"Il cinema di Ermanno Olmi come antropologia dell’anima della cultura popolar - religiosa e contadina" di Pierfranco Bruni

È proprio vero che “… dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia…”, come sosteneva Albert Camus. La vita è un attraversamento di emozioni che si lacerano e si ricuciono nel tempo. Siamo figli ed eredi di culture già passate, anzi, già vissute. Simboli e segni fanno della nostra vita la Vita. “La luna si affaccia su ogni specchio d'acqua, ma la luna vera è solamente una”. Si tratta di una chiosa ascoltata nel  film "Cantando dietro i paraventi" di Ermanno Olmi del 2003.
La luna è un simbolo che diventa trasparenza in una cultura del magico – selvaggio che sa esprimersi nel mondo popolare – contadino. La cultura contadina ha un suo linguaggio che penetra non soltanto il tessuto territoriale, ma anche quei processi che sono stati, e che sono ancora oggi, processi identitari di una civiltà.
Il mondo contadino è all’interno di un vissuto religioso popolare. È difficile separare la cultura popolare da un percorso di identità religiosa perché il mondo contadino è un mondo popolare e, in quanto tale, vive all’interno di una eredità le cui tradizioni hanno come punto di riferimento il tempo di una antropologia religiosa, una religiosità vissuta non come un modello ecclesiastico o teologico, ma come fedeltà di una tradizione.
Così in Olmi: “Cosa può esserci di più importante dell'accoglienza? Vorrei ricordare ai cattolici, e io sono tra questi, di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana”. Il mondo, infatti,  contadino raffigura la realtà in cui la fedeltà alle tradizioni costituisce un punto di riferimento all’interno delle famiglie.
Chi ha saputo raccontare in modo esemplare il passaggio tra mondo contadino popolare e antropologico, attraverso il vissuto religioso, è stato Ermanno Olmi. Un grande regista che ha sintetizzato i passaggi di civiltà e di epoche, ma anche un grande studioso di questi fenomeni che hanno legato il Nord e il Sud dell’Italia e delle Europe tramite il modello di una eredità contadina. Una civiltà in cui il senso del popolare è stato sempre assorbito da una profonda religiosità che non significava cattolicità soltanto, ma cristianità. In una sua testimonianza sottolinea: “C'è il tempo della parola e il tempo del silenzio, però c'è anche il tempo della parola come complicazione. Io credo che da un certo momento in poi la parola ci ha complicato la vita”.
Il mondo contadino, dice Olmi, è fatto di linguaggio, di forme, di costumi, di tradizioni che hanno una loro rappresentazione armonica, mosaicizzata, sia al Nord che al Sud. Infatti nel suo film L’albero degli zoccoli, in cui viene narrato il mondo contadino di fine Ottocento, Olmi ci mostra la storia di una famiglia bergamasca attraverso gli usi e i costumi di una realtà rurale che si rivela anche attraverso la lingua.
Entra nel cinema quella lingua fatta dalla parlata popolare, il dialetto che univa i territori e che serviva anche come forma simbolica, come elemento di un archetipo rappresentativo. Non esistevano separazioni tra il mondo contadino del Nord e quello del Sud. Realtà rurali che comunicavano mediante il dialetto, una lingua avente sempre come modulario una forma e un messaggio simbolici.
In questo film si può notare come le medesime forme, usanze, la stessa tradizione che viene posta come immagine esemplare, all’interno del percorso di una immaginazione complessiva, costituisca quello stesso immaginario che si è vissuto all’inizio del Novecento nelle regioni meridionali. L’uccisione del maiale, esempio di una cultura di una produttività, è una usanza praticata sia al Nord che al Sud, espressione di una forma antropologica e di un linguaggio forte, esattamente come il vivere in molti in una stanza insieme agli animali che servivano per il lavoro nei campi.
Il percorso che abbiamo vissuto con Olmi, soprattutto in questo film, è un vissuto forte all’interno dell’interpretazione di un mondo che deve essere considerato prettamente etno-antropologico. Olmi ha sempre lavorato con questi strumenti. I suoi corti (forse oltre quaranta) hanno una impalcatura fortemente antropologica. La sua religiosità è dentro il popolare: “Non c'è conflitto tra cultura e religione: a volte è più religione una cultura alla quale ci sottomettiamo attraverso idee codificate in un ambito che viene definito culturale, assoggettandoci a queste imposizioni”. Ancora più incisiva è quest’altra riflessione: “Di fronte a qualsiasi forma di Chiesa che considera più importante il dogma dell'uomo, io sono per la libertà dell'uomo e non per la sudditanza al dogma”.
Tra religiosità e cultura popolare, dunque. Nato a Bergamo il 24 luglio 1931 e morto ad Asiago il 5 maggio 2018, Ermanno Olmi intraprende la carriera di regista come documentarista. Il documentario è un fatto fondamentale. Non ritengo che Olmi sia stato un realista, credo piuttosto che sia stato un regista in cui l’antropologia del fatto è l’antropologia del dato, la misura del tempo, quel tempo antico, contadino. È la trascrizione di un tempo che incide sulla memoria.
Incidere sulla memoria non significa raccontare la realtà, ma raccontare un tempo, una nostalgia non intesa come ritorno (nostos), bensì come deposizione di quel vissuto nella memoria. Non c’è senso del realismo, ma un modello antropologico che recupera il passato, l’immaginario del recupero del passato che non significa realismo. Quella memoria diventa una visione di tempo, nel tempo e del tempo.
Olmi inizia la carriera cinematografica nel ’58 con un film dal titolo Il tempo si è fermato, incipit di un percorso molto ampio all’interno del suo fare cinema, letteratura e antropologia. Il cinema inteso non come educazione, bensì come metodologia didattica vera e propria. Dopo questo film ci saranno tanti momenti di importante testimonianza come Il posto del ‘61, I fidanzati del ‘63 e Venne un uomo del ’65. Nel ‘67 girò per la televisione Racconti di giovani amori, in seguito nel ‘69 sarà la volta di Un certo giorno. Nello stesso anno, sempre per la televisione, lavorò con I recuperandi e successivamente lavorò a Durante l’estate e a La circostanza.
Un punto importante che ancora oggi va considerato come uno spartiacque tra modelli di cultura che hanno attraversato la sua vita, è Alcide De Gasperi del ’74. Da popolare e cattolico, Olmi ha visto e ha saputo leggere i processi di civiltà, di socializzazione all’interno di una manifestazione esistenziale. Quattro anni più tardi avremo L’albero degli zoccoli  che rappresenta la continuità, il tramandare una civiltà che non c’è più e riportarla alla luce come memoria di una antropologia del vissuto che diventa, appunto, religiosità dell’esistere. Successivamente si avrà Lunga vita alla signora dell’87, precedentemente Cammina cammina e quattro anni dopo Alcide De GasperiCammina cammina simboleggia un percorso all’interno di un vissuto molto profondo sul piano esistenziale e di un legame tra terra e città.
È del 1988 La leggenda del santo bevitore, tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Roth, importante punto di contatto tra la crisi esistenziale dell’uomo moderno e la visione religiosa. La religiosità è uno degli elementi che ha sempre interessato la vita di Ermanno Olmi e in questa religiosità  praticata e praticante è insita la metafora di una leggenda che entra dentro il mito e penetra il sacro. Il santo bevitore diventa il senso dell’abbandono come personaggio, ma anche il recupero come uomo all’interno di una cristianità. Successivamente abbiamo avuto, nel ’93, Il segreto del bosco vecchio, per la televisione nel ‘94 Genesi. La creazione e il diluvio, Il mestiere delle armi nel 2001, Cantando dietro i paraventi del 2003 e così via fino a Il villaggio di cartone del 2011 e nel 2014 Torneranno i prati.
Nel corto del ’53 dal titolo Piccoli calabresi a Suna sul Lago Maggiore si può notare come il documento diventi vissuto, antropologia. Questo corto è importante perché sono già presenti quegli elementi antropologici, emigranti e immigranti della funzione che avrà la letteratura per Olmi. Letteratura non soltanto cinematografica, ma dell’immagine e dell’immaginario. Un fil impaginato come un libro.
La calabresità con i suoi canti e il suo modello popolare trova sul Lago Maggiore un intreccio e una lettura completamente antropologica. Credo che questa sia una delle chicche importanti all’interno di un vissuto abbastanza interessante di corto. Olmi ne ha realizzati tantissimi di notevole importanza, come l’ultimo dedicato a Carlo Maria Martini dal titolo Vedete, sono uno di voi del 2017.
Mettere insieme questi lavori, creare una visione in una dimensione metaforica e metafisica nello stesso tempo, significa capire il ruolo che Olmi ha avuto all’interno del cinema. Ci ha lasciato anche tre libri: Ragazzo della Bovisa del 1986,  Il sentimento della realtà  del 2008 e L’Apocalisse e un lieto fine. Storia della mia vita e del nostro futuro del 2013. Olmi ha narrato la sua vita da bergamasco, da figlio da contadini, ma ha saputo anche raccontare la semplicità di andare oltre il superfluo, e andare oltre il superfluo significa andare anche oltre il senso delle cose che si perdono. Trovare il senso delle cose significa anche dare un senso alla storia che si vive e dare un senso alla storia che si vive significa creare le possibilità di scavare in quella profondità che ci riporta al costante rapporto con Dio.
In una intervista apparsa sull’ “Avvenire” il 31 luglio del 2007, Olmi dichiarava: “Da Bergman ho tratto la lezione della purezza, nella costante tensione alla miracolosa autenticità dell’infanzia, l’età della vera innocenza e del contatto misterioso con ciò che ci sovrasta e che ci rende davvero vivi”. Una chiosa di grande valenza e poi riprende: “ La più profonda dimensione del suo cinema è l’avere intessuto costantemente un intenso rapporto con Dio, ha rappresentato appieno la vera ricerca di Dio”. Olmi si riferisce  a Bergman, ma è come se parlasse di se stesso.
Nel mondo contadino, in quella realtà contadina che non si trasforma in realismo nel cinema ma in antropologia religiosa e popolare, c’è questa ricerca di Dio, delle tradizioni, della memoria. La ricerca delle identità che diventano radici. La profondità delle radici in Olmi è proprio questo dato concreto che è la metafisica dell’essere uomini e dell’essere proiettati nel mondo della vita.
Il cinema di Ermanno Olmi è pura letteratura. Molti la definiscono poesia. Il passo non è misurabile ma credo che nella letteratura l’immaginario diventi immagine e l’immagine ricerca della verità. Un vero e proprio modello di antropologia del vissuto che diventa antropologia dell’umanesimo di una pagina di vita diventata rappresentazione. È riuscito a legare le terre grazie alla parola, alla lingua, alle immagini, alla tradizione, ai linguaggi creando la consapevolezza di una cristiana solidarietà.
Una strada diventata cammino di tempo: “O cambiamo il senso impresso alla storia o sarà la storia a cambiare noi”. Tutto sembra smarrirsi. Ciò che resta è il mito che vive nella memoria della saggezza della conoscenza.
Resta la memoria degli alberi che non diventa indifferente al tempo: “Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra”. Ma perché tutto questo?
Olmi ci dice:
“La semplicità è la necessità di distinguere sempre, ogni giorno, l'essenziale dal superfluo”.

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