“Il grande mito morale e civile del Poverello di Assisi nei Fioretti trecenteschi e oggi” di Maria Nivea Zagarella

La figura di Francesco d’Assisi per mitezza, umiltà, semplicità ha attirato da sempre poeti, artisti, studiosi, pellegrini. L’enciclica di Papa Bergoglio Laudato si’ (2015) e la scelta  stessa del nome Francesco (2013), per il dichiarato coraggioso progetto di “una Chiesa povera e per i poveri”, hanno rinvigorito in questo secondo decennio del terzo millennio l’attualità della spiritualità francescana, su cui torna ora anche il libro Francesco il ribelle di padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale e direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi. Nella enciclica Papa Francesco indica San Francesco come modello di cuore universale e di ecologia integrale: Viveva -scrive- in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura, e con se stesso. La sua povertà, austerità, stupore della creazione erano -aggiunge- rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio, oltre che attenzione particolare verso i più poveri e abbandonati… In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore.

La biografia di padre Enzo Fortunato vuole invece restituire l’itinerario personale di scoperta e identificazione totale del Santo con Cristo in croce, dalla giovinezza mondana alla conversione, alle vicende tormentate della Regola, le stimmate, la morte. Il testo propone e invita all’incontro con l’uomo Francesco, con un “sogno” fedele fino alla fine nonostante i contrasti sorti nell’Ordine, che facevano dire al Poverello, il quale si autodefiniva con eroica e umile determinazione servus parvulus di Cristo, che non avrebbe mai smesso fino al giorno della morte di insegnare con l’esempio ai frati la via indicatagli dal Signore, “l’ideale” a cui li aveva formati. Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un “novello pazzo”,  e quanto al valore imprescindibile, tangibile, dell’esempio in Tommaso da Celano (Vita seconda) troviamo questa risposta di Francesco a un dottore in teologia: Il servo di Dio deve avere in se stesso tale ardore di santità di vita, da rimproverare tutti gli empi con la luce dell’esempio e l’eloquenza della sua condotta. Padre Enzo racconta che Francesco giovane era di modi eleganti e ricercati sì da sembrare figlio di nobili, non di mercanti e che amava banchettare e divertirsi con gli amici. Coinvolto nelle lotte fra borghesi e nobili e nella guerra fra Perugia e Assisi che lo portò in carcere, negli anni 1204/1206 era già in crisi, diviso fra amore del lusso, primi contatti con i lebbrosi, conflitto  col padre fino al rifiuto dell’eredità denudandosi totalmente davanti a tutti. Cominciò allora  il “suo viaggio” con i primi compagni (andate nudi per il mondo), un cammino di predicazione in volgare (sic!) e apostolato giudicati dal filosofo Massimo Cacciari come “un correre verso l’altro”, perché “ogni staticità nella relazione di prossimità (cioè nell’uscire-verso, nel farsi-accanto come oggi esorta a fare Papa Francesco) veniva travolta dalla gioia che donava questo volare all’altro”, chiunque egli fosse (brigante, ricco, povero, sultano, vedova, lebbroso) e ovunque egli si trovasse, per le strade e le piazze di Bologna Alviano Ascoli Greccio Ancona Alessandria…in Italia e fuori d’Italia (Germania Francia Marocco Egitto…).

In tempi violenti di crociate Francesco nella Regola non bollata (1221) chiedeva ai frati che andavano tra gli infedeli di non fare liti e dispute ma di stare soggetti a ogni creatura umana, testimoniando con la vita Cristo. Non lo scontro, l’imposizione della propria religione, ma -dice padre Enzo- la costruzione di un terreno comune e umano su cui fare nascere una amicizia, per aprire dopo un possibile non divisivo discorso su Dio. Altri rivoluzionari principi della Regola del ‘21 (che scompaiono in quella forzosamente addomesticata e approvata da Onorio III nel 1223) erano la rigida povertà col netto rifiuto del diritto di proprietà, l’obbligo del lavoro senza compenso in denaro (lavoro cioè funzionalizzato al servire, non al guadagnare), l’uguaglianza di tutti i frati minori senza gerarchie interne (ciascuno ami e nutra il suo fratello come la madre ama e nutre il proprio figlio). Frati minori proprio perché, liberi da ogni logica di potere e appropriazione (feudale, borghese, clericale), dovevano condividere la precarietà quotidiana dei poveri e dei deboli. E ancora, altrettanto rivoluzionario è il messaggio del Cantico di frate Sole: contemplava - scriveva S. Bonaventura- nelle cose belle il Bellissimo…di tutte le cose si faceva scala per salire a Dio, una Materia/Natura/Vita non più asceticamente disprezzata, ma amata e lodata, che ancora oggi ci interroga su come la viviamo e amiamo. Citazione quest’ultima di padre Enzo speculare a due passi significativi dell’enciclica, dove si legge: il suo discepolo san Bonaventura narrava che lui considerando che tutte le cose hanno un’origine comune si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature  per quanto piccole con il nome di fratello e sorella…

E il Papa commenta: se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza della nostra relazione con il mondo i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore, del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. E che dire delle tante altre manifestazioni di umile, eversivo, anticonformismo del Santo (a denuncia della superbia del mondo), nel belare come una pecorella nel contesto del primo presepe a Greccio (1223), o nel fare predicare nudo frate Rufino, o ancora nel tentativo di distruggere la casa in muratura sostituita dai frati alle capanne di paglia, legno, fango? Le fonti francescane hanno avuto e hanno chiaramente un forte peso nella configurazione/trasmissione della eccezionale figura del Poverello: non solo la Vita prima e la Vita seconda di Tommaso da Celano, la Leggenda maggiore  di San Bonaventura… ma anche, a parer mio, fondamentali sono I Fioretti di San Francesco, che nel succedersi degli aneddoti, nonostante le apparenze di leggendario devoto più o meno fiabesco, restituiscono sul piano storico tutto il coraggioso porsi “controcorrente” del Santo, il suo “mito” ad un tempo morale e civile!

Chi scrisse in latino (portandoli a compimento -pare- prima del 1340) gli Actus beati Francisci et sociorum eius, e chi li volgarizzò parzialmente (sembra fra il 1370 e il 1390) ne I Fioretti di San Francesco, era solidale con gli Spirituali dissenzienti e riesce a comunicare anche al lettore di oggi l’eroico fervore del francescanesimo primitivo fatto di estatici rapimenti in Dio e di adesione radicale all’ideale della povertà. Attraversano i capitoli, sapientemente combinate con la tecnica narrativa agiografica e i suoi motivi tradizionali (ascesi, miracoli, sogni, tentazioni, apparizioni sovrannaturali…), due linee concettuali: una teologico-dottrinale, l’altra politico-morale, nel cui punto di intersezione la figura del Santo si colloca come illuminante e illuminata sintesi di preghiera e azione, integrazione coerente di misticismo e di apostolato dalle forti implicazioni sociali. La linea teologico-dottrinale struttura sul piano storico e individuale la figura di Francesco come alter Christus. L’incipit del capitolo VII dei Fioretti recita: Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per la salute della gente, Iddio padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo. Numerosi perciò sono, oltre gli echi diretti degli Evangelisti nelle parole e negli ammonimenti del Santo, anche i fatti della sua vita e del suo Ordine relazionati con le vicende di Cristo e degli Apostoli, sin dal capitolo I° dove troviamo: come Cristo nel principio della sua predicazione elesse dodici apostoli a dispregiare ogni cosa mondana e seguitare lui in povertà e nell’altre virtù, così santo Francesco elesse nel principio del fondamento dell’Ordine suo dodici compagni professori (che professavano) dell’altissima povertà. Tutto il florilegio tesse, talora in modo implicito ma più spesso esplicitandolo, la rete di tali somiglianze.

L’apostasia di frate Giovanni della Cappella che si impiccherà viene accostata al tradimento e al suicidio di Giuda; il digiuno per quaranta giorni e quaranta notti di Francesco durante la quaresima del 1211 nell’isola maggiore del Trasimeno ripete quello di Cristo nel deserto; nelle stimmate, ricevute dal Santo sul monte della Verna nel settembre del 1224, rivive la Passione di Cristo, e la similitudine è più puntualmente ricostruita nelle Considerazioni sulle stimmate (Considerazione III). Sono inoltre frequentemente sottolineati (e non certo a caso) gli sforzi positivi di integrale adeguazione dei primi seguaci, nei comportamenti, al modello evangelico (egli pareano ed erano uomini crocifissi, quanto all’abito e quanto alla vita austera, e quanto agli atti e operazioni loro, cap. V), al punto che una volta nel cominciamento della religione, mentre Francesco e i suoi in uno luogo sono riuniti a parlare di Cristo (fonte è qui il vangelo di Matteo, XVIII, 20), Cristo stesso sotto forma di un giovane bellissimo appare fra di loro e li benedice, riempiendoli di tanta dolcezza (cap. XIV). Altrove vengono annotate e volutamente serializzate altre coincidenze: Francesco, come Cristo, manda i suoi discepoli a due a due predicare, e anch’egli, ad esempio di Cristo, comincia prima a fare che a insegnare (cap. XIII, cap. XXIV); sia il Santo che i compagni più fedeli fuggono gli onori o invitano compagni e devoti a tacere su miracoli e apparizioni (cap. V, XI, XVII, XXV, XLII…); inoltre come buon pastore anche Francesco, tenero nei gesti (cap. XVII), è capace di leggere nel cuore degli uomini (frati e non), liberandoli dal demonio-lupo tentatore (cap. XXIII, XXVII, XXIX), mettendoli in guardia contro se stessi (cap. XXXI, XXXVIII), convertendo meretrici (cap. XXIV), ladroni (cap. XXVI), nobili studenti dell’Università (cap. XXVII), lebbrosi nel corpo e nell’anima (cap. XXV), e opera quale buon vignaiolo (evangelicamente e dantescamente) della vigna di Cristo fin nella fase estrema della vita, nonostante le sofferenze della sua grave infermità, come si evince dall’aneddoto della vigna del prete di Rieti. Vigna guastata e derubata dai devoti accorsi ad onorare il Santo, ma che dai pochi racimoli rimasti, al momento della vendemmia, frutterà non le abituali dodici some, ma addirittura venti, e di ottimo vino (cap. XIX), metafora l’ottimo vino dei copiosi frutti di francescana redenzione.

Il motivo di Francesco alter Christus va contestualizzato nella interpretazione figurale della Storia tipica del Medioevo, secondo la quale la “storia umana” nella sua metastorica essenza e nel suo concreto enuclearsi sulla terra attraverso il succedersi delle generazioni altro non è che “storia sacra”, dramma di peccato e redenzione, attesa e esperienza della “salvezza”. Essendo evento centrale e fondamentale di essa la Redenzione operata da Cristo, tutto ciò che nei secoli ha preceduto tale evento o lo ha seguito e seguirà fino alla fine del mondo, è sua “anticipazione-prefigurazione” o sua salvifica “ripetizione”, come appunto le figure storiche di Francesco e dei frati (fedeli) del suo Ordine, che come veri tralci della vera vite (Cristo), produceano grandi e buoni frutti delle anime, le quali guadagnavano a Dio. La radicale adeguazione del Santo al modello evangelico, con l’accentuazione dell’opzione pauperistica e le conseguenti istanze ugualitarie e antigerarchiche, portava -come abbiamo anticipato- nel contesto ecclesiastico e sociale del tempo elementi innovativi e dirompenti, già agitati da precedenti movimenti religiosi, dai patarini ai catari ai valdesi al profetismo gioachimita, ma trovavano allora in Francesco, nel sanguinoso contesto duecentesco, uno dei punti massimi di catalizzazione oltre che una voce “non ribelle” alla Chiesa.

 Il suo serafico ”anticonformismo” morale, religioso, civile, nuovo seme di una palingenesi a lungo attesa, e sempre tradita, risalta nei Fioretti in tutte le circostanze che illuminano lo spirito originario della Regola, che sarà ripresa letteralmente pure da Santa Chiara (le suore non si approprino di nulla…  né casa né luogo né cosa alcuna… e come pellegrine e forestiere in questo mondo mandino per l’elemosina), Regola centrata  -come già detto- sul drastico rifiuto del “principio di proprietà” e sull’idea della destinazione comune dei beni della Terra quale proprietà invece e dono di Dio a tutti gli uomini. Spicca inoltre tale anticonformismo nei brani che rimandano alla evoluzione e involuzione dell’ordine francescano, affrontate per lo più nei Fioretti per cenni e allusioni, mai in polemica frontale o per esteso, tranne il cap. XLVIII.  Pure padre Enzo nel suo libro cita, nel cap. X, un passo della Compilazione di Assisi che fa riferimento agli esordi: Una volta tutti i frati osservavano con impegno la santa povertà in ogni cosa: negli edifici piccoli e miseri, negli utensili pochi e rozzi, nei libri scarsi e poveri, nei vestiti da pezzenti… Ma da poco tempo in qua questa purezza e perfezione ha cominciato ad alterarsi… A proposito delle difficoltà interne all’Ordine va ricordato che la lunga elaborazione in latino degli Actus (ad opera di due frati marchigiani) e il volgarizzamento degli Actus nei Fioretti (per mano di un frate toscano) accompagnarono il conflitto fra Bonifacio VIII e i sostenitori di Celestino V, la prolungata persecuzione, dal 1276 all’anno della morte (1337), di Angelo Clareno, guida dei francescani Spirituali delle Marche, e il rogo a Firenze nel 1389 del fraticello minorita fra Michele Berti da Calci, esponente dell’ala estremista degli Spirituali. Alle controversie “dottrinali” circa l’interpretazione della regola francescana rimanda nei Fioretti il capitolo XXXIX, che ricorda la meravigliosa predica tenuta da santo Antonio di Padova (che Francesco chiamava il suo vescovo) in un concistoro (1230) alla presenza del Papa (Gregorio IX) e dei cardinali. Altre dispute teologiche (che erano concrete battaglie politiche e militari per la Chiesa impegnata allora pure nella crociata contro gli Albigesi) costituiscono lo sfondo, dichiarato o sottinteso di vari capitoli. Del capitolo XL ad esempio, che racconta della predica ai pesci di Santo Antonio, che avrà come conseguenza provvidenziale la conversione di eretici patari e catari di Romagna attratti da “quel” francescano fedelissimo servo di Cristo (Sant’Antonio successivamente al 1223 sarà mandato in Francia a predicare proprio contro gli Albigesi).

E ancora, del capitolo XLV, che parla della presenza missionaria per 25 anni in Provenza di frate Giovanni della Penna che vi visse in grandissima onestà e santità ed esemplarità; dei capitoli XLIII, L, LI che insistono sull’importanza dei suffragi e sulla dimora transitoria dei morti nel Purgatorio, motivi della dottrina cattolica respinti dai valdesi e dai catari, e del LIII, centrato sul mistero della “transustanziazione” durante la consacrazione dell’Ostia, mistero affrontato nel IV Concilio Lateranense (1215) e qui inserito nella vita di fra Giovanni della Verna. Anche sotto il profilo storico-dottrinale I Fioretti non appaiono dunque opera “neutra”, dato che storicamente la predicazione degli Spirituali risulta più diffusa proprio nell’Italia centro-settentrionale (luogo di elaborazione del florilegio) e in Provenza, territori già dal XII secolo attraversati da significative presenze ereticali e con grande conflittualità sociale, donde il diffuso consenso in tali territori al francescanesimo, del quale le più diverse fasce sociali sin dal suo nascere avvertirono, e con immediatezza, il contenuto profetico per la “purezza” e l’elevatezza del messaggio, oltre che le autentiche spinte antimondane e antitemporalistiche. Quanto alla linea più propriamente “etica” gli aspetti più immediatamente appariscenti sono la focalizzazione “devota” della spiritualità francescana e la descrizione ”edificante” dei rapporti interpersonali tra le figure più rappresentative (maschili e femminili, come Santa Chiara) dei primi nuclei della nuova famiglia religiosa. Gli autori stendono su fatti e persone una patina accattivante di fervoroso pietismo o di incanto miracolistico-fiabesco a finalità eminentemente didascalica. Si considerino per l’aspetto pietistico, fra i molti casi simili, i capitoli dedicati a frate Giovanni della Verna o a frate Currado da Offida, la predica già citata di Sant’Antonio ai pesci o certe “code didattiche” aggiunte ad episodi, per altro verso, significativi della vita dello stesso Francesco, come il discorso dei Santi Pietro e Paolo sulla povertà nel cap. XIII, la forzatura leggendaria della conversione e del battesimo del sultano Melek-el-Kamel nel cap. XXIV, la rovinosa fuga del demonio tentatore di frate Ruffino, con il rotolio di pietre sfavillanti di fuoco orribile lungo il monte Subasio e il relativo epilogo dell’elogio-promessa di Cristo nel cap. XXIX.

Quanto al secondo aspetto si vedano la storia del fanciullo fraticino, che osserva di notte Cristo, la Vergine e altri Santi parlare con San Francesco in preghiera nella selva, le visioni (non originali) dell’oltretomba, ora terrificanti, ora gloriosamente beatifiche, o ancora la vicenda di frate Liberato morente alimentato con cucchiai di lattuario dalla Vergine Maria in persona. Incanto miracolistico-fiabesco cui non sfuggono altre sequenze più note, ma più ricche di motivi ideologici, e per il rapporto con la Creazione e per il tema della fraternità universale, quali il brano della predica agli uccelli, o quello delle tortore selvatiche salvate e addomesticate dal Santo. Per un ascetismo e misticismo che calano invece il sovrannaturale entro la dimensione del quotidiano si possono ricordare l’episodio delle croci apparse sui pani benedetti da Santa Chiara, e quello del fuoco divino e non materiale di cui gli abitanti di Assisi e Bettona vedono ardere i luoghi attorno a Santa Maria degli Angeli, dove Francesco e Chiara, incontratisi per desinare insieme, sono in mistico colloquio con Dio. Allegorie e simbolismo convenzionale vincono in molti brani sul realismo, ma il lettore di oggi sa cogliere più che in passato i segni inquietanti, e affatto sporadici, che lasciano nelle pagine dei Fioretti le lotte politiche e le tensioni sociali del tempo, e non sfugge la polemica in essi sottesa a talune ricorrenti notazioni formulari o sfaccettature di avvenimenti specifici (ricordati anche da padre Enzo nel suo libro). Stolto è reputato nei Fioretti Francesco per il radicalismo delle sue scelte e come pazzo schernito e scacciato con pietre e con fango da parenti e estranei; scherni e ingiurie come si fa a un pazzo subisce frate Bernardo mandato a fare proseliti a Bologna; come stolti e fuori di sé per troppa penitenza sono derisi frate Ruffino e Francesco che predicano ignudi, con le sole brache addosso in una chiesa di Assisi invitando l’uno a rendere l’altrui, parlando l’altro della povertà volontaria e della nudità e obbrobrio della passione di Cristo; stretto da avarizia è messer Silvestro che vuole altri danari per le pietre date per acconciare delle chiese, ma che si riscuote e si converte quando Francesco gli riempie il grembo, senza contarli, di danari. Sistematico -come si vede- è nelle pagine di Fioretti il ribaltamento dei valori correnti, e il programmatico “francescano” svilimento di sé nell’ ”umiltà operativa” viene esaltato e segnalato sia ai laici (sic!) che ai religiosi quale grazia provvidenziale per confondere la nobiltà, la grandigia/alterigia, la forza, la bellezza, la superbia del mondo, per ridimensionare insomma ogni appropriazione indebita, egoistica e sfruttatrice degli “altri”, delle innumerevoli potenzialità insite nei “doni gratuiti” che Dio fa a ogni uomo.

Emblematico in tal senso il fioretto sulla perfetta letizia (cap. VIII): imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di DioMa nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, però che questo è nostro… Indicativa inoltre l’antitesi fra la superbia teologica di frate Elia e la serafica sapiente semplicità del Santo e dei compagni più fedeli, e paradigmatico per tutti (ecclesiastici e non) il tesoro della santa povertà di cui è servidore, cioè “amministratore” Dio stesso. Dice Francesco (cap. XIII) a frate Masseo, dopo che in viaggio hanno mendicato dei tozzi di pane, che proprio dove non c’è tovaglia, tagliere, scodella, casa, mensa, servo, serva, la Provvidenza si rivela nel pane accattato (mendicato), nella (fortuita) mensa di pietra così bella e nella fonte così chiara. E se nel Capitolo delle stuoie (1221) convocato dal Santo per discutere la Regola non bullata la meraviglia del lettore nasce dal radunarsi attorno alla Porziuncola di 5000 frati che hanno per tetti graticci e stuoie, per letti la piana terra o un poco di paglia e come capezzali pietra o legno, nell’episodio della predica agli uccelli trovano insieme esemplare trasfigurazione poetico-religiosa l’ideale pauperistico e il dono universale della Creazione all’ingratitudine (ahimè) degli uomini: e Iddio vi pasce  -dice il Santo agli uccelli- e davvi i fiumi e le fonti per vostro bene, davvi i monti e le valli per vostro rifugio e gli alberi alti per fare il vostro nido, quel grido/inno insomma vi risuona ancora una volta ai “beni comuni” della Terra che è leit-motiv oggi del magistero di Papa Bergoglio. E non è trascurata nei Fioretti la concretezza della politica, se nel cap. XI l’obbediente, ingenuo, roteare su se stesso, come fanno i fanciulli, di frate Masseo secondo il volere di San Francesco è finalizzato al provvidenziale ingresso del Santo nella città di Siena, che, lacerata da lotte intestine che avevano già fatto dei morti, viene riportata proprio dalla predicazione di Francesco a pace, grande unità e concordia. Anche dietro l’addomesticamento del terribile e feroce lupo di Gubbio si cela il conflitto fra qualcuno che la città ha scacciato e la città stessa, donde la reciproca paura e minaccia e la necessità del patto di pace reciprocamente concordato e accettato.

Vero è che le fonti del tempo, Tommaso da Celano, San Bonaventura e la Chronica di Salimbene, attestano la presenza di lupi reali nel territorio umbro, che catturati venivano anche giustiziati nelle piazze, ma l’aneddoto è polisemico e assai plausibile appare il risvolto storico-sociale. Contribuiscono alla polisemia sia la tradizione folclorica e agiografica, nella quale draghi, lupi, orsi… visualizzano i pericoli di ambienti naturali ostili all’uomo e perciò il ricorso al santo-eroe (simile all’eroe classico Ercole) che “addomestica” la natura, sia la simbologia morale dei Bestiari, per i quali il lupo rappresentava sul piano etico la cupidigia/avarizia e gli inganni/pulsioni del diavolo, sia infine l’insistita antropomorfizzazione del lupo e le parole del Santo agli eugubini, chiamati a fare penitenza dei loro peccati causa di simili pestilenze (civili), e a sfuggire la bocca dell’inferno più terribile della rabbia/violenza del lupo. Il lupo nel racconto è definito ladro e omicida pessimo degno delle forche, ha avuto ardimento di uccidere e guastare gli uomini fatti alla immagine di Dio, ha agito per la fame, non dovrà più offendere e sarà sovvenzionato di cibo una volta stipulato e siglato pubblicamente il patto di pace.

Nell’interpretazione “civile” dell’aneddoto soccorrono anche le somiglianze di terminologia e di situazione con l’episodio dei tre ladroni convertiti, qualificati come ladroni nominati, cioè conosciuti nella contrada, e crudeli omicidi, ai quali, tramite il frate guardiano che prima li ha respinti, Francesco promette, se temeranno Dio e non offenderanno più il prossimo, di provvederli ne’ loro bisogni e di dar loro continuamente da mangiare e da bere. Il terzo ladrone (con vistoso anacronismo giustificabile però sul piano funzionale dell’invenzione letteraria) sembra da identificare con il dantesco (ma in Dante dannato fra i consiglieri fraudolenti) Guido da Montefeltro, capo dei ghibellini di Romagna, nato intorno al 1220, fattosi frate francescano nel 1296 e morto nel 1298. In quest’ottica ideologico-politica si rivelano dunque incisive pure tutte le notizie/osservazioni riguardanti le lacerazioni interne all’Ordine francescano o che tratteggiano -come visto sopra- le reazioni ostili ai frati dei contesti “urbani”, dove era in atto il compromesso fra la Chiesa-istituzione e i ceti mercantili, e dove era inevitabile che si tingesse di eversiva, pericolosa, follia il tesoro smisurato della santissima povertà secondo il magistero di vita di san Francesco, che suonava denuncia a un tempo della proprietà feudale, della avarizia borghese, e della corruzione e del potere ecclesiastici. Perciò la Regola francescana ebbe  -come abbiamo ricordato- una storia tormentata, dalla prima formulazione con approvazione solo orale di Innocenzo III, a quella del 1221 respinta da Onorio III, e riformata in senso “moderato” (si veda ad esempio la cancellazione dell’obbligo del lavoro) nel 1223 e perciò approvata dallo stesso Onorio, fino al Testamento del 1226, redatto dal Santo ormai infermo e in una condizione spirituale che lo faceva ancora una volta sentire perfetto imitatore di Cristo, cioè abbandonato e tradito dai suoi frati. Proprio il Testamento, impugnato dagli Spirituali rigoristi come una correzione della Regola del 1223, li confinerà nella condizione di ribelli e  eretici, dato che fra l’altro sarà definita eretica, in due bolle papali del 1322 e del 1323, la dottrina della povertà assoluta degli Apostoli. Alla luce di ciò le frequenti formule narrative del tipo: al principio e fondamento dell’Ordine, intorno al principio dell’Ordine, nel cominciamento della religione…, che aprono spesso i capitoli, non sono marche temporali disinteressate, segnalano invece volutamente la “purezza“ perduta delle origini. E’ da notare poi che la stereotipia miracolistico-visionaria che allinea dal capitolo XLI al LIII una teoria di frati santi ed esemplari (frate Simone, frate Bentivoglio, frate Pietro da Monticello, frate Currado da Offida, frate Giovanni dalla Penna, frate Umile, frate Pacifico, frate Liberato, frate Giovanni della Verna) incorpora nella fitta sequenza devozionale riferimenti a frati zelanti perseguitati, e due “visioni” polemiche: quella di fra Pietro da Monticello (cap. XLIV) e quella di frate Jacopo della Massa (cap. XLVIII). Nella prima l’evangelista Giovanni dice a fra Pietro che, dopo la Madonna e lui Giovanni, chi più ha avuto dolore della passione di Cristo è stato San Francesco e che il vestimento dell’assisiate risplende più del suo perché quando Francesco era nel mondo egli portò indosso più vili vestimenti dello stesso San Giovanni. Il tema del vilissimo sacco francescano (il sagum citato da padre Enzo e indossato pure dagli umiliati, dai valdesi e dai catari) è presente anche nel capitolo XX, nella storia del giovane novizio ex nobile che non avrà più in abominazione l’abito che porta (segno visibile nella sua asprezza di rigore interiore, rinuncia, austerità di vita) dopo la visione paradisiaca di San Francesco e Sant’Antonio nobilmente vestiti (per contrappasso) e adornati e attorniati da grande chiarità. Analoga valenza di denuncia hanno altrove l’abito disusato e vile di frate Bernardo o la “nudità” polemico-dimostrativa già segnalata di Frate Ruffino e di San Francesco o la penitenza precoce a cui si sottopone frate Giovanni della Verna giovinetto per fastidio dei canonici di Santo Pietro da Fermo, i quali viveano splendidamente e addirittura ponevano ostacoli al percorso ascetico del giovane che radicalizzerà la sua protesta facendosi appunto frate minore. La visione di fra Jacopo della Massa è invece centrata su un “albero” dai molti frutti e dalla radice d’oro (allegoria della storia dell’Ordine) che lo spirito di Satana alzandosi come tempesta abbatterà e che Cristo tenta invano di salvare dando a Francesco un calice da fare bere ai frati. Pochi lo bevono con debita reverenza e devozione; altri lo versano tutto o non lo prendono con devozione, altri parte lo versano, parte lo bevono.

La simbologia dell’oro e del ferro si ritrova, con lo stesso significato di “fedeltà” al fondatore (l’oro) e di violenze (il ferro) usate contro i francescani dissidenti, nella “statua” allegorica descritta da Angelo Clareno nel suo Storia delle sette tribolazioni dell’Ordine dei frati minori, che sembra sia la fonte proprio del cap. XLVIII. Per gli Spirituali e per San Francesco l’essere stava al di sopra e in opposizione all’apparire, in quei tempi in cui trionfava il popolo grasso, ed è importante ribadire che l’originario “ideale francescano”, ugualitario e antigerarchico, era una “proposta” allargata a laici e religiosi di adesione “spontanea” e universale alla semplicità evangelica, proposta e adesione inizialmente né formalizzate né formalistiche, e di chiara e illusa ascendenza gioachimita.

L’intimo incontro-dialogo con Dio Francesco lo viveva non solo nel rapporto diretto e “paritario” con i frati e con tutti i suoi simili (lava ad esempio il corpo al lebbroso), ma anche nel contatto fisico e comunionale con la natura, la selva, segno visibile dell’invisibile secondo la mistica gioiosa dei “Vittorini” (Ugo e Riccardo di San Vittore, sec. XII), luminosamente riflessa, come abbiamo visto, nel Cantico delle creature, o in episodi narrati da Tommaso da Celano, e ripresi nell’enciclica e nella biografia proposta da padre Enzo: l’ortolano ad esempio doveva lasciare incolti i confini attorno all’orto affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantassero quanto è bello il Padre di tutto il creato. Emblematico pertanto e riassuntivo dello “spirito antico” e moderno del francescanesimo, cui guarda l’attuale pontificato di Bergoglio con le sue coraggiose, tentate, riforme di trasparenza finanziaria, collegialità, misericordia, attenzione ai poveri e all’ambiente (Suolo acque montagne tutto è carezza di Dio -si legge nell’enciclica-… dono della mano aperta del Padre di tutti… che ci chiama a una comunione universale), si può ritenere il già citato Capitolo delle stuoie (cap. XVIII). Un raduno che “visualizzava” nel 1221 -come sopra detto- nei comportamenti degli oltre 5000 frati raccolti nella pianura attorno a Santa Maria degli Angeli, non solo la “povertà francescana”, ma attraverso l’accorrere della gente venuta dai dintorni per “vedere” quella così santa e grande congregazione e umile… di tanti santi uomini insieme, anche il sogno-mito della “Chiesa spirituale” (istituzione e comuni fedeli insieme), saldamente incardinata nel suo ruolo “profetico” nel mondo, contro ogni ciclica scelta, soggettiva e collettiva, di egoistiche e predatorie voracità.

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