“Nicolò Manetti Cusa, la scuola economica Hallesista ed il pensiero economico e sociale di Don Orione” di Girolamo Alagna Cusa

Il recente rinvenimento di una lettera a sostegno dell’Hallesismo, del settembre 1933, inviata da don Orione al Ministro Guido Jung, durante il periodo in cui guidava le Finanze (1932-1935), ci offre lo spunto per esaminare con più compiutezza l’essenza del pensiero economico e sociale Hallesista, attraverso l’azione di Nicolò Manetti Cusa, uno degli esponenti di spicco del movimento, sia in termini di elaborazione scientifica che di divulgazione della dottrina.
L’Hallesimo, sebbene oggi ignorato, per buona parte dei primi decenni del ‘900 fu oggetto di attenzione, ma anche di silenzi da parte governativa e dell’ambiente accademico e più di tutto di ostilità ed accese polemiche, palesandosi in un contesto politico incompatibile con le idee del movimento.
La dottrina economica Hallesista è una scuola economica italiana (1905-1943), nata dall’idea del ragioniere genovese Agostino Maria Trucco (1865-1940), che, nel 1893, viaggiando a scopo di studio per l’Europa, giunse a Parigi ed ebbe occasione di visitare il Mercato di alimentazione (Halles) della città.
A.M. Trucco immaginava da tempo una organizzazione commerciale internazionale la quale si avvalesse del notevole progresso raggiunto non solo nei trasporti terrestri e marittimi ma anche e soprattutto nei rapporti tra le nazioni.  
Ispirandosi al funzionamento dei mercati parigini, quindi, si propose di regolare gli scambi e la produzione mondiale attraverso una Camera di Commercio mondiale Fondazione Universale Hallesint (halles = mercati e int = internazionali), fiancheggiata da borse anch’esse internazionali.
Aveva elaborato un congegno quanto mai perfetto per l’organizzazione degli scambi internazionali, perfetto da tutti i punti di vista: burocratico, merceologico, giuridico, contrattuale, assicurativo, ecc. e aveva preso in esame tutte le merci che potessero essere oggetto di scambio, allo scopo di elaborare contratti tipo a clausole unificate, che avrebbero ridotto a zero, o a semplici e rapide vertenze arbitrali, ogni controversia. 
A questo punto comprese che era urgente e improrogabile affrontare il problema monetario, senza del quale ogni suo programma sarebbe stato incompleto, anzi illusorio. 
Egli riconobbe che, mentre è vero che i prodotti si scambiano con i prodotti, e la moneta, esaurito il suo compito, resta eliminata, è altrettanto vero che la moneta nell’operazione di scambio ha funzionato come strumento di misura del valore e quindi, se questo strumento dà misure inesatte, variabili, nel tempo e nello spazio, si creeranno necessariamente ingiuste sperequazioni e disastrose ingiustizie. Se anche il denaro è una merce di scambio, sarà necessario sottoporre anche il denaro all’esame merceologico.  Trucco intraprese questo esame, e ben presto si accorse che “la merce” moneta era ammalata, gravemente ammalata. L’apparente stato di floridezza che godeva allora la moneta aveva varie ragioni profonde, storiche ed intrinseche alla natura della moneta stessa.
La momentanea stabilità reciproca dei cambi mascherava in quell’epoca l’epidemia, in quanto tutte insieme le monete erano vittime di un collettivo deperimento. Un esame appena sommario dell’aumento dei prezzi (in denaro) nel secolo XIX dimostra infatti la costante, incessante svalutazione delle monete europee. La parità aurea che si protrasse fino al 1914 in quasi tutte le nazioni, dava la sensazione di una stabilità nel valore delle monete, che invece si svalutavano tutti i giorni. Ma nessuno se ne accorgeva, dato appunto il loro legame con l’oro, il quale a sua volta si svalutava a causa della sua crescente e incessante produzione mondiale.
A.M. Trucco che aveva scritto numerosi volumi sull’Hallesismo “commerciale” (oltre duecento pubblicazioni complessivamente), accentuò la sua prolificità di scrittore per la diffusione dell’Hallesismo “monetario e finanziario”, giungendo alla formulazione di una moneta internazionale di conto, denominata hallis, a cambio fisso rispetto alle monete dei vari paesi e svincolato dall’oro e all’uso di strumenti finanziari mondiali “Cartelle e Assegni”, sicuri e prontamente esigibili.
Nicolò Manetti Cusa aderì con entusiasmo al programma Hallesista sin dal 1922, quando era stata costituita l’Unione Hallesista Italiana.
Nato a Palermo nel 1885 dal noto arabista e professore di Paleografia presso la Regia Università di Palermo Salvatore Cusa - Amari e da Agata Manetti Orsini, N. Manetti Cusa si formò alla Scuola di Ingegneria dell’Università di Palermo, conseguendo la laurea nel 1907.
Manetti Cusa, pur avendo in comune con il padre una formazione umanistica arricchita, per quanto lo riguardava, dagli studi di ingegneria intrapresi, condivideva anche un comune interesse, che esulava dai rispettivi ambiti di studio, per l’economia e la finanza.
Nel 1874 Salvatore Cusa aveva pubblicato un saggio intitolato “La Solidità delle operazioni di Borsa sotto il Rapporto economico, morale e giuridico”, apprezzato dal Garnier nel Journal des Economistes come “vive, savante et originale”.
E’ quindi comprensibile come, venuto a contatto con la Scuola Italiana di Hallesismo, lo studioso palermitano si dedicasse con slancio all’approfondimento della materia economica e finanziaria, rivolgendo il proprio interesse allo studio e allo sviluppo delle teorie del movimento.
Come apprendiamo da una pubblicazione del 1932 intitolata “La redenzione economica. L’Hallesismo”, Maglione Editore, Succ. E. Loescher & C., Roma, nel 1924 l’associazione disponeva di “una rivista mensile ed un giornale settimanale esclusivamente hallesisti, che contavano già circa tremila abbonati” e precisamente la collezione dei giornali: Basta!, Hallesint, La separazione e la Rivista di Sociologia Hallesista.
In questo trattato, dopo aver esposto le teorie del movimento e la storia del sorgere della Fondazione Hallesista, nel capitolo intitolato Il valore spirituale dell’Hallesismo poneva in risalto che il suo sfondo culturale è quello dell’attivismo sociale cristiano che valorizza la scienza economica positiva come possibilità di operare al fine dell’evoluzione dei rapporti economici nella società.
Nel saggio “Hallesismo” pubblicato, per le Edizioni Maglione, Succ. E. Loescher & C., Roma 1937, Manetti Cusa, esaminava i fattori della produzione: capitale, lavoro e impresa, che definiva la “triade”, evidenziando i caratteri che deve possedere l’impresa moderna. L’Hallesismo, esaltando l’Impresa, vero motore dell’economia, salva del Capitalismo e del Comunismo tanto quanto basta per ricostruire il mondo economico.  L’Impresa, terzo termine tra il Capitale ed il Lavoro, elevata dall’Hallesismo a soggetto dell’economia, concilia i due avversari, li “affratella e li fonde in un unico abbraccio fecondo”.
Manetti Cusa nel 1928 aveva scritto “Pace economica”, pubblicato dalla Editrice e Tipografia Artigianelli di Venezia, di proprietà della Congregazione di don Orione.
 In questo saggio, Manetti Cusa sosteneva che, con la “soluzione” hallesista, la guerra tra classi e tra nazioni, sradicata fin dal profondo, privata del suo perenne alimento, l’ingiustizia economica, sarà vinta non più da una nuova guerra sempre più distruttiva, ma dalla pace, dalla pace economica, presupposto assolutamente indispensabile della pace sociale e internazionale.
Il timore che deflagrasse una nuova guerra, permanendo lo status quo delle regole economiche e finanziarie allora in vigore, era sempre presente negli scritti di Trucco e condiviso da Manetti Cusa.
Fin dal 1928, nel suo libro “La paura di arricchire”, Trucco aveva ammonito gli Italiani a riflettere ed aveva scritto testualmente: “Senza un grande fatto nuovo capace di creare un nuovo stato di cose economico-fiscale, fatalmente e al più tardi entro il 1938-39, scoppierà la grandissima guerra mondiale in gestazione”. Come previsto, l’1 settembre 1939, con l’invasione della Polonia, scoppiò il terribile secondo conflitto mondiale.
Altrettanto risoluta fu la sua attività di promotore delle idee del movimento, come si apprende dalla lettura del volume “La redenzione economica. L’Hallesismo” (pag.195), dove Manetti Cusa scriveva che per vincere l’indifferenza manifestata dalla Scienza Ufficiale: “gli hallesisti: Comm. Cittadini, Principe Don Mario Colonna, Avv. Di Domenico e Ing. Manetti Cusa depositavano nelle mani del Notaio Venuti in data 14 aprile 1923 la somma di lire cinquecentomila, sfidando personalmente i principali esponenti, in Italia, dell’Economia Politica e della Banca a confutare il progetto Hallesint. Per le modalità della sfida si lascia arbitro, senza riserve, il presidente del Tribunale di Roma” E concludeva “La sfida venne notificata a sette professori e banchieri e pubblicamente letta e illustrata nel teatro Eliseo di Roma, davanti un pubblico imponente. Nessuno rispose!”.
Risulta che don Orione ebbe relazione prolungata nel tempo con Manetti Cusa, incontrato frequentemente sia in Italia che durante la sua permanenza in Argentina, dove frattanto il professionista palermitano si era trasferito per intraprendere una iniziativa industriale. 
I rapporti tra le due personalità furono sempre improntati da sentimenti di stima e apprezzamento reciproco e in una lettera del 27 novembre 1937 don Orione scrisse a Manetti Cusa: “Non dubiti che Dio l’assisterà e coronerà i suoi sforzi”.
Queste notizie vengono confermate dal contenuto della lettera del 1933, inviata da don Orione a Guido Jung, dove veniva segnalato l’ing. Nicolò Manetti Cusa, come apprezzato e stimato esponente del movimento, all’attenzione del Ministro, per essere ascoltato, con esame analitico, sulla proposta Hallesista, nella contingenza in cui il sacerdote vedeva “l’umanità in pena in mezzo a dolori infiniti che né leggi speciali né beneficenza riescono sufficientemente a lenire”.
Per quanto non vada tralasciato che, nel volume intitolato “La redenzione economica”, nel capitolo Il calvario hallesista, Manetti Cusa ricordasse che “Era stato chiesto anche l’interessamento del Governo Italiano - Ministro F.S Nitti - per quanto l’Hallesismo sia evidentemente e necessariamente estraneo alla politica” ed aggiungeva di essere stato ricevuto, da S.M Vittorio Emanuele III Re d’Italia, in lungo colloquio insieme ad altri dirigenti della Unione hallasista d’Italia e che al termine del colloquio il sovrano aveva formulato i migliori voti per il suo successo.
La lettera a Guido Jung, una minuta dattilografata, fronte e retro, con molte correzioni di pugno di don Orione, è stata resa pubblica di recente da don Flavio Pelosi, parroco della parrocchia di Santa Maria Dei e “postulante generale” della Congregazione, studioso di cultura orionina, nell’ambito della mostra documentale “Quando il grosso era una moneta e la Cassa era una banca”, tenutasi dal 14 gennaio al 12 marzo 2017 a Tortona.
Di seguito il testo come risulta dopo le correzioni:
 
A S. E. l’On. Guido Jung Ministro delle Finanze, Roma.
Eccellenza, Mi fò ardito scrivere a V. E. dopo lunga meditazione, veramente con poca speranza logica di vedere accolta la mia preghiera, ma sento che ho grande fede. Ho fede in Dio e nella saggezza di V. E. che abbia a dare qualche importanza alle parole all’umile preghiera di un povero sacerdote che V. E. non conosce forse neppure di nome, ma che invocato lume da Dio, osa attirare l’attenzione di V. E. sopra un argomento apparentemente estraneo al suo ministero di anime, alla carità cui ha dato la vita, sopra una proposta finanziaria, di utilità sociale che, a quanto gli risulta, V. E. già conosce in qualche modo.
Mi permetto dunque di scrivere e di sperare. Eccellenza, l’hallesismo, oggetto di immeritata persecuzione giudiziaria, afferma di avere una parola di conforto e di pace da offrire all’umanità, oggi tanto dolorante e sfiduciata. I suoi assertori mostrano una fede ed una tenacia così profonde e così sentite, che mi pare non possano essere frutto di ignoranza e di illusione.
Da qualche tempo ho voluto guardarvi addentro, e vi ho trovato grande elevatezza di ingegno e sconfinato desiderio di bene. Conosco (da tempo) alcuni degli esponenti del movimento: ho parlato a lungo e con parecchi studiosi e competenti, e tutti mi hanno dichiarato di non esservi alcuna obbiezione concreta da muovere a quella dottrina, sorta in Italia. Intanto gli hallesisti tutto offrono, e nulla chiedono. Ma a loro si risponde dalla scienza, dalla banca e dalla stampa con la congiura del silenzio. In privato moltissimi ne parlano con simpatia, pubblicamente, invece, non è possibile ottenere neppure una critica demolitrice: nulla il silenzio! Intanto all’estero lo si studia e sì fa strada e va in onore. Si lascerà prendere la mano? Uno degli esponenti del movimento: l’ing. Manetti Cusa, che amo ed apprezzo da tempo, mi ha ripetutamente dichiarato, che, se potesse parlare con V. E. sarebbe sicuro di chiarire quelle perplessità, che forse, impediscono a V. E. di apprezzare nel suo giusto valore l’hallesismo. Vorrebbe V. E. concedere questa udienza? E, se non lo crede, potrebbe, almeno, delegare un funzionario di alta capacità, che faccia, in contraddittorio con gli hallesisti, un esame analitico della proposta hallesista? Da una parte io vedo l’umanità in pena, in mezzo a dolori infiniti che né leggi speciali, né beneficenza riescono a sufficientemente lenire: dall’altra vedo lo slancio e la fede con cui gli hallesisti del nostro Paese affermano di potere offrire una soluzione alla crisi sempre incalzante, e mi domando: Perché non ascoltare tutte le voci, specialmente quelle che vengono da anime giovani, ardenti e generose? che già trovano eco anche in Paesi lontani?
Vorrà V. E. darmi il grande conforto di una risposta incoraggiante?
Che Iddio vegli su lei, sul Duce, sull’Italia!
 
Non sappiamo se l’iniziativa di don Orione nei confronti di Guido Jung abbia avuto seguito, anche in considerazione che già agli inizi del 1934 si erano manifestati i primi contrasti con la visione di Mussolini riguardo lo “stato imprenditore”, credendo il ministro delle Finanze che lo stato non potesse sostituirsi completamente al mercato. La crisi ebbe come epilogo, nel 1935, la destituzione di Jung dall’incarico.
Il tema, che nella lettera non venne affrontato da esperto o tecnico di economia, è del tutto nuovo nello studio delle vicende storiche di don Orione e pertanto riveste risvolti di grande interesse per la comprensione del pensiero del fondatore della “Piccola Opera della Divina Provvidenza”.
Infatti, il carattere della lettera è soprattutto etico, di giustizia e di benessere sociale e l’atteggiamento che traspare dal testo sulla fondamentale questione delle regole dell’economia internazionale è utile per richiamare l’attenzione sul fatto che la carità pastorale e la responsabilità civile hanno anche una dimensione e un’attuazione politica ed economica.
Queste convinzioni erano state da lui maturate durante la fase di espansione dell’opera orionina, al termine della prima guerra mondiale, con la fondazione di collegi, di colonie agricole ed opere caritative e assistenziali, sia in Italia che all’estero (Buenos Aires, san Paolo del Brasile, Santiago del Cile). Don Orione intuiva che le opere caritatevoli, per quanto fossero utili ed alleviassero le condizioni di molte persone bisognose di aiuto, non fossero sufficienti senza un progetto globale che poggiasse su di un ordine sociale più giusto di cui il bene economico è parte essenziale.
E dunque don Orione, per mezzo della dottrina economica dell’Hallesismo, riteneva fosse possibile dare un’attuazione a dimensione più umana della formale prassi economica; in altre parole per lui era possibile cambiare le regole del gioco, dando attuazione pratica alle teorie del movimento?
Nel saggio “La redenzione economica”, nel capitolo intitolato Il valore spirituale dell’Hallesismo, lo studioso palermitano affermava che il “miglioramento intellettuale, morale e spirituale, deve fondarsi sul miglioramento materiale” e concludeva che “il miglioramento economico è quindi, per noi, intrinseco elemento di elevazione sociale”.
D’altra parte, relativamente al contenuto della dottrina hallesista, Manetti Cusa riteneva che non fossero teorizzazioni astratte, elaborazioni tecniche fine a se stesse, ma che il rinnovamento del sistema monetario-creditizio internazionale, secondo il pensiero dello studioso, si iscriveva nel contesto di una teoria etica dell’economia che aspirava all’equità sociale.
Certamente Don Orione doveva essere convinto che la proposta dell’Hallesismo meritasse attenzione se, come riferisce don Flavio Pelosi, nel settembre 1933 scriveva all’onorevole Raimondo Manzini, che diventerà direttore dell’Osservatore Romano: “Ella rimarrà sorpreso, che don Orione La venga ad interessare di cosa che sembra così lontano da noi: ma questa azione la faccio dopo di aver invocato umilmente Dio e perché convinto che un grande sollievo Dio vuol dare agli uomini con l’Hallesismo, in questa prova dolorosa che le nazioni attraversano”. E nella lettera inviata a Guido Jung evidenziava di aver sottoposto L’Hallesismo all’attenzione di numerosi studiosi e specialisti della materia, e “tutti mi hanno dichiarato di non esservi alcuna obiezione concreta da muovere a quella dottrina”.
In un suo articolo, pubblicato sul periodico Realtà economica del 1 aprile del 1946, il professionista palermitano, rievocando i primi contatti con don Orione, ricordava che, in principio: “il mio libro La Redenzione Economica rese dubbioso don Orione. Egli volle leggerlo e rileggerlo. Lo rividi dopo un anno. Mi disse che aveva fatto studiare l’Hallesismo da persone assai competenti ed autorevoli e nessun errore, neanche lieve, era stato riscontrato. Don Orione mi promise il suo appoggio”.
Ma il cammino del movimento era irto di difficoltà e già nel giugno 1924, sotto il governo fascista appena istauratosi, malgrado non trattasse attività finanziarie, venne sciolto e le pubblicazioni periodiche soppresse.
Seguì un lungo contenzioso, che vedeva imputato Trucco per truffa continuata; accusa poi estesa agli hallesisti più impegnati nella diffusione della dottrina, Ing. Mannetti Cusa, Avv. Di Domenico, Ing. Baronci, ai quali erano state conferite le cariche di Presidente ed Amministratore delegato, con l’imputazione di correità.
Senza entrare in merito alla penosa vicenda giudiziaria, che Don Orione nella lettera a Jung giudicava come “immeritata persecuzione giudiziaria”, e che Manetti Cusa riteneva il “calvario hallesista” basti dire, per brevità, che l’epilogo fu di assoluzione di tutti gli imputati, con sentenza in appello del 1928, nel cui dispositivo si affermava la buona fede degli imputati.
Nel 1937 l’autorità politica tentava una nuova strategia, ordinando alla procura del Re di fare arrestare A. M. Trucco come demente e di internarlo in manicomio; ma anche questa accusa non resse all’esame medico.
Evidentemente il contesto economico e politico degli anni “30 non permetteva l’attuazione del programma Hallesista. Nel mondo, infatti, nei primi decenni del secolo XX erano nel pieno auge i nazionalismi economici e politici e d’altro canto il carattere pacifista dell’Hallesismo mal si conciliava con i forti venti di guerra che allora soffiavano in Europa.
D’altra parte la convinzione degli economisti e dei responsabili della politica monetaria, pur non trovando erronea l’essenza della dottrina hallesista, la ritenevano non applicabile alla realtà contingente.
Scomparso A. M. Trucco, nell’aprile del 1940, l’intuizione di questa scuola economica venne rilanciata e furono fatti vari tentativi per diffonderla.
Manetti Cusa continuò per alcuni anni, con nuove pubblicazioni scientifiche e numerose conferenze in Italia e all’estero, anche in Argentina, a diffondere le idee hallesiste, anche se frattanto l’internazionalizzazione dell’economia e della finanza si avviava a prendere una strada diversa da quella sperata da don Orione e dagli hallesisti.
Da ultimo, l’affievolirsi delle ideologie ha significato la fine della giustizia e della collettività, lasciando spazio a un liberalismo inesorabile e senza limiti; ed il capitalismo, senza argini, ha prodotto una società dominata dall’individualismo, dall’egoismo e dalla guerra di tutti contro tutti
E dunque, oggi, si interroga don Flavio Pelosi, come sperare e muoversi verso una globalizzazione dell’economia e della finanza, che sia giusta e solidale, e non quella incontrollata governata dai poteri economici ed autoreferenziale, senza principi, senza regole di giustizia sociale?

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