La favolistica siciliana del Xii secolo rinvenuta sul soffitto della Cappella Palatina di Palermo Antonino Costantino

di Antonino Costantino

 

Avrei voluto descrivere attentamente e minuziosamente tutto il lavoro di ricerca che ha portato alla luce nel ciclo pittorico del soffitto centrale della chiesa ruggeriana la presenza di una scena dipinta derivante da una favola siciliana, ma in questo brevissimo resoconto ciò che mi preme è indicare il risultato conseguito, per i dettagli rimando alla mia pubblicazione.

La Cappella Palatina oggi patrimonio dell’umanità è il luogo che meglio ingloba tutte le caratteristiche culturali dell’epoca normanna siciliana, fondamento dell’identità dell’isola. Essenza del Regno di Sicilia, questo il titolo da attribuire alla chiesa intitolata a San Pietro voluta dal primo re di Sicilia Ruggero II, essenza proprio perché lo stupore che suscita deriva dal sincretismo artistico stilistico che la caratterizza, a testimonianza della composizione socioculturale multietnica del nuovo regno.

I testi di storia dell’arte che hanno come oggetto la pittura del soffitto della Cappella Palatina, seppur tanti, prediligono lo studio attraverso la comparazione dei modelli pittorici, confrontando quelli ruggeriani con altri lontani per luogo e tempo.

Cosi l’enorme quadro, il più grande soffitto dipinto del suo tempo, o per meglio dire l’unico nel suo genere in quanto nessun altro è sopravvissuto e di nessun altro sono giunte a noi notizie, viene analizzato solamente attraverso la comparazione di frammenti provenienti da ceramica o codici miniati.

Ciò che ricercavo era invece una visione di insieme, o quantomeno un tentativo di lettura univoca dello splendido quadro.

La pittura è per definizione l’arte di dipingere, rappresentare il mondo esterno o esprimere un ragionamento fantastico per mezzo di linee, colori, volumi e toni, pertanto non mi spiego come attraverso una seppur dettagliata comparazione si escludesse il motivo di tutto, l’idea la volontà del committente.

Fra i maggiori storici del medioevo siciliano occupa un ruolo fondamentale Michele Amari, ed è proprio in una sua opera che noto qualcosa di molto familiare presente fra le pitture del soffitto.

L’opera si intitola Solwan El Motà ossia conforti politici di Ibn Zafer arabo-siciliano del XII secolo prima traduzione dall’arabo.

Essenzialmente l’opera è una raccolta di favole come veicolo di un messaggio politico.

L’Amari spiega lo stile letterario della favolistica pedagogica di origine persiana con queste parole: la struttura del poema assomiglia molto a quei quadri del medioevo, nei quali una cornice fatta a compartimenti teneva insieme vari pitture, come se l’artista non avesse avuto animo di abbracciare col pensiero tutta la tavola. Così la macchina della favola politica indiana è una scena di corte, nella quale il savio, sempre di inferiore condizione, per ammaestrare o allettare i grandi, loro conta novelle, premettendo, attenzione a questa forma, il punto morale che egli si propone di trattare.

Una cornice fatta a compartimenti tenuta assieme da varie scene e tutte concorrono ad esprimere un idea, un messaggio, era proprio quello che avrei voluto trovare sul soffitto.

Michele Amari continuava descrivendo i protagonisti animali - dotti animali -, ai quali viene assegnato un nome, e come personaggi drammatici essi favellano tra loro, infilzan sentenze, è una bestia a persuadere l’altra, le porta le parabole di altre bestie; e così le favole entrano l’una nell’altra come i tubi di un cannocchiale.

Essenzialmente questo modello letterario è costituito da poemi didascalici di corte in forma di dialoghi che per lo più hanno animali protagonisti.

L’opera di Zafer come si legge nell’introduzione fu scritta per correggere un re scapestrato una sorta di manuale pedagogico per l’educazione del dignitario.

Sull’opera e sullo stesso Ibn Zafer bisognerebbe dire tantissimo, ma questo breve estratto è solo un introduzione alla ricerca solo in parte conclusa.

Scorgendo l’indice delle favole è stato immediato associarne una alla scena in figura 1 il cui titolo è le due volpi.

Lo stupore è stato tanto, l’incredulità forse anche maggiore, in pratica avevo trovato in una scena del soffitto una illustrazione riconducibile alla raccolta di favole dell’autore arabo siciliano vissuto al tempo di Ruggero II. Solwan al Motà ossia conforti del principe venne scritto allo scopo di voler indicare la condotta da tenere dai principi in ogni fase del proprio governo ed in particolare nelle contrarietà.

All’interno di queste favole sono custodite come in uno scrigno le istruzioni che il sovrano deve seguire durante il proprio governo, indicazioni da utilizzare soprattutto nelle avversità, e comunque da seguire per essere un buon principe; una sorta di guida sia all’arte del governo che a quella militare.

La scena in figura 1 trova riscontro nella favola non solo per la presenza delle due volpi, scena che per altro risulterebbe casuale, ma anche per la rappresentazione della spada al centro della scena, questa viene indicata nel testo per evidenziare quanto importante è il consiglio, e i relativi consiglieri.

Certo le considerazioni che si possono fare dopo la lettura delle stessa favola di cui riporto una breve estratto sono svariate, quello che voglio sottolineare al momento, è che nel soffitto a capitoli voluto da Ruggero II viene rappresentata, una sorta di guida al buon governo attraverso l’ausilio grafico di scene tratte da favole pedagogiche, certamente conosciute e precedenti allo stesso periodo normanno, e dove il contenuto di morali a scopo educativo viene trionfalmente illustrato come monito. Eredità forse per i figli e i successori del grande Ruggero II.

Molte volte mi sono imbattuto in considerazioni storiche denigratorie relativamente a tutto ciò che ha riguardato la civiltà e la storia dei musulmani di Sicilia. Come dire che la cultura araba siciliana non è mai esistita e sopratutto non può aver prodotto nulla di buono, e forse è proprio così; ma nel lontano XII secolo un sovrano di cui ancora oggi si parla -e si parla ancor di più di ciò che fece costruire -decise di integrare nella sua cappella, assieme alle magnifiche rappresentazioni delle Sacre Scritture, qualcosa di nuovo, del tutto nuovo: è quello che oggi si chiamerebbe avanguardia artistica (frutto della simbiosi di ciò che voleva il committente e ciò che lo circondava e poteva rappresentarlo).

Il sovrano ha potuto scegliere il suo modello perché si interessava tanto di scienza che di politica; ha fatto le sue scelte coadiuvato da un corollario di dotti e illustri letterati e scienziati arabi -molti dei quali siciliani -cui si deve questa meravigliosa stagione artistica e culturale. Ritengo grandiosa la rapidità di crescita economica e culturale del regno di Sicilia, che a corte ebbe il suo principale centro di traduzione che operava nell'ambito di una intensa attività di ricerca e conservazione dei testi, come una odierna biblioteca, con il compito di ricercare, analizzare e acquisire quanti più componimenti da cui attingere insegnamenti in molteplici discipline, quali l'estetica, la matematica, la geografia, la politica e l’arte militare. Solo così può spiegarsi la scelta del re di far rappresentare sul soffitto della propria chiesa un modello rappresentativo anche della letteratura favolistica etica, capace di generare insegnamenti per il corretto agire. Ibn Zafar, definito dallo stesso Amari l’ultimo degli scrittori siciliani musulmani, ebbe il merito di formulare in azione letteraria massime morali tratte in maniera esemplare da fatti immaginari; lo stesso Zafar nella favola indica come questo metodo renda assimilabile in maniera più semplice la morale, la linea di condotta da seguire, metodo certo permeato dalla precedente cultura persiana e che, come ricorda lo stesso Amari, più volte venne sperimentato nella letteratura araba, ma che trova compimento solamente con l'autore siciliano. All’interno le favole non escludono fatti storici provenienti dall’Arabia classica, dai primi secoli dell’islam, dalla Persia sassanide e talvolta dalle agiografie dei cristiani d’oriente. Un vero e proprio nuovo stile letterario apprezzato dai musulmani e forse scelto da quell’élite del re Ruggero II per inserirlo nel soffitto della sontuosa e unica Cappella Palatina di Palermo. Spesso l’arte normanna siciliana è stata considerata come il prodotto di un incontro casuale tra civiltà, offuscando e non considerando la regia del mecenate. Adesso con questo mio modesto contributo, mi auguro si possa cominciare una nuova fase di ricerca incentrata sul committente, piuttosto che sul prodotto.

Le due volpi (dalla traduzione di Michele Amari)

Si narra di una volpe che si chiamava Zalim, possedeva una tana nella quale abitualmente andava a soggiornare con grande agio.

Uscita un giorno per andare a cercare il cibo, al ritorno trovò nella tana un serpente.

Zalim si fermò ad aspettare che se ne andasse, ma aspettò invano, tanto da accorgersi che il torbido animale se l’era presa per casa sua; poiché il serpente non ha un rifugio proprio, e usa entrare in quelli delle altre bestie, impossessarsene, e cacciare gli antichi padroni.

Infatti il cantore per accusare d’iniquità un tale, diceva: Tu sei come la vipera che non scava, ma cerca qualche sbadato, e si insedia nella sua tana.

Da questo il proverbio: il tale è più vile del serpente. Né altra che questa è la malvagità di questo animale. Vedendo che il serpente ormai la considerava come casa propria, e non potendo conviverci, la volpe se ne andò in cerca di un altro riparo. Tanto girò Zalim, che arrivò in una tana di bella apparenza, posta in un terreno in mezzo a una fertile campagna folta d’alberi e irrigata da parecchi ruscelli.

Meravigliata, domandava Zalim di chi fosse quel rifugio, e le fu detto appartenere a una volpe di nome Mofawed, che aveva ereditato dal padre.

Zalim allora si mise a chiamare Mofawed, questa uscì e le andò incontro, l’accolse molto cortesemente, e introdottala nella propria tana le domandò che cosa le occorresse.

Zalim le raccontò la sua storia, dispiaciuta della sventura subita e impietosita Mofawed, le disse: Io penso, che tu non debba esitare dal perseguitare il tuo nemico, anzi credo che tu debba con ogni sforzo cercare di scacciarlo e farlo morire. Si dice infatti: chi sta in sospetto del suo nemico ha già quasi messo in campo un esercito.

Spesso l’astuzia ti dà la vittoria sopra un grosso esercito. Dice un proverbio: meglio morir nel fuoco, che vivere con vergogna. Ma se vuoi usare la forza contro un nemico, non lo attaccare prima di saperlo più debole di te: e se vuoi colpirlo con uno stratagemma, per quanta forza questi abbia, non lo credere mai molto più forte di te. Pertanto è meglio che tu venga con me alla tana che ti hanno tolto con violenza, e me la lasci osservare, forse io troverò qualche metodo utile a rimpossessartene.

Si Diceva: il miglior partito e quello che si fonda sopra una matura considerazione.

Per questo si dice che tre sono leccasse che rovinano tutte le imprese. La prima, se i partecipanti al disegno sono molti; perché così lo si diffonde e fallisce. La seconda, che i partecipanti siano invidiosi e rivali tra loro; perché allora si interpone la gelosia e l’astio, e si rovina ogni cosa. La terza, che si metta a dirigere l’impresa l’ultimo arrivato, a preferenza di chi l’avesse trattata sin dall’inizio in prima persona; perché allora, ecco il dispetto dell’antico capo contro l’ultimo arrivato, ed ecco che la freccia va fuori del bersaglio. Infine se un uomo progetta un’impresa secondo quel che sente dire, fabbricherà sul: può esser cosi; ma se la governa secondo quello che vede con i propri occhi, si fonderà sul: cosi è di certo. Quindi le due volpi andarono insieme alla volta della tana di Zalim. Mofawed dopo averlo ben osservato, delineò ciò che le occorreva; e rivolgendosi a Zalim disse: ho visto, quanto basta a farmi preparare uno stratagemma per scoprire un punto debole del nemico.

Ora che dici di fare replicò Zalim; e l’altra volpe: poco efficace il consiglio che si presenta a prima vista. Si diceva: il consiglio è lo specchio dell’intelletto; quindi se vuoi vedere l’intelligenza di qualcuno, chiedigli un consiglio. Il migliore è quello che sia stato scaturito da attenta riflessione e calma. Se il consiglio é la spada dell’intelletto, e se più taglia questa spada di cui si sia arrotato il filo con maggior cura, e con più assiduo lavoro affilata la lama, ottimo sarà sopra ogni altro il consiglio più volte dibattuto e ponderato. Si diceva ancora: è ripugnante il consiglio che la mente partorisce senza avere sofferto una notte intera i dolori del parto.

Su dunque seguimi, e rimani con me questa notte, io la passerò a riflettere sulle strategie che mi verranno in mente.

Così fecero entrambe; e mentre Mofawed si scervellava, Zalim se ne stette ad osservare attentamente il covile in cui era ospitato. Le sembrò cosi spazioso, situato in luogo così bello e ben custodito e abbondante di ogni comodità, che se ne invaghì sempre di più, ebbe un gran desiderio di possederlo, e si mise dal canto suo a immaginare qualche inganno con il quale riuscire cacciare via Mofawed.

Si dice: Il vile é come il fuoco; se l’accarezzi, divampa: e come il vino, che se lo ami, diventi sua preda; e se ti metti a seguirlo, egli ti rende schiavo. Quando la malignità è natura, invano cercherai di espellerla a forza di opere buone. Saggio è colui che fa precedere ogni azione alla consapevolezza della propria capacità. Mofawed dice a Zalim: ho notato, che quel tuo riparo è situato troppo lontano dagli alberi e dai raccolti. Abbandonalo dunque, e fidati, io ti aiuterò a scavartene un altro in questa zona che è molto fertile e rigogliosa. Impossibile, rispose Zalim. Io ho un animo fatto così, allontanandomi dalla mia patria morirei di crepacuore, e che non troverei pace ovunque vivessi.

Si dice che attraverso sette qualità si dimostri un animo onesto: pietà verso i genitori; affetto per i congiunti; carità per la patria; desiderio di viver tranquillo in casa propria; rimorso nello sprecare invano la gioventù; abitudine a portare vesti sudicie, e pazienza per gli acciacchi della vecchiaia.

Mofawed a queste parole di Zalim rispose: ora sappi che chi dà un consiglio deve conoscere le condizioni di chi viene a richiederlo; perché, se le ignorasse, non sarebbe difficile che il consiglio producesse danno ancor maggiore. Assomiglierebbe al medico che prescrivesse il rimedio indicato per una malattia, prima di sapere l’età e caratteristiche fisiche del malato, e a quale dieta e medicine fosse abituato, e non tenesse conto con ciò delle cause della infermità, della stagione dell’anno e della qualità dell’aria nel paese. Finalmente convinto d’avere trovato il rimedio, il medico deve preparare la cura affinché la sua efficacia vinca quella del morbo.

Non è difficile intanto che se sei un vile di natura, tu sia punito adesso per qualche peccato, e paghi per un sopruso fatto ad altri. Se è cosi, il desiderio di fuggire dalla presente situazione si ritorcerebbe come gli sforzi della belva, che catturata nella rete si mette furiosamente a raschiarla con le zampe, tanto da impigliarsi peggio, e spesso muore di una morte più terribile di quella che lo stesso cacciatore le avrebbe dato. Ma anche quando tu non pagassi ora le triste conseguenze di una colpa, sappi che molto incerto è il tuo caso, e che nei casi dubbi altro miglior metodo non è che quello di affidarsi alle mani di quel Solo che li decreta e affondo ti conosce. Mofawed disse a Zalim, io penso che andiamo oggi stesso a fare legna, e mettiamo insieme due fasci. Giunta la notte, io correrò senza perdere tempo in una delle tende qui vicine per pigliare un tizzone acceso, e con la legna e col fuoco andremo alla tua tana. Porremo alla bocca di quella i due fasci e vi appiccheremo il fuoco. Allora se il serpente vorrà uscire, sarà bruciato; se resterà, il fumo lo farà morire. Benissimo; cosi va fatto, rispose Zalim. Raccolsero quindi quanta più legna potevano, e nella notte mentre la gente delle tende preparò il fuoco, Mofawed andò ad accendere un tizzone. Zalim nel frattempo, prese uno dei fasci di legna, lo mise in un luogo dove pensò di nasconderlo, e ne strascinò un altro fino al covile di Mofawed, e si mise dentro, tirando a se il fascio fino ad incastrarlo nella bocca della tana. Così pensò che tornata Mofawed, non sarebbe potuta entrare, essendo l’ingresso completamente ostruito dalla legna; e che se avesse voluto forzarlo, l’impresa sarebbe stata troppo ardua; tanto, che alla fine disperata e impossibilitata di riuscire se ne sarebbe andata a cercare un’altra tana. Zalim pensò pure alle provviste, considerando di utilizzare quelle già raccolte e custodite nella tana da Mofawed. Così la malvagia avarizia e la scelleratezza le impedirono di accorgersi della sciocchezza del gesto compiuto, e di persuadersi che andava incontro allo stesso destino che Mofawed voleva preparare al serpente. Si diceva: guardati dai tuoi stessi disegni contro il nemico, come ti guardi dei suoi contro di te. Più di uno perdeva la vita negli attacchi ordinati da lui stesso; più di uno cadeva nel pozzo scavato con le proprie mani, o si feriva con le armi che lui stesso brandiva.

Venuta Mofawed col tizzone, e non trovando Zalim, pensò che per scansarle la fatica di portare uno dei fasci, li avesse presi entrambi e si stesse dirigendo verso la tana. Intenerita dal gesto, Mofawed corse verso Zalim per aiutarla nel trasporto delle legna. Quindi gettò il tizzone; ma temendo che il vento lo facesse consumare al punto da dover prenderne un altro, per custodirlo lo mise nella bocca della propria tana. Toccando la legna, il fuoco vi divampò, e Zalim fu arsa dentro; si trovò avvolta nelle sue stesse insidie. Mofawed esclamò: non ho mai visto, armi che feriscano chi le impugna, più gravemente di chi è disonesto. Quindi io penso che l’iniquo va cercando volontariamente il coltello che lo deve uccidere, e corre con i suoi piedi verso il burrone dove cadrà a causa della sua cattiva condotta. Si diceva: Il principe e l’ingiustizia non sederanno insieme su un trono, che poi non lascino vuoto. Ogni peccatore trova uno che lo perdona, fuorché l’iniquo, della cui caduta tutti gli uomini si rallegrano concordi.

Si dice infine: l’iniquità quanto ti dà, altrettanto ti toglie. Quindi aspettato che si estinguesse il fuoco, Mofawed entrò nella tana, gettò fuori la carogna di Zalim, e continuò a soggiornarvi, ma vigilante e facendo buona guardia, preparata sempre contro i tiri dei furfanti.

 

Il presente saggio è tratto da: Antonino Costantino - Il soffitto della Cappella Palatina nelle favole di Ibn Zafar arabo siciliano del XII secolo: riflessioni considerazioni bibliografia - Palermo 2017 - ISBN 9791220019835. Di prossima pubblicazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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