Che cosa è la poesia?

Guardare i suoi occhi, in quel momento, era impresa più grande del mio animo, impossibile da realizzare. Le sue pupille fluorescenti mi attiravano e mi terrorizzavano, mi inebriavano e mi rendevano incapace di alzare il mio sguardo. Ma perché, poi, quella domanda così strana proprio in quel momento? Era una sera in cui speravo di bere insieme un bicchiere di vino e parlare del più e del meno, come accade normalmente. Ma in quell’aria che improvvisamente si tinse di solitudine, sapendo del mio mestiere e di ciò che io ero solito fare nella vita, mi chiese: «Che cos’è per te la poesia»? Mi angosciò, mi lascio impietrito, proprio non me l’aspettavo. Io non lo so davvero cos’è la poesia, dopo anni di studi io ancora non riesco a scoprirlo. Così trascorrevo infiniti secondi a pensare e sentivo il peso assordante del suo sguardo su di me, anche se non riuscivo ancora a fissarla.

In realtà io l’amavo e, prima o poi, glielo avrei dovuto dire, anche a costo di un suo rifiuto e magari era proprio questa la sera buona, la sera delle sere. Ma ora lei mi fa questa domanda così fuori contesto e io vado nel pallone, in confusione totale. Poesia. Ma che dovevo dirle?

La poesia è un urlo, pensavo, è il silenzio più profondo, è restare soli nel mezzo del mondo, è bianco e nero, è il cielo limpido e la pozzanghera più putrida, è un abbraccio che sa di addio e che sa di ritrovo, è un mattino soleggiato e una notte tempestosa, è amore e odio, angosciosa speranza. È una carezza lieve e una pugnalata al cuore, è tremenda, cattiva e gentile come nient’altro al mondo, la poesia è proprio quel qualcosa che hai cercato per tutta la vita, che finalmente trovi e che, eppure, continui a quotidianamente a cercare, è il ballare a petto nudo sotto una sospirata pioggia ad agosto, è quella voce che il mare urla ogni giorno ai suoi figli, è quel sogno mai realizzato e che prende corpo ogni mattina, è alba e tramonto, è lo stupore di essere ogni giorno al mondo.

I minuti trascorrevano inerti, io con lo sguardo ancora basso, lei nel silenzio più rumoroso che io abbia mai ascoltato. «Che pensi»? Mi chiese. «Che io non lo so proprio cos’è la poesia, prova a dirmelo tu», le risposi quasi scocciato; ma lei sorrise, o perlomeno così mi sembrò, considerato che ancora non riuscivo ad allineare i miei occhi ai suoi. Poi cambiò tono, si fece improvvisamente seria e fece ciò che io sognavo da una vita intera.

Il suo profumo divenne inebriante, lo sentivo addosso a me grande, enorme, proprio come quel giaccone di tuo padre che indossi quando hai sei anni: non è per te, è enorme, allora che senso ha avuto provarlo? Ma lei, adesso, era lì, vicinissima, forte e potente e io piccolo e insignificante. Finalmente. Finalmente prese la mia mano e lo fece con robusta delicatezza. Non lo so perché, ma lì capii che l’unica cosa che mi toccava fare era alzare gli occhi e fissare il mio maledetto sguardo su di lei. Eccoli, erano gli occhi che desideravo, lì c’era racchiusa la mia sua vita e, forse, anche la mia, ma lì soltanto lo scoprimmo insieme e per la prima volta, come se improvvisamente fossimo diventati un’unica materia, un unico soffio vitale.

«Che cos’è la poesia»? Mi richiese.

Questa volta non avevo alcun dubbio. Strinsi la sua mano ancor più forte, le sorrisi, la guardai fissa e le dissi: «In fondo non è così difficile, in fondo è molto semplice, in fondo la poesia non sei nient’altro che tu».

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