Tommaso Romano, "Marginalia" (Ed. CO.S.MOS.) - di Giovanni Teresi

“Ai bordi si può stare e osservare meglio sia ciò che si svolge al centro, sia ciò che l’universo ci fa intravedere dell’oltre e immaginare ciò che è a noi ignoto.”  

Prof.Tommaso Romano

 

È  da questa citazione nella Prefazione al testo “Marginalia” di Tommaso Romano, che inizia la disamina esplicativa del concetto storico-letterario del termine Marginalia.

Oggi la pratica di personalizzare i libri con sottolineature, etichette e appunti è tornata molto popolare anche grazie ai social network.

In passato, nei codici miniati medievali (tra il XII e il XIV secolo), i margini si trasformavano in uno spazio figurativo autonomo e spesso surreale, dipinto da amanuensi e miniaturisti.

Non si trattava di semplici "scarabocchi", ma di un linguaggio visivo complesso per allegorie morali, giochi d'ingegno tra amanuensi o valimmediati sfoghi di creatività al di fuori della rigidità del testo sacro. Questa originaria arte marginale si chiama marginalia, e gli studiosi ancora oggi discutono sul suo significato: parodia sociale, valvola di sfogo, o semplice gioco visivo?
Da qualche tempo a questa parte, gli storici indagano le annotazioni a margine, non soltanto nel senso letterale: indagano quello che per secoli è stato fuori fuoco rispetto alle grandi narrazioni cosiddette ufficiali, o, ancor meglio dominanti, eppure lascia traccia.

Con una definizione che fa propria la prospettiva di chi crede di stare al centro, questa è la cosiddetta marginalità. Una parola che porta con sé una volontà di onnicomprensione e insieme una dichiarata parzialità: dice chiaramente che il mondo lo si sta guardando da una prospettiva precisa che si suppone essere il centro. 

Difficilmente i cosiddetti marginali lasciano tracce di loro spontaneità. Qualcuno deve intercettarli, deve interrogarli per uno scopo preciso. Qualcuno deve osservarli e notare in loro una traccia della loro incatalogabilità, per poterli, infine, catalogare. Qualcuno deve provare curiosità o compassione per loro, e, per provare ad aiutarli, tentare di farsi dare spiegazioni. Qualcuno deve provare a salvarli, estorcendo dalle loro bocche una richiesta di aiuto o di perdono. Così facendo, quel qualcuno provoca un fenomeno paradossale: fa sì che una traccia di questi individui resti. 

I libri come gli esseri umani sono soggetti a una richiesta di definizione della loro identità; devono essere letti ed interpretati, e se la scrittura è anche terapia, anche la visione che viene a trarsi può essere di qualche lenimento, conferma o dissidenza che può ulteriormente provocare.

Continua nella sua Prefazione il Nostro che “ Le note a margine senza ambizioni potrebbero, con Pascal, farci continuare a scommettere sul senso che ogni esistenza ha di non annegare oltre i margini”.

I grandi scrittori sono stati nei secoli anche prolifici annotatori, spesso con uno scarsissimo rispetto per il libro che vedevano come oggetto da vivere e usare.

Il più assiduo di tutti  è Edgar Allan Poe, che spiega come scrivere sui libri pensieri e riflessioni rappresenti un dialogo aperto con l’autore a distanza di tempo e la più alta forma di rispetto.

Tra coloro che hanno lasciato traccia di sé anche nei libri altrui c’è Samuel Yaylor Coleridge: poeta, filosofo e annotatore seriale, a giudicare dal numero di volumi che riportano la sua calligrafia: più di 700 con oltre 8 mila note.

Nel club degli annotatori c’è anche Voltaire, ma per necessità pratiche: in carcere durante la reclusione afflitto da carenza di carta, usa i margini dei libri che ha a disposizione per scrivere alcuni brani e opere.

I testi scelti dal Prof. Tommaso Romano in “Marginalia” vivono una loro autonomia che tendono alla polifonica cromia dell’organicità come condizione di e in margine rispetto al centro, di limite, fra il mare e la terra, di confine, di corsia di emergenza, anzitutto esistenziale per il piacere di voler raccontare cocci, studi, lampi, illuminazioni e disincanti.

Così, negli “Otto Pensieri per Liberi Apoti” il Nostro ha sottolineato significativi pensieri storico-pedagogici e filosofici, che in breve, per una attenta marginalità, ho riassunto:

 

“L’autentica educazione e formazione della singolarità votata allo spirito critico, ridotto a banalissimo relativismo,dovrebbe contraddistinguere l’originalità dell’umano, quello vero. Per affrontare la residualità del contemporaneo, ci vorrebbe una ripartenza dai fondamentali.

Annegata nell’indistinzione la politica e le dottrine, la filosofia si è rivolta a ruolo debole e marginale dell’analisi dell’esistente, con sullo sfondo la dittatura di lobby finanziarie e tenutarie di mode e opinioni dominanti. Non resta allora un grande margine all’educazione anche esistenziale: rispetto della vita e della irripetibilità personale, rifiuto della violenza morale e fisica e dai condizionamenti psicologici indotti … La riconquista della civiltà della dimensione umana, etica, sentimentale e spirituale è quindi affidata alla continua e interrogante autoformazione fra chi indica e chi vuole sapere …”

“Meglio la sincerità che l’artificio. L’amicizia potrà diventare salda nella confidenzialità reciproca purché non oltrepassi la soglia della monotonia  del piagnisteo sterile. Scindere ogni attimo per raggiungere un traguardo è una conquista assai incerta, sia di ordine spirituale e/o materiale,ed è fare un torto al tempo, allo spazio della vita.

Sciogliere le corde, i legami infruttuosi e pesanti non è avventurosa insensatezza, è piuttosto l’unico modo possibile per dare  un senso compiuto all’autotrascendenza che rafforzi l’inscindibile unione corpo/spirito … Mettetevi al cospetto di Dio, o degli Dei, senza eccessiva agitazione, senza piegare troppo la testa arrovellandovi la testa.”

Nelle arti visive e contemporanee il concetto di "marginale" è stato spesso recuperato nell'arte moderna e contemporanea per dare voce a ciò che sfugge al canone ufficiale, alle correnti sommerse o a una totale libertà espressiva slegata dalle logiche di mercato (come in mostre ed esperienze collettive intitolate proprio Marginalia).

Prendiamo come esempio il Liberty che riscopriva il vegetale e il floreale come novello Roccocò; il tetragono  e possente Umbertino (Vittoriano compreso); il Futurismo innovatore al contempo da Boccioni all’aeuropittura. Parafrasando Nietzsche, è proprio l’arte, la musica, uno slancio per il ritorno alla salute.

Per l’attuale distruzione delle emergenze architettoniche e la sottovalutazione pubblica del bene artistico e monumentale, della scomparsa del sacro dagli edifici nuovi di culto religioso, il Prof. Tommaso Romano pone all’attenzione in Marginalia il testo:“La città nel tempo della complessità”

(Renato Mambor – L’osservatore)

Dare una definizione di città dovrebbe comportare una idea, una visione di società e di comunità. La città è una sfida connessa al globale. La città con il suo cuore storico, il suo centro economico-finanziario è la periferia anonima e spesso disumanizzata, violenta oppure onestamente laboriosa.

Resta di attuale monito quanto Platone sosteneva nella descrizione della città come “pascolo” che condiziona e alimenta la crescita e deve, quindi, essere organizzata in modo “nutriente” e “sano”, anche attraverso un controllo dei costruttori. Il ‘diritto alla città’ presuppone, ancora con Platone, l’architettura come terapia dello spazio.

Infine è importante rilevare il pensiero del filosofo Tommaso Romano dalla sua intervista su “L’Arte senza confini”: “Il grande poeta come il grande pittore è frutto anche di un tempo, così come in tempi non sospetti io ho difeso il Barocco quando il Barocco era snobbato. Per me il Barocco è stato sempre di straordinaria importanza. A volte sono state distrutte chiese intere barocche, palazzi interi, così come sono state distrutte palazzine Liberty. Ho sempre amato il Liberty. Ogni cosa ha una sua importanza, ogni seme è importante”

“Se non c’è la tensione spirituale non c’è l’arte, non c’è la poesia. La poesia è il tentativo di dare voce all’anima, di dare voce al profondo, ed è sempre insufficiente. Chi sapeva cos’era Diasmascien nel linguaggio ermetico, titolo di una prima compiuta, matura raccolta di poesie? Naturalmente l’isola Diamascien è nel linguaggio mito-ermetico che rappresenta tutta una serie di elementi fondamentali: dei fiori di bronzo, l’anima dei fiori di bronzo e naturalmente quel nome è diventato reale, non è un’invenzione. Così come è accaduto per Thule. Chi è che sapeva cosa era Thule? Nel 1971 non lo sapeva quasi nessuno. L’isola del mito, l’isola bianca, l’estrema Thule era il mito della perfezione.

La memoria  è importante perché evoca la poesia. La letteratura è fondamentale. Ho una visione della vita, anche della filosofia, del mondo, e la prima cosa che ho sempre sperimentato è quella di studiare gli autori che erano lontani da me. Ognuno di noi ha potenziali semi di verità, ha dei semi

di positività che deve mettere insieme nella dimensione, anche della costruzione della vita e del mondo. Tutti siamo poeti? No. Non tutti poeti nel senso che poeticamente fa i poeti, non scrivere poesie.” (Tommaso Romano)

“La luce d’un verso che rifà il verso alla vita intermittente, subdola, disarmonica all’apparenza e pienamente irradiata d’una luce interna non sempre è comprensibile a coloro che non sentono la Voce d’anima mundi. La parola resta nel seno e nel senso ultimo di ciò che hai donato; un soffio di vento purissimo e lieve, uno sguardo pietoso e implorante il seme  dei semi che ci obbliga a ripensarci oltre ogni ovvietà.” (da  … scrivi il lamento di Dio e le rovine intorno: Alda Merini)

 

 

 

 

 

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