“La Granda alchemica, una mostra” di Marco Iacona

Alchimia uguale “proibito”? Secondo certa storiografia di casa nostra, non di quella francese, parrebbe di sì; in effetti sembra esserci un legame stretto tra alcuni avvenimenti che hanno a che vedere con l’Ars Regia e taluni – forse troppi – buchi all’interno della storiografia dello Stivale. Eppure, non sempre la tradizione ermetica merita quell’indegnità di trattamento del cui tocco “fatale” si è soliti subire la pesantezza. E non sempre, nel corso della storia, si trovano quelle nette contrapposizioni tra tradizioni – pitagorica e cristiano-cattolica per citare la “maggiore” –, come a smentire il fin troppo semplice senso comune con relativi vincoli e dettami.   

C’è un legame sufficientemente stretto, per esempio, tra la dinastia sabauda – le cui origini, nella Contea della Moriana e del Chiablese, risalgono al XI secolo – e la tradizione alchemica, legame documentato dal 1300 fino al 1700 circa. Carlo Emanuele I “il Grande” figlio di quell’Emanuele Filiberto che aveva trasferito la capitale a Torino, associò amore per le arti, passione per le scienze, discipline guerresche e tanto altro.

La città di Savigliano era punto nevralgico del Ducato, in precedenza Contea, poi Regno, e proprio a palazzo Cravetta che aveva ospitato l’imperatore Carlo V e Francesco I, re di Francia, morirà di peste lo stesso Carlo Emanuele I. Pare che Nostradamus, il più celebre o celebrato tra i provenzali, l’avesse previsto, seppur “a modo suo”. Gli è che nella provincia “Granda”, cioè nella provincia di Cuneo, “capitale” del neogotico, sono presenti numerosi “segni” e “simboli” della tradizione ermetica, riconoscibili nei beni architettonici e artistici noti e meno noti. Per citarne uno la chiesa di San Lorenzo a Saliceto del primo Cinquecento, una delle poche chiese rinascimentali del Piemonte, attribuita secondo alcuni alla scuola di Leon Battista Alberti.

Per rimanere negli anni a noi più vicini, la figura dell’albese Giuseppe “Pinot” Gallizio, farmacista, spagirico, pittore, anticonformista è quella da tenere in massima considerazione. È soprattutto dai titoli delle sue opere, realizzate in un periodo nel quale poco spazio c’era, in Italia, per culture massimamente alternative, che si evince quel suo tendere verso gli insegnamenti della tradizione pitagorica. Ma anche la cultura pop (manga e videogames) e gli “intollerabili” fumetti, americani e no (mi riferisco a certe opinioni risalenti a circa due generazioni fa), nascondono al loro interno “tentazioni” e richiami di tipo alchemico.

 In serena “compagnia” di nuovi e vecchi artisti, di artieri, illustratori, occultisti, frati alchimisti e ceramisti, studiosi, curiosi e viaggiatori potranno dunque visitare la mostra “La Granda alchenica. Carlo Emanuele I di Savoia e la tradizione ermetica subalpina da Pinot Gallizio ad artieri viventi”, primo capitolo di una serie di eventi di cui si compone e comporrà il progetto “Ars Regia” presentato dall’associazione “Le terre dei Savoia”.

L’iniziativa, dal 5 luglio 2019 al 6 gennaio 2020, articolata in otto specifiche sezioni, viene ospitata presso i due palazzi, Taffini e Cravetta di Savigliano (Cn), il curatore è Enzo Biffi Gentili direttore del “Museo Internazionale delle Arti applicate d’Oggi” (Miaao), raffinato autore dell’Introduzione al bellissimo catalogo (Nel crogiuolo della Granda); fondamentale e illuminante l’apporto del progettista grafico Alessandro Calabrese, in arte Kalla e dei fotografi Daniele Regis e Pino Dell’Aquila.

 

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