Canti a Prometeo di Gino Pantaleone

 

           

 

      Questi Canti a Prometeo, di Gino Pantaleone, sono una difficile scommessa, una sfida alla sorte, al tragico destino che incombe sull'umanità. Essi auspicano il ritorno di un dio che sappia accendere nel cuore dell'uomo la fiamma della passione, dell'amore per la vita contro Thánatos: la pulsione di morte che ha preso il sopravvento sul principio del piacere e domina incontrastata in questo nostro tempo della povertà, in cui la fuga degli dei, di hölderliniana memoria, è divenuta irreversibile. Il mito, qui, non è un semplice riferimento al Titano, ma si squaderna lungo i 22 sonetti che compongono il poemetto, il quale è una forte denuncia contro questo nostro mondo che, come il re nudo, non può nascondere la nudità, alla quale sembra che gli uomini si siano assuefatti e che mostrano senza scandalo, senza curarsi di vestirla anche di stracci. E questa nudità è la povertà che avanza in un tempo che non trae insegnamenti dalla sua storia e che appare senza futuro e senza divinità cui votarsi. Qui, il mito incontra il sogno dei poeti, così degli uomini di buona volontà, e cioè quello di un mondo migliore. Forte è in loro il bisogno di credere nella svolta, nella rigenerazione dell'uomo, nella salvezza del mondo, contro ogni pessimismo e difficoltà. Prometeo, benefattore dell'umanità e simbolo del progresso e della lotta contro le ingiustizie e le prevaricazioni dei potenti, è l'eroe che non può restare "incatenato" al suo mito, ma deve tornare a fare dono di sé agli uomini attraverso l'esempio: «Lascio in eterno al mondo ogni mio esempio / la roccia, le catene con dolore / nascerà tra voi un figlio il Salvatore». In quest'ultimo canto è dichiarato il parallelismo tra Prometeo e il nostro Signore, trasversale a tutto il poemetto, ma che già è anticipato nel mito, dove il Titano, a somiglianza del nostro Dio, per volere di Zeus plasma l'uomo con la creta e lo anima con un soffio prodigandosi poi, con amore e fino al sacrificio, per donare la sapienza al genere umano, così come Gesù, venuto in terra per salvare l'uomo. Con quell'annuncio augurale del Salvatore si chiude il poemetto, quasi a colmare il vuoto iniziale: il silenzio degli dei, che fa porre al nostro poeta la domanda se essi siano «vivi ancora» o siano «solo sogni degli umani». L'abisso senza fondo, in cui gli uomini rischiano di precipitare, impone di non smettere di sognare e di attendere fiduciosi la nuova venuta degli dei, di un eroe che porti la fiaccola dell'amore e della pace all'umanità devastata dall'odio, dalle violenze, dalle guerre:

 

È finita la voglia di sognare / (...) Le notti brillano di bombe amare / Sventrano terre, noi stiamo a guardare / non c'è più una mano che ci accarezzi / (...) dove sei eroe d'un tempo anèlo / che hai sfidato per noi il mondo divino?

     

Questo bisogno di eroi è, per dirla con B. Brecht[1], la sventura della terra, ché sarebbe meglio se potesse fare a meno degli eroi. Ma qui, il grido del poeta è l'invocazione non a un semplice eroe ma a un dio che, in quanto "creatore", artefice, forgiatore dell'uomo, non può restare assente, non può esimersi di aiutarlo, tanto più che è «il Dio d'amore», il quale ancora splende della «luce del fuoco» che ha donato. Ma a che vale, si chiede il nostro poeta, riporre la salvezza in un dio che si nasconde; «ma perché recitare una preghiera / se non c'è una promessa di speranza?»: bene, quest'ultimo, rimasto nel vaso aperto incautamente e per curiosità da Pandora e dal quale uscirono tutti i mali, che Prometeo vi aveva chiuso. E qui Pandora, dea della terra e donna bellissima, la prima del genere umano, «nata per profanare» richiama, tacitamente, Eva, donna del paradiso, altrettanto bella e anche lei nata per profanare, per violare la legge divina. La speranza è la "figura" fondamentale di questi sonetti in quanto è modo di essere dell'uomo, «è disposizione dell'anima a persuadersi che ciò che si desidera verrà»[2]. Perciò, essa non arretra nemmeno quando sembra cedere allo sconforto, quando le subentra la coscienza di un dolore «esclusivo dei mortali», che gli dei non possono comprendere «non conoscendo la terrena vita». A sostenere la speranza è ancora il sogno del poeta, di Gino Pantaleone, unitamente alla certezza che «Solo il vero amore può consolare / Vedendo Dei e bimbi giocare insieme / ogni violenza sembra dileguare». Al sogno dell'uomo risponde la voce del dio ridestato dalla speranza, quando questa sembra assuefarsi alla sua assenza. Ed è una voce colma di sentimento che, in sintonia col poeta, modula le parole affinché il canto fluisca e tocchi il cuore dell'uomo, affinché quest'uomo, per lunghissimo tempo incapace di cor-rispondere, di ricambiare l'antico dono del Titano, faccia tesoro della notte e non smetta di sognare il futuro. Questo canto si dipana in climax ascendente lungo gli ultimi sei sonetti ed è un tripudio d'immagini, di profumi, di suoni, di colori che annuncia e accompagna il sentimento dell'amore, dichiarato in tutta la sua potenza. Nel tempo della povertà estrema, che attraversa l'esistenza di questo nostro mondo, «nello scempio», il ritorno auspicabile del dio si fa possibile presenza, che traccia «il sentiero che ti porta al sole». L'antica scintilla, dunque, si fa luce, e «la cieca speranza viva» si muta in poesia, «in un vago universo di parole» che mette l'uomo in cammino.

 

 

 

 

 

 

 

[1] In Vita di Galileo

[2] Cartesio, Les passions de l'âme

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