Principio di Regalità e ritorno alla Tradizione

di Diego de Vargas Machuca

 

Nella società attuale, dominata da una diffusa mentalità egalitaria, chiunque detenga un qualsiasi potere, fosse anche il più legittimo e naturale, come ad esempio quello del pater familias, sembra quasi provarne timore, preferendo non avvalersene o cercando di esercitarlo nel minimo grado.

In realtà, contrariamente a quanto ritengono alcuni moderni fautori dell’anarchismo, l’autorità è stata trasmessa da Dio non solo a difesa dalle insidie degli iniqui, ma per la propagazione del bene comune e di ogni individuo, sia sotto l’aspetto spirituale che materiale.

I pontefici, in special modo Leone XIII, hanno insegnato che l’uomo è stato creato per vivere in società, ribadendo in ciò una verità già percepita da Aristotele, allorché definiva l’uomo un essere “naturalmente politico”. Papa Pecci afferma altresì come non possa sussistere una società senza autorità e che ogni legittima autorità, come affermato da san Paolo, promani da Dio.

Pertanto quest’autorità, esercitata lecitamente su questa terra dal padre di famiglia o da chiunque altro ne sia investito, la Chiesa la riconosce come promanante da Dio stesso. E non è la Chiesa, come talvolta viene ritenuto, a costituire l’autorità legittima temporale poiché essa, derivando da Dio, è già naturalmente perfetta nel suo ordine naturale

Ciò è dimostrato dall’obbedienza che prestarono i primi cristiani agli imperatori prima di Costantino e quindi prima del riconoscimento del Cristianesimo come religione stabilita (anno 313 d.C.): i cristiani si assoggettavano all’autorità imperiale, pur se pagana, ovviamente con esclusione delle pratiche idolatriche. Ciò accadeva appunto perché i primi cristiani riconoscevano negl’Imperatori romani un’autorità pienamente legittima.

Dalla dottrina cattolica sono considerate legittime tutte e tre le forme di governo: monarchia, aristocrazia e democrazia; tanto che S. Tommaso d’Aquino considera ideale il regime misto, cioè il governo di una monarchia temperata da elementi aristocratici e democratici. È invece da rigettare la tesi secondo la quale solo la democrazia sarebbe la forma di governo più adeguata alla dignità umana.

È evidente come la democrazia compatibile con uno Stato cattolico non abbia nulla a che spartire con l’idolatria egualitaria del popolo sovrano. Un conto infatti è il mezzo tecnico dell’elezione come modalità per designare qualcuno a una determinata carica pubblica; altra cosa è affermare che il potere di chi governa, lungi dal discendere da Dio, appartenga come proprio a lui stesso o a coloro che lo hanno votato.

Per questo, Pio XII non aveva esitato a chiarire, quando e con quali limiti la democrazia fosse accettabile da parte cattolica. Occorre riflettere, a riguardo, come le attuali norme su divorzio, aborto, eutanasia, unioni omosessuali equiparate al matrimonio, derivino dalla potestà di un legislatore che considera proprio e non delegatogli da Dio il potere di legiferare e di governare. Se il popolo è sovrano, esso si dà la norma e potrà arbitrariamente modificare le leggi della natura e della morale, un tempo indisponibili da parte di ogni legittima autorità

Pure se tutte e tre le forme di governo sono legittime, non sono però da porre sullo stesso piano. Necessita infatti ammettere che vi è una gerarchia di perfezione tra le tre forme di governo. E la più perfetta forma di governo, emula di quella con cui Dio regge l’universo e il Papa, regge Chiesa, è la monarchia, “la miglior forma di governo” come già dichiarava Pio VI.

Che la monarchia sia la più eccellente forma di governo è insegnamento impartito dalla storia: basti riflettere sull’evoluzione conosciuta dalle Città-Stato della Grecia e, dopo di esse, dalla Repubblica Romana e dai Comuni medievali, evolutesi prima verso forme di governo nobiliare, per sfociare infine in forme di governo monarchico: l’Impero di Alessandro Magno per le città greche, il Principato e quindi l’Impero per Roma, le Signorie e i Principati per i Comuni.

Cade in errore chi ritenga la monarchia tradizionale una specie di moderna dittatura coronata: anzitutto cardine regolatore delle società tradizionali era il principio di sussidiarietà, del tutto sconosciuto allo Stato accentratore sorto dalla Rivoluzione Francese. In forza di tale principio di sussidiarietà ogni comunità, per quanto piccola, doveva essere messa in condizione di reggersi e provvedere a se stessa per quanto poteva; solo quando le sue risorse si rivelassero insufficienti si faceva ricorso allo Stato. Questo principio di autogoverno faceva sì che gran parte del potere effettivo, compreso quello legislativo e giudiziario, fosse concentrato nelle comunità minori. Non solo, poiché   il sovrano al momento della sua ascesa al trono giurava di rispettare gli statuti locali e le norme consuetudinarie affermatesi, il suo margine d’intervento risultava fortemente limitato. A monte di questa normazione così rispettosa delle autonomie e delle sensibilità di ciascun luogo c’era una concezione per la quale il legislatore, a cui potere viene demandato da Dio, non crea le norme giuridiche bensì le individua, le riconosce quale esse sono nell’ordine di natura, congegnandole tecnicamente nel modo più rispettoso della verità naturale soprannaturale.

Nel Cristianesimo Dio è anzitutto Padre e comunica e trasferisce questa sua paternità non solo nell’autorità del pater familias o del pontefice, ma anche in quella regia, dove il re è il padre del suo popolo, colui che risponderà avanti a Dio del bene dei suoi sudditi Dio è il sovrano e reggitore di tutto l’universo e comunica tali prerogative ai re consacrati. Nella Sacra Scrittura Dio in persona si presenta con queste parole: “Per me reges regnant”, “grazie a me i re regnano. Certo Dio assiste e conserva i sovrani, come fa con qualunque altra autorità legittima, ma l’espressione “per me reges regnant” significa anche che Dio li costituisce, che Dio fa i re e le autorità legittime, in quanto autore dell’ordine naturale non meno che di quello soprannaturale e comunica ad essi la propria regale paternità

Circa poi l’obiezione comune che si muove all’istituto monarchico e cioè se sia giusto che eredi non all’altezza salgano sul trono, si può facilmente rispondere che l’ereditarietà non è requisito essenziale della monarchia: il Sacro Romano Imperatore fu per secoli eletto dai Principi tedeschi e, anche in Roma antica, l’Imperatore spesso veniva acclamato dalle truppe o indicato dal predecessore. Ma sarebbe sbagliato criticare superficialmente il principio dinastico, che presenta anche notevoli vantaggi: intanto mette al riparo il trono dalle ambizioni dei pretendenti, disponendo una modalità di successione più certa; in secondo luogo apparenta l’eredità al trono a una comune successione familiare.

Non solo, ma a differenza dei governanti odierni, che di frequente sono reclutati in politica con grande improvvisazione e senza un cursus honorum rigoroso, il principe di sangue reale, al contrario, veniva educato fin da bambino a sostenere il peso degli affari di Stato, godendo dell’esperienza di molti consiglieri.

Vale inoltre per la monarchia lo stesso principio che vige per la nobiltà e cioè che la cosiddetta nobiltà o legittimità di esercizio conta più della discendenza o legittimità di sangue. È veramente nobile chi vive da nobile, non chi si fregia di un blasone soltanto per ostentarlo. Si deve vivere all’altezza di un grande passato, del ruolo che si è occupato e si occupa: re e nobili si può diventare per meriti eccelsi.

Grande è l’avversione della Rivoluzione francese e di quanti ad essa si ispirano al principio di regalità e di autorità legittima, caro a tutti gli uomini d’ordine. Il rivoluzionario, odiando infatti Dio, la sua autorità e le sue leggi, che preferisce trasgredire pur di assecondare le sue passioni, odia per riverbero ogni legittima autorità e quella dei re in maniera speciale, in quanto riflesso della potestà divina su questa terra.

Per contro questa nostra società così ostinatamente avversa al principio di regalità ci offre ogni giorno grande instabilità, un clima di volgarità senza precedenti nella lotta politica, interessi personali messi ostentatamente al di sopra di tutto, una legislazione ben lontana dal rispetto della morale naturale, corruzione diffusa, sistematico disconoscimento dei diritti di Dio sulla società e sullo Stato, quasi che lo Stato moderno non abbia precisi doveri verso Dio.

Di conseguenza mai è stato tanto basso il livello di credibilità, come quello delle Istituzioni politiche democratiche, vissute con estrema indifferenza dalle persone comuni. Solo un ritorno alla Tradizione, anche in ambito politico, potrà consentire di riprendere il cammino interrotto, raggiungendo mete ancora più elevate.

 

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