"IL “DOPPIO” NELLA MITOLOGIA E NELLA LETTERATURA MODERNA" di Gianfranco Romagnoli

In questi ultimi anni, il termine Avatar che nella religione indù è il nome di una incarnazione di Visnù,  ha avuto larga diffusione nel mondo degli utemti dei videogiochi per designare il doppio virtuale del giocatore nelle avventure proposte dai giochi di ruolo.

    Il concetto di doppio, in effetti. ha origini antichissime ed è un archetipo presente presso varie popolazioni di ogni parte del mondo, che ha avuto importanti sviluppi nelle letterature mondiali.

   Il punto dal quale è opportuno partire per affrontare il concetto di  “doppio”  nella mitologia e nella letteratura va ricercato nella religiosità teriotropica dell’uomo cacciatore della preistoria: l’adorazione, cioè, degli animali, indotta sia dall’ammirazione per la loro forza ed agilità, sia dall’utilità che essi recavano all’uomo quale fonte di nutrimento, di talché egli riteneva di poterseli procacciare a fini alimentari propiziandoseli, o cercando di piegarli alle sue esigenze, attraverso i riti di una religiosità primitiva, che si esprimeva mediante la riproduzione  delle loro sagome in disegni, tuttora artisticamente suggestivi, tracciati sulle pareti di grotte che, con la loro atmosfera buia e silenziosa, oltreché alla funzione di rifugio assolvevano anche, specie nei loro recessi più profondi, a quella di santuari.

   A questa primitiva religiosità teriotropica, propria dei popoli cacciatori, succedette la religiosità uranica dei popoli dediti alla pastorizia che nell’ammirare il cielo, specialmente durante le lunghe notti all’aperto, videro negli astri delle divinità; finché, con l’affermarsi delle civiltà agricole e stanziali, si giunse alla fase della antropomorfizzazione delle divinità celesti.

   Questo punto di arrivo non cancellò però completamente l’originaria religiosità teriotropica: ciò si spiega tenendo presente che il pensiero umano  non procede per salti, ma è, in un determinato contesto geografico ed epocale, la risultante della stratificazione di diverse fasi e di differenti  civiltà: avvenne così che, accanto agli dèi umanizzati, furono rappresentati animali che li servivano o li accompagnavano.

   Scrive in proposito l’indiologo Coomaraswami: « Col sorgere dei grandi sistemi teologici tutto questo sarà irreggimentato e organizzato. Dall’essere essi stessi dèi, [gli animali] discenderanno a divenire i veicoli e i compagni degli dèi ... Ma in questo stesso fatto vi sarà l’implicita dichiarazione delle divine associazioni dei subordinati. L’emblema così costituito formerà un compromesso, una sintesi di due sistemi, due idee: una relativamente nuova e una incomparabilmente più antica e più primitiva».

  

   Da un’unica figura divina - prima l’animale, poi la divinità uranica antropomorfizzata, si arriva così, per un compromesso scaturito dalla stratificazione di sistemi religiosi, ad uno sdoppiamento della figura divina. A questo punto, trova realizzazione il concetto di “doppio”, che diventa immediatamente contiguo a quello della metamorfosi,  perché comporta la possibilità che il dio umanizzato si (ri)trasformi nel suo animale-simbolo: l’esempio più noto nella mitologia greca è Zeus, spesso raffigurato in compagnia di un’aquila, nella quale si trasforma per rapire e portare con sé sull’Olimpo Ganimede, il bellissimo principe troiano giovinetto, per poi riprendere la sua forma abituale una volta raggiunto il suo scopo.

   D’altronde, come doppio dell’essere tramutato attraverso metamorfosi può ben essere vista la nuova forma che egli assume, specie se si tratta di una metamorfosi reversibile (per autonoma capacità del soggetto, o  per volere degli dèi come nel caso di Lucio nel racconto di Apuleio Le metamorfosi in cui determinante della ri-trasformazione da asino a uomo è l’intervento di Iside del cui culto misterico egli diviene seguace, oppure per magia).

 

  Anche l’uomo, peraltro, nella mitologia mesoamericana azteca e maya, gode di un proprio doppio-animale, chiamato nagual o nahual. Si tratta di uno spirito benefico che è assegnato a ciascun uomo alla sua nascita perché lo tuteli dai pericoli. L’animale assegnato può essere, per lo più, un asino, un tacchino o un coyote, ma talora anche un animale più potente, come un giaguaro o un puma. Questo animale viene a costituire un alter ego dell’uomo, tanto che è credenza diffusa che quest’ultimo, denominato egli stesso nagual, possa liberamente trasformarsi nell’animale e riprendere la propria forma.  

   La persistenza di questa credenza nel Guatemala cristianizzato è attestata dal Premio Nobel per  la  letteratura  Miguel  Angel  Asturias  nel suo romanzo  Uomini di mais. A partire dal lungo capitolo intitolato Corriere-Coyote si narra del « signor Nicio, il procaccia … [che] percorreva a piedi montagne, pianure, paesi e villaggi, trotterellando per arrivare più svelto dei fiumi, più agile degli uccelli, più agile delle nuvole, e far giungere fino al remoto paese la corrispondenza della capitale».

   Qualcuno dei paesani attribuisce la sua velocità al fatto che, dopo la partenza, appena fuori dal paese Nicio si trasforma in un coyote: queste voci sono deplorate dal parroco Valentino Urdáñez, che pur respingendo una tale credenza, trova comprensibile che l’indio pensi di avere il proprio nahual che lo protegge, così come il cristiano ha il suo angelo custode, ma non arriva ad ammettere la capacità di trasformarsi nell’animale tutelare, se non per intervento del demonio. Tuttavia più avanti nella narrazione, uscendo nel buio « un qualcosa di simile al corpo di un animale gli strusciava i piedi. Si tirò su la tonaca e gli parve di vedere l’ombra di un coyote. “Sarai tu, Nicio, che dicono che sei un coyote?” esclamò. Ma non poteva essere! ».  

   Successivamente un altro personaggio, Ilario Sacayón, mentre sale in montagna in groppa ad una mula per raggiungere Nicio Aquino, ripartito per il suo giro di posta, e accompagnarlo nel valico pericoloso, giunto sulla vetta in preda a una sorta di incubo stimolato dalla nebbiolina, vede un coyote farglisi incontro: «Lo vide vicinissimo, lo ebbe quasi in faccia, per perderlo di vista immediatamente… Era o no un coyote? Come dubitarne, se lo vide bene. Il dubbio nasceva da qui, che lo vide bene e vide che non era un coyote, giacché vedendolo ebbe l’impressione che si trattasse di un cristiano, e di un cristiano conosciuto», ossia Nicio Aquino. Ancora incredulo, chiede a due viaggiatori che incrocia sull’unica strada se abbiano visto il procaccia, e alla loro risposta negativa pensa o che abbia preso una scorciatoia, o che si sia trasformato nel coyote che ha incontrato sulla vetta: si ripromette allora di raggiungere Nicio all’ufficio postale d’arrivo per sincerarsi se vi sia giunto senza che lui lo abbia incontrato. Giunto in paese, nessuno ha visto il procaccia: tutti pensano che sia fuggito coi valori, ma Ilario, angosciato, si convince che il coyote con occhi da uomo da lui visto sulla vetta e Nicio erano la stessa persona, arrendendosi a ciò che la sua natura non voleva accettare, « che un essere simile a lui, nato da donna, partorito, allattato con latte di donna, bagnato da lacrime di donna, potesse a volontà diventar bestia, trasformarsi in animale, immettere la propria intelligenza nel corpo di un essere inferiore, più forte ma inferiore».

 

   Il barbiere da cui Ilario si reca cerca di vendergli una pistola, affermando che è utile per la difesa se gli venisse addosso un coyote.  All’udire quelle parole, egli si vede nuovamente sulla vetta a sparare all’animale: «Sparo contro il coyote e cade ferito o morto, chissà dove, il Nicio Aquino… e come sotterro il coyote, se precipita giù per il burrone, e come restituisco l’anima a Nicio Aquino?». Un’ulteriore conferma alla sua convinzione viene da un messaggio ricevuto dall’ufficio telegrafico, nel quale si comunica la scomparsa del corriere regolare Dionisio Aquino con due sacchi di corrispondenza e si informa che è stato emesso un mandato di cattura. Ilario «non poteva dormire… anche per la storia del corriere che continuava a passeggiargli per il corpo… cominciava in uomo e finiva in coyote…».  Al ritorno, evita di passare per la montagna dove aveva incontrato la bestia.

    Le due forme dell’uomo e dell’animale tutelare possono anche “stare in scena” contemporaneamente: si narrano infatti casi come quello del giaguaro che sbarra una strada di montagna all’uomo suo doppio per evitargli un pericolo che lo attende lungo la via.

   Sembra di poter concludere che la fonte dello sdoppiamento “nagualistico” è la divinità che ha assegnato all’uomo l’alter ego animale, ovvero, secondo il modo di vedere del cristianesimo introdotto dagli Spagnoli, il demonio che ispira una così stolta credenza.

  

   Alcune opere letterarie dell’Ottocento illustrano bene questo concetto di doppio.

   La più importante, sotto questo profilo, di tali opere è Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde  di Robert Louis Stevenson, del 1886. La trama è fin troppo nota perché se ne debba fare più che un cenno. Lo stimato e morigerato dottor Jekyll scopre nelle sue ricerche scientifiche un filtro, bevendo il quale si trasforma in un essere ripugnante che dà sfogo a tutti i più bassi istinti umani, arrivando fino all’omicidio. La trasformazione è reversibile, in quanto Jekyll, bevendo una nuova dose della pozione, riprende il suo aspetto normale ed il suo posto nella società; ma egli, per l’irrefrenabile desiderio di continuare la sperimentazione o, più probabilmente, perché inconsciamente ha preso gusto al male, continua periodicamente nell’assunzione del filtro conducendo così una doppia vita, finché la trasformazione diventa irreversibile ed Hyde, sospettato dalla polizia di avere ucciso Jekyll, si suicida.

   In questo romanzo ci sono tre aspetti interessanti sotto il nostro angolo visuale: il primo è che, con dieci anni di anticipo rispetto alle teorie psicanalitiche (il termine “psicoanalisi” è usato per la prima volta da Freud nel 1896), l’autore evidenzia nel protagonista una doppia personalità, che può leggersi come la compresenza nelle stesso soggetto di pulsioni di vita e di morte e la repressione, in Jeckyll come in ogni uomo, degli istinti malvagi che invece esplodono in Hyde, incarnazione del lato oscuro di ciascun essere umano.

   In questa chiave di lettura, balza alla vista il parallelismo con l’altra opera letteraria ottocentesca fondamentale sul tema dello sdoppiamento, ossia Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890-91), nel quale la dialettica, anziché attraverso la contrapposizione tra due distinti personaggi, si svolge tra il protagonista e il suo ritratto: mentre l’aspetto di Dorian rimane perennemente giovane, quello del ritratto registra un progressivo imbruttimento e decadimento, specchio di quello morale. In entrambi i casi la fine è tragica e il male porta alla morte, come richiedeva la morale ottocentesca alla quale era opportuno attenersi per evitare la censura.

   Il secondo aspetto interessante nel romanzo di Stevenson, pur se può a prima vista apparire marginale rispetto alla nostra indagine, è, in contrapposizione con lo scientismo imperante quale eredità e sviluppo dell’Illuminismo del secolo precedente, quello della critica alla scienza, che vuole trascendere i limiti imposti da Dio per avventurarsi in terreni pericolosi: sotto questo secondo aspetto, il paragone va fatto con Frankenstein or the modern Prometheus di Mary Shelley del 1818), in cui non a caso il protagonista è un dottore che, attraverso i suoi esperimenti vuole arrogarsi, addirittura, l’attributo di Creatore e di Signore della vita e della morte, che spetta soltanto a Dio. In questo caso, la scienza funge da “detonatore” per far esplodere il lato oscuro della personalità, quello che potremmo chiamare “il doppio criminale”.

   Il terzo aspetto (ma primo in ordine di importanza) è che siamo di fronte a una categoria nella quale ci siamo già imbattuti a proposito di dèi e di uomini: l’individuo e il suo doppio. Non a caso gli studi di Jekyll  e la sperimentazione che fa su di sé partono dal desiderio di approfondire la duplicità dell’essere umano: duplicità che nel romanzo viene a manifestarsi con uno sdoppiamento in due diversi personaggi, l’uno metamorfosi dell’altro: una trasformazione che viene perseguita volontariamente e reversibilmente in vista della finalità di dare libero sfogo agli istinti repressi dalla morale e dalle convenzioni sociali.

   Giungiamo così al Novecento, l’epoca del sorgere e dell’affermarsi della scienza psicanalitica attraverso le opere di Freud, Jung, Adler e dei loro seguaci. Questa scienza interpreta la metamorfosi come «espressione del desiderio, della censura, dell’ideale o della sanzione, che emergono dal profondo dell’inconscio e prendono forma nell’immaginazione creatrice», precisando che, pur nella nuova forma, si ha una «unità fondamentale dell’essere, le cui apparenze sensibili hanno solo un valore illusorio o passeggero; i cambiamenti di forma non sembrano influire sulla personalità profonda, che conserva  in generale [quindi non sempre] il suo nome e il suo proprio psichismo».

   Rimanendo nel campo della letteratura come veicolo di trasmissione che assicura nel tempo la vitalità del concetto o credenza del “doppio” nel suo aspetto di metamorfosi, vogliamo concludere con la citazione di un famoso racconto di Franz Kafka del 1915, intitolato, appunto:  La metamorfosi.

   Tra le varie chiavi di lettura, onirica, surreale, simbolica, allegorica, addirittura sociologica, alle quali si presta ed è stata sottoposta un’opera così complessa e “moderna”, sembra più confacente al nostro assunto quella psicanalitica. La trasformazione del protagonista, svegliatosi una mattina trasformato in un grosso insetto ripugnante, è una metamorfosi ovviamente discendente (in essere inferiore), involontaria ma consapevole perché la nuova forma assunta conserva il suo psichismo precedente; essa è altresì irreversibile, in quanto si risolve solo con la morte. Non è indotta da volere divino o diabolico né da magia, ma si configura come autogena  ancorché involontaria, avente cioè radice a livello inconscio nelle profondità della psiche del protagonista stesso e in particolare in un oscuro senso di colpa. Essa sembra infatti interpretabile, sulla base delle circostanze di contorno narrate, come l’autopunizione di un uomo il quale, schiavo del suo modesto lavoro che non gli concede tregua,  non si sente realizzato, che ha già un rapporto difficile con i suoi familiari e che, nella nuova condizione nella quale inusitatamente si ridesta, è tormentato dalla impossibilità di nascondere il proprio nuovo stato e di recarsi al lavoro per provvedere alle necessità della famiglia, di cui avverte l’ostilità crescente - pur con diverse sfumature: si pensi all’ atteggiamento inizialmente pietoso della sorella - espressa dalla segregazione nella sua stanza che i familiari gli infliggono per nascondere quello che loro appare  come un segreto vergognoso, augurandosi la sua morte, e dal lancio contro di lui, da parte del padre, di una mela che gli si incastra nel dorso e che causerà la sua fine. Segue l’assuefazione graduale al nuovo stato, che ha come altra faccia un progressivo perdere terreno sul piano della voglia di vivere, finché non sopraggiunge la morte. Freud parlerebbe della pulsione di morte che viene a prevalere su quella di vita a causa di un male radicato nell’inconscio: della duplicità di ogni essere umano emerge qui il lato oscuro, distruttivo.

   E’ così che questa Metamorfosi diventa metafora dell’alienazione, dei conflitti interiori irrisolti e dell’angoscia, che caratterizzano il nostro tempo.

 

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