Un doveroso ricordo del "preside" Giuseppe Cottone

di Nicola Romano - Il 15 settembre del 2009, alla considerevole età di 104 anni, concludeva la sua vita terrena il professore Giuseppe Cottone (o meglio, il “preside” Cottone, com’egli amava essere appellato), insigne studioso ed attento critico letterario. Nato ad Alcamo il 3 giugno del 1905, trascorse una vita piena di iniziative, di proposte culturali e di agoni letterari che lo portarono a confrontarsi su temi ed opinioni con alcuni dei maggiori esponenti della letteratura del Novecento, da Giuseppe Petronio a Leonardo Sciascia, da Giorgio Saviane ad Alberto Asor Rosa. Un elemento che ha contraddistinto l’opera di Cottone è stato il grande senso di umanità e d’ispirazione cristiana che mise in atto in ogni suo pensiero e in ogni sua scrittura. Sin dal 1932 insegnò nei licei classici, diventando poi preside in alcuni istituti di Castellammare del Golfo, di Alcamo, di Bagheria e di Palermo.

Nel 1950, nella sua cittadina natia, fondò l’Accademia «Cielo d’Alcamo» con l’intenzione di valorizzare i più illustri uomini di Sicilia, richiamando ben presto l’attenzione di letterati e scrittori di ogni parte della penisola. Fondò pure il periodico «Lo frutto» che, oltre a diffondere l’attività del sodalizio, favorì la pubblicazione di saggi critici e storici dai quali emerse il valore della ricerca in campo regionale. Altro fiore all’occhiello dell’Accademia fu la «Lectura Dantis siciliana» attraverso la quale si volle richiamare, come affermò lo stesso Cottone, “il sorgere della civiltà letteraria che ebbe in Cielo la sua prima voce e in Dante la più concreta espressione”. L’enorme vitalità del Centro si concretizzò, inoltre, nella rivista «Poesia Nuova».

Ad Alcamo si dedicò pure ad opere di socialità cristiana, dedicando il proprio contributo all’Asilo Antoniano, all’Assistenza Vincenziana e ad alcuni istituti scolastici. Anche a Castelvetrano, di cui  fu cittadino onorario, il Cottone lasciò la sua impronta, avendo promosso nel 1983 il Centro internazionale di cultura filosofica «Giovanni Gentile» e avendo donato al “Circolo della gioventù” la sua biblioteca composta da più di tremila volumi. Nel corso degli anni la sua abitazione palermitana fu una sorta di «cenacolo» dove accorsero  intellettuali, poeti e narratori. Da ricordare, in particolare, i suoi scritti su Cielo d’Alcamo, Lanza, Mignosi, Gentile, Borgese, Cesareo, Gozzano, Pirandello, nonché i volumi dedicati anche ad autori viventi e che s’intitolano EPIFÀNIE (1985), ECHI (1988), I DONI (1992).

Da profondo studioso, dopo essere venuto a contatto con i vari generi della poesia e con i suoi autori, sicuramente spronato dall’effluvio dei versi divorati, ad un certo punto decise di dare spazio anche al proprio «sentire» e nel 1989 pubblicò la raccolta dal titolo Paesana che compendia, fra gli altri, una serie di testi giovanili. Nel 2001 diede alle stampe la silloge Mi sveglierò e nel 2002 vide la luce Veni foras, volumetti tutti a cura dell’Accademia di studi da lui fondata.

Da ricordare, infine, che in onore dei suoi cent’anni, l’editrice Sellerio pubblicò nella sua collana «Quaderni di poesia» la raccolta Nugae, termine latino che sta ad indicare “inezie, piccole cose”, così come amava definirle il Cottone, con l’umiltà che lo contraddistingueva. Tale raccolta è composta da poesie tratte dai volumetti precedenti nonché da una serie di testi inediti in cui l’evento memoriale e il pensiero di morte prevalgono su tutto quanto il dettato poetico, che in buona sostanza sta a rappresentare un dialogo fra l’autore e la propria anima, un’anima che ha ascoltato e filtrato gli avvenimenti più intimi del proprio “carico” di vita. Un dialogo composto e genuino che si articola con l’ausilio di quei sentimenti più profondi spesso tralasciati da buona parte di poesia contemporanea; è un gioco di specchi in cui ad un’immagine o ad un ricordo personale corrisponde poi il profilo di un pensiero immateriale e di riflessioni traboccanti di consolante umanità, tra la tenera innocenza del «fanciullino pascoliano» e tra un pensiero di morte vissuto come un dono di quotidiana resurrezione, sull’onda sempre di una convinta ispirazione cristiana che rimane a connotare il pensiero e l’opera di Giuseppe Cottone.

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