che andare a trasformarsi in un’arte applicata quale l’illustrazione e quindi dedicarsi all’editoria di pregio e talvolta al cinema. Dopo i fasti del secolo passato è però, di conseguenza, cominciata la decadenza e curiosamente, invece di esplodere nel nostro millennio con una sorta di “nuovo Rinascimento” si è assistito al suo crollo inarrestabile. 
Vediamo perché, senza inutili giravolte dorso-piroette, come avrebbe detto il Cyrano di Rostand. 
All’Editoria attuale interessa soltanto ottimizzare costi e ricavi. Un illustratore “all’antica” costerebbe – secondo gli uffici marketing che governano le case editrici - troppo e probabilmente si rivelerebbe essere più competente dell’Art Director o dello stesso Direttore Editoriale. Ergo la soluzione adottata: Tagliare via questo tipo di artista e prendere in sua vece un mediocre. magari un ragazzino senza altra esperienza che non sia la frequentazione di Fiere e Corsi di Fumetto, e che dunque costi poco e soprattutto non rompa le scatole. 
Dunque collocare mediocri silenziosi e chini, altrimenti “avanti un altro”, se poi questi sono anche “amicidiamici” o “tesserati” allora tanto meglio. Sì perché anche in questo campo, come in tanti, o quasi tutti, la Politica c’entra. 
Questa voluta, incosciente, ignoranza ha così generato una pletora di mediocri che è impossibile definire artisti, ma piuttosto dilettanti che di eccellente hanno soltanto l’ignoranza, la presunzione l’arroganza e la maleducazione. Inutile pertanto dedicargli altro tempo e spendere ulteriori parole. 
Un altro motivo è il restringimento delle idee editoriali. Mi spiego meglio: Un settore come quello della Letteratura Fantastica dovrebbe essere immenso, vario, variato e variegato; invece oggi tutto si è ristretto, soprattutto per ciò che riguarda il “Fantasy”, ad un unico tema che obbliga a limitare l’espressività artistica dell’Illustratore: Il tema unico è Tolkien! 
Non ne posso più, e non m’interessa nulla di ciò che possa essere detto. La “monomaniacalità” espressa nei confronti di J.R.R.T. in questo paese ha letteralmente bloccato l’Arte e l’Illustrazione Fantastica su un binario unico, monodirezionale e senza uscita, facendo sì che anche qualche capace artista alla fine si atrofizzasse in quella direzione. Esempio unico al mondo il nostro, tant’è dimostrato dal fatto contrario degli Stati Uniti, dove, tanto per fare un nome, un Donato Giancola, esordiente proprio come artista “tolkieniano”, in realtà spazia – è il caso di dirlo – da un campo all’altro del Fantastico, dalla Sf al Sword and Sorcery, dal Weird al Gotico e lo stesso si potrebbe dire per Oscar Chichoni, per Vicente Segrelles e per altri fuori dall’Italia. 
Insomma in Italia si sono spenti grandi fuochi e invece hanno trasformati fiammiferi in luminari che non sono per nulla tali. 
Non vi piace questo discorso, lo so bene ma non m’interessa l’applauso della folla. 
Cosa fare dunque? 
Poco o nulla. Semplicemente proseguire in direzione ostinata e contraria, proseguire a fare Arte, a studiarla e a conoscerla e a cercare, altrove, altri non contaminati del morbo della presuntuosa arrogante ignoranza del credersi Illustratori Fantastici, perché il Mondo è vasto e il Multiverso praticamente infinito ma resta a noi per nostra immensa fortuna, l’Arte Fantastica: con essa potremmo fare a meno di tutto il resto, arroccati sui Bastioni di Orione in ultima difesa del Bello e della Bellezza. 

 

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