Tommaso Romano, Alchimia della polvere (Ed. All'Insegna dell’Ippogrifo)

Raccolta di aforismi di Tommaso Romano, poeta e scrittore di solida militanza, attento studioso, neoumanista, operatore culturale tra i più attivi in terra di Sicilia. E all’aforisma e dedicato il primo pensiero dell’A., tra quelli graficamente posti in evidenza, implicitamente chiarendo senso e fine della pubblicazione: «L’aforisma e una scheggia esistenziale per meditare, interrogandosi. E una delle forme essenziali della sintesi che, se percepita in breve tempo, può radicarsi come sostanza superiore di critica e accolto come visione». (p. 17) Tuttavia sarebbe riduttivo limitare ai soli aforismi, nella loro classica configurazione, la silloge, avvalendosi essa, quale variegato mosaico, anche di meditazioni non necessariamente rapide, mai prolisse e sempre incisive, nonché di squarci lirici, di osservazioni di carattere etico ed estetico e perfino di qualche bordata polemica. Con mirabile sintesi, i vari frammenti (se così vogliamo chiamarli, a dispetto della loro compiutezza) si svolgono in una sorta di tapis roulant, con occhio rivolto alla contemporaneità e alla perennità in loro costante correlazione. La realta circostante, osservata con uno sguardo rapido ma mai superficiale, e infine riversata come in efficienti frantoi dai quali si cerca di ricavare quanto più possibile non effimeri succhi vitali.
L’A. chiama i suoi, in sottotitolo, «aforismi attuali», laddove la “inattualità” e determinata da una “attualità” scevra dai condizionamenti epocali, considerata al netto, per così dire. Un’attualità «inattuale» in quanto osservata sub specie aeternitatis e in quest’ottica il passato riversa i suoi effluvi sul presente, con esso proiettandosi verso un futuro sperabilmente migliore. Dunque non sterile culto della tradizione ne acritica esaltazione del nuovo (‘neofilia’, come ebbe modo di appellarla Konrad Lorenz). Solo un presente depurato dalle sue frivolezze e un passato realmente degno di memoria riescono a coniugarsi in un eterno presente, materiando il nostro esistere, al di là del transeunte.
Ogni particula di quest’opera va considerata nella propria dimensione, affinché ne scaturiscano istanze di rinnovamento, al di là della “polvere” menzionata in titulo, metafora di molteplici sfaldamenti, sopravvissuti in un inestinguibile pulviscolo. Con la polvere conviviamo, di essa siamo fatti e ad essa converremo quando sarà, come ammonisce la Genesi e come l’A. rammenta in un illuminante scritto, in appendice, sul titolo scelto. E la lectio che emerge da queste pagine, che paiono nate per caso, complice la fluidità di scrittura, e invece sono quintessenza di riflessione e sensibilità, con peculiare attenzione al tempo nel suo eraclitiano fluire. Osserva non a caso il Nostro: «La nostalgia, il ricordo, la memoria possono essere catene dolci e pure necessarie per non annullarsi nel presente. Restano pero catene, se si paralizzano le idee, le aspirazioni, se si mortificano i sentimenti nello schiavistico feticismo, nel culto ossessivo del passato, che sarà anche stato dorato e felicemente sentito e ricordato come tale, ma resterà comunque irripetibile. La morte dell’anima e stanca, come la mancata trasmutazione che dal passato ci pone già nel presente per qualche spiraglio nuovo da
aggiungere.» (p. 50)
In una virtuale seconda parte troviamo un “Autoritratto feroce” (anch’esso annunziato in sottotitolo), in cui l’A. traccia un ampio profilo di se stesso. E sempre difficile parlare di se, possibile solo nel segno, come dire, del pane al pane e vino al vino. E quel che fa Romano e il suo autoritratto e “feroce” proprio per lo spassionato scavo interiore, la schiettezza e la lealtà verso il proprio mondo e quello altrui, anche a rischio di rendersi o apparire urticanti. Un testo esemplare, da gustare nella sua interezza; qui, possiamo concederci solo qualche fugace lacerto: «Parlo in discreto italiano e detesto gli “attimini” e soprattutto la prostituzione della nostra lingua a favore di anglicismi non sempre opportuni e simili. Virus che ha infettato anche l’Accademia della Crusca, un tempo rispettabile. Apprezzo soavemente i dialetti che intercalo anch’io, ma non li farei studiare nelle scuole» (p. 87); «[…] ho una visione che può far confondere gli immacolati puristi falsi umanitari, i salvatori della terra tecnolatri dipendenti, in contraddizione il più delle volte, a cominciare dal proprio vissuto privato, i moralisti da strapazzo che predicano uguaglianza e non aiutano neppure i vecchi genitori, magari salassandogli senza pieta averi ed eredita o confinandoli in perpetuo in ospizi d’esilio, fino alla fine, in realtà troppe volte silenziosamente sperata come una liberazione dall’obbligo.» (p. 89) (red.)
 
da: "Quaderni di Arenaria", collana diretta da Lucio Zinna, nuova serie vol. 17, Bagheria (PA), Ottobre 2019

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