Racconti d’amore e di odio: l’attualità della narrazione in “Jeli il pastore” di Verga e nella “alla zappa!” di Pirandello; commenti di Giovanni Teresi

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La passione di Jeli il pastore – G. Verga 

 

Jeli il pastore, di Verga, è la storia di un mancato inserimento del giovane nella società che procede attraverso una serie di scontri con la realtà e che vedono uscirne sconfitto l’ingenuo e buono protagonista.

Jeli giovanissimo è orfano di entrambi i genitori. La mancanza di affetto e di punti di riferimento lo fanno crescere solo in un mondo spietato che riserverà altra sofferenza.

La storia dell’umile guardiano di animali si svolge sullo sfondo di una Sicilia agreste ed ancestrale ed il protagonista vive in un rapporto esclusivo con il mondo naturale. È in questo microcosmo protetto ed illibato che Jeli bambino intesse un’amicizia con Don Alfonso, figlio dei signori del luogo, e con Mara, una ragazzina anch’essa di estrazione contadina.

“Jeli, il guardiano di cavalli, aveva tredici anni quando conobbe don Alfonso, il signorino; ma era così piccolo che non arrivava alla pancia della bianca, la vecchia giumenta che portava il campanaccio della mandria. […] Il suo amico don Alfonsino, mentre era in villeggiatura, andava a trovarlo tutti i giorni … a Tebidi, e divideva con lui il suo pezzetto di cioccolata, e il pane d’orzo del pastorello, e le frutta rubate al vicino.”

Jeli è una figura tipica del mondo dei campi. Egli si meraviglia quando “don Alfonsino”, l’amico nobile e benestante, gli spiega che lui sa leggere e scrivere. Al trascorrere degli anni, Jeli mantiene l’ingenuità infantile e si innamora di Mara, figlia di Massaro Agrippino, un guardiano di terreni. Il legame tra i due, che dura dall’infanzia, deve fare i conti con le difficoltà economiche delle rispettive famiglie: Jeli perde il padre, compare Menu, a causa della malaria, mentre la famiglia di Mara deve trasferirsi a Marineo (un paesino presso Palermo) perché è stata licenziata dal padrone delle loro terre.

Il passaggio dal mondo contadino a quello urbano modifica i rapporti tra Jeli e Mara; il primo conserva intatto il suo amore ingenuo per la ragazza, mentre la seconda si fidanza con un massaro locale seguendo la legge non scritta della “roba”, che sovrappone ai sentimenti la necessità di migliorare la propria condizione economica.

In occasione della festa di san Giovanni, Jeli non vede l’ora di rincontrare Mara, confidando ingenuamente di poter vedere corrisposti i propri sentimenti. L’occasione si rivela in realtà una atroce beffa: mentre egli sta conducendo una mandria di animali in paese per onorare un importante contratto, perde per un incidente lo “stellato”, un puledro “che valeva dodici onze come dodici angeli del paradiso!” e che deve essere soppresso dopo essere precipitato in un burrone. Oltre alla vergogna del licenziamento, Jeli deve subire pure l’onta di partecipare alla festa con Mara e con il fidanzato di lei, massaro Neri.

Mentre Massaro Agrippino procura un nuovo lavoro a Jeli come guardiano di pecore, scoppia lo scandalo che impedisce il matrimonio programmato di Mara: la ragazza ha infatti una relazione con don Alfonso, cui “ripara” sposando Jeli, che l’accetta nonostante i pettegolezzi su di lei.

La scena del matrimonio è ancora filtrata dall’ingenuo punto di vista del ragazzo:

“Massaro Agrippino infatti disse di sì, e la gnà Lia mise insieme presto presto un giubbone nuovo, e un paio di brache di velluto per il genero.  Mara era bella e fresca come una rosa, con quella mantellina bianca che sembrava l’agnello pasquale e quella collana d’ambra che le faceva il collo bianco […]. Quando Mara disse sissignore, e il prete gliela diede in moglie con un gran crocione, Jeli se la condusse a casa, e gli parve che gli avessero dato tutto l’oro della Madonna, e tutte le terre che aveva visto con gli occhi”.

La tragedia però incombe: Jeli, nonostante le voci che circolano, non vuole credere al proseguimento della relazione tra la moglie e don Alfonso. Eppure, quando quest’ultimo invita Mara a ballare durante una festa paesana, Jeli reagisce obbedendo ad un suo atavico senso di giustizia e di vendetta:

“Tutt’a un tratto come vide che don Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella d’oro sul panciotto, prese Mara per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto.
Più tardi, mentre lo conducevano dinanzi al giudice, legato, disfatto, senza che avesse osato opporre
 la menoma resistenza: “Come” diceva “non dovevo ucciderlo nemmeno?… Se mi aveva preso la Mara!…”

Il giovane si era illuso di aver trovato un po’ di serenità con il matrimonio che diventa invece causa di nuovo dolore, a dimostrazione che ogni tentativo di migliorare la propria condizione è destinato sempre al fallimento.

 

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                    Pirandello 

 

Pirandello si avvale, invece, dell’immagine della Terra Madre feconda e purificatrice che si rivela essere sempre un porto sicuro presso cui approdare come dimostra il racconto “Alla zappa!” una storia di prete pedofilo, dove un padre tenta di salvare il figlio dalla rovina morale .

Il vecchio Siroli è un uomo che ha sempre coltivato duramente la terra restandole fedele per tutta la vita anche quando ciò lo ha messo di fronte a situazioni tragiche. Molti dei suoi cari infatti sono morti di malaria, contratta proprio a causa delle malsane condizioni in cui lavoravano. Grazie ad una grande forza spirituale egli riesce a superare i lutti resistendo con tenacia.

La fede in Dio gli infonde il coraggio necessario per andare sempre avanti con la convinzione che l’amara sorte che lo lega ai suoi terreni sia il frutto di una volontà superiore.

La religione della terra si configura così come spiritualità biblico- patriarcale in quanto Siroli occupa una posizione centrale di guida all’interno della famiglia. Egli cerca di trasmettere l’importanza del sacrificio e dell’accettazione del proprio destino a chi gli sta intorno come un vero e proprio patriarca. In quanto tale si ritrova anche a dover punire colui che sbaglia per ristabilire l’ordine spezzato. Niente sembra poterlo scalfire se non il grave delitto di cui si macchia il figlio Giovanni, sacerdote che viene accusato di aver circuito e sedotto dei bambini. Il contadino prova vergogna e disprezzo per l’atto compiuto proprio dal ragazzo che fino ad allora era stato solo motivo d’orgoglio. In passato la famiglia intera si era infatti sacrificata per farlo studiare in seminario ed una volta presi i voti tutti erano felici. Il padre soprattutto nutriva grande stima e ammirazione per lui ritenendo la vocazione un dono a Dio.

Il protagonista si sente infatti doppiamente tradito perché quel terribile reato non solo è stato commesso da suo figlio, ma anche dall’uomo che credeva essere vicino a Dio e quindi puro.

Il sentimento da sempre provato lascia così spazio al dolore ed alla rabbia:

“Considerava la propria vita intemerata, quella della sua vecchia compagna,e non sapeva farsi capace come mai un tal mostro fosse potuto nascere da loro, come mai si fosse potuto ingannare per tanti anni, fino a crederlo un santo. E s’era inteso di farne un dono a Dio! e per lui, per lui aveva sacrificato gli altri figliuoli, buoni, mansueti, divoti; gli altri figliuoli che ora zappavano là, poveri innocenti, non ben rimessi ancora dalle ultime febbri. Ah, Dio, così laidamente offeso da colui, non avrebbe mai, mai perdonato. La maledizione di Dio sarebbe stata sempre su la sua casa. La giustizia degli uomini si sarebbe impadronita di quel miserabile, scovandolo alla fine dal nascondiglio ov’era andato a cacciare la sua vergogna; e lui e la moglie sarebbero morti dall’onta di saperlo in galera.”

Nonostante il vescovo abbia messo a tacere la cosa e sia pronto a trasferire il prete in un altro paese il contadino non intende perdonare. Anzi egli ritiene che sia necessaria una punizione per cercare di espiare le colpe del figlio e questo percorso di purificazione deve passare per la terra.

Giovanni torna a casa e sotto l’ordine del padre si spoglia della tonaca per impugnare una zappa che simboleggia il riscatto.

Il contatto con la terra dunque annulla il male inflitto agli altri e si rivela essere l’unica possibilità di salvezza per il peccatore.

Nel finale Siroli infligge la condanna al figlio con parole e gesti molto duri:

“ Giù! Aspetta. Lì c’è una zappa. E ti faccio grazia, perché neanche di questo saresti più degno. Zappano i tuoi fratelli e tu non puoi stare accanto a loro. Anche la tua fatica sarà maledetta da Dio! Rimasto solo, prese la tonaca la spazzolò, la ripiegò diligentemente, la baciò; raccattò da terra la fibbia d’argento e la baciò; la calotta e la baciò; poi si recò ad aprire una vecchia e lunga cassapanca d’abete che pareva una bara, dov’erano religiosamente conservati gli abiti dei tre figliuoli morti, e, facendovi su con la mano il segno della croce, vi conservò anche questi altri, del figlio sacerdote-morto. Richiuse la cassapanca, vi si pose a sedere, nascose il volto tra le mani, e scoppiò in un pianto dirotto.”

La punizione rappresenta un ritorno alle origini per chi ha perso la strada della virtù precipitando nel baratro come accade al personaggio di questa storia.

“Alla zappa!” offre un chiaro esempio del valore simbolico che la terra assume nella novellistica pirandelliana diventando, insieme alla luna, una delle figure archetipiche principali nella raffigurazione del mondo contadino. Emergono i rapporti magico- sacrali con la Grande Madre propri di una comunità arcaica e primitiva che si lega indissolubilmente all’ambiente in cui vive.

Pirandello, che ha vissuto la delusione storica propria della sua epoca, il disagio della modernità, la crisi dei valori sui quali era fondata la civiltà occidentale, non poteva rimanere insensibile a una tale offesa dell’essenza evangelica, personificando la propria ripugnanza e il proprio pessimismo nel disgusto e nella disperazione del vecchio mezzadro, simbolo di una perduta ingenuità e onestà d’altri tempi, unico volto senza finzione. Nella sua prima ideazione, questa novella doveva intitolarsi “Il sacerdote”. Pirandello, invece, ha cambiato il titolo in “Alla zappa!”, affidando la radicalità della propria condanna della pedofilia all’icasticità della battuta con il quale il vecchio padre impone al figlio pedofilo di tornare al sudato lavoro dei campi. Si tratta di un richiamo alla fatica e all’eticità del lavoro dei campi che è allo stesso tempo citazione biblica e collegamento alla saggezza popolare per la quale l’ozio è proverbiale padre di ogni vizio.

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