"Sulla situazione della poesia oggi in Italia" di Lucio Zinna

 

Prossimi al conseguimento del primo ventennio della centuria che stiamo attraversando, pare opportuno chiedersi cosa stia accadendo oggi, nel nostro Paese, nel variegato mondo della poesia. Quali parametri del secolo scorso possono essere considerati appartenenti a un passato ancorché recente? Cosa permane? Fino a che punto possiamo dire di essere usciti o  stare per uscire dal Novecento? 

     Possono intanto darsi per consolidate o sufficientemente recepite certe acquisizioni della ricerca neo-avanguardistica, in particolare degli anni Sessanta e Settanta, quali, ad esempio: l’espansione dell’aria segnica; gli inserimenti nel testo poetico (all’occorrenza anche a vasto raggio) di quelli che una volta si sarebbero appellati termini “extra-artistici” (come se qualcuno avesse codificato quali potessero essere quelli “artistici” propriamente detti); le distorsioni sintattico-lessicali, quanto meno a scopo di maggiore incisività del “prodotto poetico” (come si prese anche l’abitudine di dire, al posto di quel che una volta si sarebbe chiamato “dettato poetico”).

     Va considerata inoltre la persistenza – tuttavia con tendenza al   ridimensionamento – di una certa cripticità (di maniera, in quanto non sempre giustificata, una sorta di cripticismo), responsabile, fra l’altro, di aver alienato una grossa fetta del cosiddetto ‘pubblico’ della poesia. Tale persistenza, laddove ancora si registri, rientra in una chance derivata, appunto, da uno dei mitemi delle neoavanguardie, secondo le quali la ricerca dell’originalità debba passare necessariamente attraverso una diffusa, anche fine a se stessa, non-comprensibilità del testo, figlia, a sua volta, dell’avversione – esplicita o sotterranea – manifestata nei riguardi dei contenuti in quanto tali. Avversione pressoché netta nel cosiddetto neoformalismo,1 il cui culto della “forma” rendeva orrifico ogni transito anche involontario verso un “contenuto” quale che fosse. Facilmente (e fatalmente), assieme ai significati spariva la loro significazione (termine da considerare non tanto nell’accezione semiotica quanto piuttosto in quella originaria intesa da Francesco d’Assisi o dallo stesso Dante), riferita a quella peculiare quidditas della parola poetica capace di esaltare il significato e spingersi oltre.

     Si ebbe una sorta di «depurazione anti-comunicativa», come ha avuto modo di dire Alfonso Berardinelli, il quale ha lucidamente osservato: «Quasi senza rendersene conto, ipnotizzati da un’autorità teorica che defi­niva la lingua poetica come lingua che fugge dalla discorsività, dal­l’emotività e dalla rappresentazione, la maggior parte dei giovani autori che hanno cominciato a pubblicare dagli anni settanta in poi non hanno varcato i confini e i recinti ristretti fissati dall’este­tica formalistica e dalle avanguardie informali: secondo cui, in poe­sia, tutto era possibile, tutto era concesso, fuorché dire qualcosa2

     Oggi pare che la poesia vada orientandosi verso nuove modalità di «trasparenza» (per usare un’espressione cara a Paolo Valesio, che ne parlò già attorno alla fine degli anni ’90)3. Una “trasparenza”, possiamo aggiungere, che il tempo trascorso ha reso più consapevolmente elusiva sia delle gratuite alchimie sia del consueto, del convenzionale, da sempre nemico della poesia. Ci si muove verso una comunicabilità né ostentata né mortificata, esente da gratuite frantumazioni del linguaggio, in certo senso autoreferenziali, facendo salve invece quelle finalizzate al raggiungimento di un preciso effetto compositivo, con accostamenti imprevisti, capaci di sorprendere il lettore. Dunque, né l’improntitudine di chi cela troppo per darsi maggior tono né la strada (agevole in apparenza, in realtà impervia) del non celar nulla, del ‘dire tutto’, con il facile rischio di scadere nell’ovvio. In poesia, come nell’arte in genere, va ribadito come ogni percorso sia da considerare positivo ove consenta esiti che si connotino per originalità, che configurino un unicum irripetibile. Poesia collocabile, dunque, oltre i propri instrumenta.

     Il poeta è colui che giunge da dove nessuno lo attende. Sa che la parola poetica è plasmabile come l’argilla. Sa che la fluidità del verbum è comparabile a quella fluviale, ma sa anche che l’acqua necessita di un alveo in cui  possa scorrere, in mancanza del quale sarebbe destinata alla dispersione. E sa, ancora, che di quell’acqua e di quella fluidità bisogna controllare gli argini.

     L’arte – non è novità – non può che consistere nella forma, ma questa, a sua volta, non può consistere in un’astrazione pura, in una perdita di contatto col reale, in una mancanza di relazione con esso. Il fundus da cui astrarre non può che essere costituito dalla concretezza. Etimologicamente “astrarre” deriva da “ab trahere”. E da cosa “trarre” se non dal reale, dal concreto? La forma non può che essere forma di qualcosa che le consenta di essere, tautologicamente, quella che è. Il fiume e il suo letto, il liquido e l’ampolla, il mare e il suo fondale.

     È proprio considerando la “res” che si può pervenire, attraverso la parola poetica, a cogliere l’essenza delle cose, a ‘leggere’ in esse oltre l’apparenza, a disvelare – per l’appunto – ciò che il dato fenomenico cela. E da qui spingersi ad estrarre l’essenza stessa dell’essere e di ciò che può trascenderlo. Dall’ab trahere all’ex trahere. Dall’ostacolo, dal recinto, possibilmente fino all’illimite, quale punto di arrivo, attinto per progressivo superamento (o improvvisa illuminazione, per un particolare insight, come in poesia può accadere e accade). 

      Tutto ciò pare si stia “riscoprendo” oggi in modo nuovo. Un ritorno, dunque, al “dire qualcosa”, purché – come sempre – ne valga la pena.  In questo ribaltamento il rapportarsi e distanziarsi del nuovo secolo dal precedente, quel Novecento letterario, con le sue grandezze e le sue miserie, le sue realizzazioni e le sue precarietà. Globalmente considerato, dunque nei suoi aspetti positivi e in quelli negativi, il Novecento, nelle lettere e nelle arti, va considerato un grande secolo, ricco di opere eccezionali di cui l’umanità non potrebbe più fare a meno (e, va detto per inciso, benché l’assetto storico-letterario, in Italia, sia in buona parte ancora da riscrivere). Tanto, fortunatamente, a dispetto di un parallelo e costante filo rosso che in buona parte, più o meno intensamente, lo ha percorso, consistente nel fascino del brutto (con vasti exempla in specie nelle arti plastiche e figurative e nell’architettura), avvertito spesso senza rendersene conto o variamente camuffato. Bisogna avere il coraggio di dirlo. (Vero è che non sempre risulta così netto il discrimine tra bello e brutto, che il primo può presentare aspetti stucchevoli e il secondo sollecitanti, ma in complesso appare difficile capovolgere quest’asse; ognuno sa, alla fin dei conti, dove tanto l’uno quanto l’altro abitino di casa).

     Questo ancor giovane secolo sta cercando, forse altrettanto inconsapevolmente, difficoltosamente comunque, di affrancarsi da tutto ciò. La poesia sta facendo la sua parte. E mentre le statistiche puntano l’indice su una costante diminuzione, nel nostro declinante Paese, dei lettori (le persone che leggono almeno un solo libro all’anno sono una minoranza, raggiungono appena la quota del 46%; sono ancor meno, assai meno, quelle che scelgono di leggere un libro di versi, benché aumenti, per converso, la cosiddetta “moltitudine poetante”), la poesia si accinge a farla, questa sua parte, nonostante il rischio di un ingresso in una dimensione catacombale, che potrebbe essere allarmante, ma che, nella radicale eccentricità che la contraddistingue, potrebbe financo rivelarsi sferzante e rigenerante.          

 

NOTE

1. Principio già contestato a Palermo nel 1965 dai giovani del “Gruppo Beta” (1965-1970), con adesione critica e dialogica al Gruppo 63.

2. Alfonso Berardinelli La poesia verso la prosa. Controversie sulla lirica moderna, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p.14.

3. cfr. Paolo Valesio, Fantasma di poesia futura (per un’estetica della poesia italiana di oggi-domani), in: Inonija, n°8-9, dic. 1990 - giu.1991.

 

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