La “sperduta”

La campana detta “la sperduta” ai Musei vaticani

The 21st of September, clouds were brewing , Londra pareva una neonata lavata e profumata, il cielo terso d’un azzurro schietto, le strade un bucato fresco ben stirato dopo giorni d’uggia piovigginosa, l’aria champagne solleticava le narici, si respirava a  polmoni pieni l’inizio dell’autunno.

“My Lady, your chariot awaits!”,Tell George, I’ll be right down, Mary” rispose Mrs Aurora Jenkins, un minuto dopo era sul carro col suo piccolo bagaglio, lo shire abbassò il capo prendendo il trotto in direzione di Canterbury.

Aurora J. era una nobildonna londinese, padre ufficiale al servizio degli York fino alla morte sul campo di Riccardo III, poi Lord Jenkins s’ era ritirato, così narrava, fedele alla dinastia, non accettando di servire i Tudors quando sulla guerra delle Due Rose comparve la didascalia The End. Aurora, nomen omen, era di aristocratica bellezza intinta nel miele dell’eros femminile quel tanto da non esser mai volgare ma sufficiente a sciogliere la fantasia dei suoi ammiratori che erano in tanti. La vita è davvero strana quando una perla finisce in pasto a un cane, suo marito Charles era di buon nome accompagnato da numerose proprietà ma era ricco per usura, industria di famiglia, drogato dal Caronte del possesso, stringeva al collo i bisognosi col nodo scorsoio degli interessi. Qualcuno, anche di nobile ma squattrinato lignaggio, s’era appeso davvero ad ina trave per uscire da quel girone infernale, tanto meglio perché lui faceva strike dei beni del defunto, lasciando vedove con prole sulla strada, una vergogna.

Non che il peccato fosse ignoto alla Jenkins family ma pecunia non olet, papà Anthony amava l’ozio mondano, la caccia alla volpe, i party dove sfoggiare cultura e ilarità, erano le carte della sua vanità tanto amata dalle signore pruriginose in cerca di un “amico”. Le rendite, nel tempo, s’erano fatte magre, occorrevano robusti ricostituenti così il matrimonio tra Aurora e Charles venne sponsorizzato con entusiasmo. D’altronde quel giovanottone aveva dato prova di saper mettere a frutto il proprio patrimonio, era un bell’uomo robusto, con due baffi neri alla Clarke Gable, parlava poco e lo faceva solo per coltivare i cari affari, era insomma un tipo che offriva sicurezza e poco male se aveva 15 anni più della promessa sposa. Matrimonio d’interessi, Charles prese la gestione di tutti i beni degli Jenkins concedendo al vecchio un discreto vitalizio per continuare la vita spensierata, sua suocera, donna assai devota, gli lasciò nelle mani quel che restava della dote, la secondogenita Elisabeth, affetta da asma coniugata ad altri continui malanni sconosciuti ai medici del tempo, finì in un cottege

di campagna con la scusa di respirare aria buona. Aurora e Charles non avevano figli, lei era convinta fosse una maledizione per la professione maritale, a lui poco importava, un maschio già ce l’aveva da un precedente matrimonio, rimasto vedovo aveva incamerato le proprietà della consorte morta a soli ventisei anni.

Era solito rincasare molto tardi per curare fino alla virgola i propri affari, ma una sera, dietro l’angolo, si scontrò con un ubriaco declamante la Bibbia “Chi è generoso diventa ricco, chi disseta sarà dissetato”. (Proverbi 11:25) costui gli chiese del denaro, Charles lo scansò con forza e quello lo pugnalò alla schiena, frugò veloce, impaurito, nel vestito, trovò un sacchetto di monete, via a gambe, inciampò, si rialzò, riprese a correre barcollando, scomparve nella nebbia.

Il carretto era arrivato a Canterbury, l’appuntamento con gli altri pellegrini era all’Abbazia di S. Agostino, da lì si partiva verso Roma seguendo la Francigena descritta dall’arcivescovo Sigerico, si attraversavano i campi della valle di Elham per guadagnare infine Dover con le sue bianche scogliere, di lì si traghettava la Manica fino a Calais nella terra dei Franchi.

Aurora non era da sola con se portava un bagaglio di problemi avvolti con il panno della fede ereditata da mamma Agnese, la fresca vedovanza, il vuoto della maternità, una gravidanza, l’unica, andata a male, un figlio non suo da allevare, Elisabeth sua sorella costretta a letto, il padre morto in un’alcova non proprio cristianamente, il peso enorme d’ amministrare i beni ben sapendo come erano venuti. Ma tutto questo non era stata la molla per mettersi in cammino in quel Giubileo del 1550, c’era dell’altro, c’era la fragilità del suo cuore che finalmente aveva conosciuto la gioia dell’amore, ancora casto, fatto di ricami sugli sguardi, di dolci parole. Una carezza, ecco una carezza aveva accesso il suo animo, poi la condizione di vedovanza aveva frenato ogni altro gesto, perciò quel cammino le parve l’unica prova per capire a fondo i suoi sentimenti o meglio il daffare.

Sarebbero trascorsi quasi sei mesi prima di tornare a Londra, un tempo lungo per sedimentare il groviglio di pensieri, mettere alla prova quella fiammella accesa, verificare se Arthur l’avrebbe attesa.

Staccare la spina questo ci voleva con la follia di chi cerca quel granello di senape da piantare perché ha bisogno estremo d’ una vita nuova mente gli altri restano al chiuso nelle loro tane, aspettando un mattino di salvezza che non arriverà mai.

Il cammino dei pellegrini contava circa due milioni di passi, c’erano più di 1800 Km da coprire tra vastissime pianure, poi colline fino a Pontalier per prendere a salire la barriera delle Alpi passando per Losanna, proseguire fino al passo del S. Bernardo ed entrare in terra savoiarda, poi giù, giù guadagnare la pianura padana, risalire per le Alpi Apuane e da lì puntare dritti verso Roma.

Occorsero più di 80 giorni a motivo del tempo e della salute di diversi pellegrini, qualcuno restò indietro a farsi curare, qualcun altro mollò l’impresa per tornarsene a casa, comunque erano in tanti, ovunque passasse la carovana si ingrossava, si aggiungevano altri fedeli tutti diversi per lingua o dialetto, età, condizione sociale. Penitenti armati di fede ma non eunuchi, per cui la bella Aurora, per evitare guai s’era travestita da suora, di lei si scorgeva solo il viso incorniciato dal soggolo.

Finalmente fu Roma, l’Arcibasilica di S. Pietro era in piena costruzione, si vedevano ancora i resti della facciata di quella d’epoca costantiniana, fatta tirar giù dal Papa Giulio II, il piazzale era un cantiere, materiali, argani, operai al lavoro, si respirava polvere di… santità. Di Papa Giulio III quei pellegrini non scorsero traccia, troppo impegnato a risollevare le sorti della Chiesa dopo la Riforma e Roma si leccava ancora le ferite dei lanzichenecchi.  A guidare quei stanchi pellegrini c’erano due domenicani, non solo preci davanti alla tomba di S. Pietro ma anche ristoro presso le mense dei conventi, un po’ di sano riposo prima di prendere il cammino per le sette chiese, confessare i peccati, accostarsi all’Eucarestia acquistando la sospirata indulgenza. Il serpente dei pellegrini si spinse fin fuori le mura, ultima tappa, prima del tramonto, la Basilica di S. Paolo, lungo il cammino passarono due uomini a cavallo, uno dei domenicani, rivolto ai fedeli, gridò: “guardate è Michelangelo, sì è proprio lui! Il Papa gli ha concesso la doppia indulgenza. Beato Buonarroti”, Aurora riuscì a scorgerlo, fu un momento fotografato di un ricordo prezioso.

A S. Paolo c’era un confessore inglese così la nobildonna potette vuotare il suo sacco non solo di peccati ma anche di pene, il dialogo fu lungo prolungandosi oltre la Messa, infine l’assoluzione poi il sacerdote le chiese se voleva prender l’ostia in disparte perché il rito vespertino era concluso e la gente già sciamava dalla chiesa. Presa la comunione Aurora si fermò a pregare, aveva tante, troppe cose da chiedere, s’immerse nel suo cuore, le immagini giravano una dopo l’altra tra angeli e fantasmi, finché avvertì un tepore, sì, che quel fiore lasciato in Inghilterra era maturo per sbocciare.

Provò un sollievo enorme, d’improvviso si avvertì leggera più d’una farfalla, corse all’uscita della basilica per incontrar le stelle, era l’ultima fedele, il grande portone si richiuse.

Era buio di già, non c’era più nessuno, un brivido di spavento le corse lungo la schiena, prese a camminare ma non c’erano luci, cercava di ricordare la via percorsa ma tenebre, paura, il latrar dei cani, i racconti su zingari e briganti, la portarono, come fuor di se, a vagare senza meta.

Stanca, terrorizzata, la povera Aurora andando quasi a tentoni, s’avvide d’una lucina fioca, fioca, accesa all’angolo d’un casolare deserto, sotto c’era una piccola edicola della Madonna con Bambino, lei sorrideva mostrando il frugolino. Si buttò in ginocchio a pregare chiedendo ausilio a quella mamma: “Dammi un segnale, ti prego, aiutami, listen to me, listen to me, please”.

Restò un poco in silenzio, unico suono il suo singhiozzo, poi udì il suono forte di una campana, veniva da lontano ma non s’arrestava, si drizzò in piedi, riprese a cercare la strada del ritorno e più sì avvicinava e più quel suono in do s’udiva chiaro, ben distinto. Passo dopo passo arrivò a porta Latina, passate le mura si sentì a casa mentre la campana non cessava di suonare, sembrava dirle “Vieni”, continuò a camminare seguendo lo scampanio dolce, sempre più dolce, finché si ritrovò davanti a S. Maria Maggiore, era arrivata, lo spavento s’era decisamente sciolto, quella rosellina rossa riprese a profumare i suoi pensieri, fissò l’orologio della chiesa, erano le due. Passata la notte sotto il porticato, di buon mattino con la prima funzione, entrò nella basilica che già di corsa aveva visitato, corse in sacrestia a depositare la sua testimonianza del fatto miracoloso accaduto. L’anziano domenicano chiamò stupito il superiore perché non capiva l’inglese ma aveva compreso che la signora parlava di qualcosa di straordinario, padre Mario l’ascoltò attentamente, prese le sue mani per calmarla restando attonito davanti all’offerta della dama. “I will offer to this church part of my wealth to thank the Vergin Mary (Offrirò parte delle mie ricchezze a questa chiesa per ringraziare la Vergine Maria), ma voi in cambio farete suonare ogni notte, alle due, quella campana” e così fu.

Il campanile di S. Maria Maggiore ne ha cinque di campane, da quel giorno la più grande fu chiamata “la sperduta” e suonava ogni notte alle due in punto per ricordare l’ora in cui Mrs. Aurora Jenkins era arrivata miracolosamente davanti alla chiesa.  Col tempo quella grossa campana fu sostituita da Papa Leone XIII con una ancor più antica, mentre l’originale è conservato nei Musei vaticani. Per non disturbare il riposo dei romani del rione Monti “la sperduta” però non rintocca più alle due ma alle 21 ed ancor oggi tutti i giorni.

C’è una versione più laica di questa leggenda, si narra d’una bimba pastorella, allontanatasi a pascolare il gregge, perse la strada del ritorno smarrendosi per l’agro romano. Per aiutarla a ritrovare la via perduta, si decise di lanciare un suono forte alla campagna essendo ormai notte inoltrata e i genitori disperati. Ma la pastorella non tornò più indietro, ancor oggi la si aspetta, per ricordare la leggenda “la sperduta” la chiama comunque ad ogni sera.

Emanuele Casalena

NB. Il testo è una libera rielaborazione di questa leggenda romana.

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