Considerazioni di Mario Bozzi Sentieri su "MOSAICOSMO — MANIFESTO. Per un Nuovo Umanesimo Cosmico" di Tommaso Romano
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- Category: Scritture
- Creato: 14 Aprile 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Avere scelto, da parte di Tommaso Romano, il “Mosaico” come immagine simbolica di una riflessione “per un Nuovo Umanesimo Cosmico” apre squarci significativi anche per una riflessione socialmente dinamica della realtà contemporanea. Una realtà segnata – come viene specificato in premessa - dalla consapevolezza che l'umanità attraversa un crocevia epocale.
La tecnica avanza con velocità vertiginosa; le ideologie si sfaldano; il senso del sacro viene ridotto a folklore o a superstizione. In questo contesto avanza la “precarietà di massa” ed insieme l’esasperato individualismo, la scomparsa dell’idea stessa di bene comune, i particolarismi, l’anonimia urbana. Cala insomma il “tasso di spiritualità” ed aumenta lo spaesamento, con tutto ciò che comporta proprio in ragione della tenuta sociale, mentre avanza il “relativismo urbano”, corollario di quello etico.
A forza di dire che la Religione era una sovrastruttura soffocante, i partiti erano inutili, i sindacati burocratici e retrivi, i luoghi fisici della partecipazione (dalle parrocchie alle sezioni di partito, dalle cellule di fabbrica ai consorzi territoriali) orpelli di un mondo da archiviare, si è venuta a creare –una sorta di periferia generalizzata, una “folla solitaria” – per usare l’immagine del sociologo David Riesman - in grado di fare smottare un “sistema” che pareva solido ed inattaccabile.
Dietro l’idea di annullare/depotenziare i corpi intermedi, c’è la visione borghese tesa a “liberare” l’uomo dai “vincoli” tradizionali (religiosi, sociali, territoriali, familiari), rendendolo formalisticamente uguale al suo simile (gli stessi diritti/gli stessi doveri), ma sostanzialmente più debole. C’è l’idea del laisser faire, laisser passer, con la precarietà di massa, su cui si sono innescati gli antagonismi di classe. All’impoverimento materiale dei primi anni (con l’abolizione giacobina delle corporazioni, delle società benefiche ed educative, delle organizzazioni di lavoratori, delle società artigiane) poi riequilibrato dalle lotte sociali dell’Ottocento e del Novecento e dalle radicalizzazioni ideologiche da esse provocate , corrisponde oggi uno “smarrimento” spirituale e sociale dai costi esistenziali e materiali altissimi. Ecco una buona battaglia da combattere a livello culturale e ben oltre le vecchie appartenenze, per provare a ricucire gli strappi di una società lacerata che chiede di “ricomporsi” e che ha perciò bisogno di ritrovare i luoghi spirituali e fisici della sua identità.
Riportare al centro della riflessione ricostruttiva il “Mosaico” significa ritrovare il valore dell’Ordine organico, della Bellezza, del Talento.
L’idea simbolica del mosaico, composto da tante “parti”, organicamente ordinate è un segno per eccellenza di una socialità rinnovata. La visione organicistica si contrappone alla visione individualistica che considera la società come il risultato combinato, ma non coordinato e diretto, delle azioni dell'insieme di individui indipendenti.
Organicistica è la visione di Platone, per il quale l'intero universo, e non solo la società, costituisce un grande organismo vivente. In Timeo, Platone teorizza la collaborazione tra tre gruppi sociali, ognuno dei quali ha presentato uno sviluppo maggiore delle parti dell’animo umano: i lavoratori (espressione di temperanza); i guerrieri (forti e coraggiosi); i governanti (portatori di saggezza).
L’organicità del corpo sociale, secondo la visione classica, è fissata, il 493 a.c., nell’apologo pronunciato ai plebei, secessionisti contro i patrizi romani, da Menenio Agrippa, che assimila le membra dell’uomo alla società, la cui coesione ne tutela la vita: “Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute”.
Nel pensiero cristiano delle origini gli spunti organicistici del Vangelo che descrivono il legame dei credenti con Cristo come quello dei tralci con la vite, vengono amplificati da San Paolo, secondo il quale la Chiesa è un unico corpo di cui Cristo è la testa ed i cristiani sono le membra: “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri.” (Lettera ai Corinzi)
Nel corso del Medioevo, Giovanni di Salisbury e Marsilio da Padova descrivono la comunità politica come un “corpo” che, analogamente al corpo fisico, si compone di parti e strutture diverse tra loro, gerarchicamente e funzionalmente in rapporto di reciprocità.
Auguste Comte (Cours de philosophie positive, 1839) concepisce la società come un organismo composto da altri organismi (la famiglia, le associazioni, le imprese economiche, le istituzioni politiche, ecc.) ognuno dei quali assolve una funzione specifica che contribuisce al funzionamento del tutto. Anche per Herbert Spencer (Principles of Sociology, 1876) la società è un organismo le cui parti sono connesse tra loro da una rete di relazioni di interdipendenza.
Durante gli Anni Trenta del ‘900, Othmar Spann, esponente della scuola universale organica di Vienna, sulla rivista “Lo Stato” (L’importanza dell’ordinamento corporativo per l’epoca presente, luglio 1933) sottolinea come nello Stato organico non prevalga l’idea di libertà, ma quella di giustizia, intesa come naturale inserimento del singolo all’interno del ceto o della corporazione più confacente alle sue inclinazioni. In questi termini, lo Stato non è più una semplice costruzione utilitaria a cui offrire un’obbedienza esteriore, e solo nella misura in cui esso garantisca la pace, ma diventa l’espressione delle potenzialità di una nazione.
Le analogie riscontrabili tra la società e l’organismo non devono però fare sottovalutare possibili differenze. Innanzitutto la mobilità interna alla società, le cui parti non occupano un posto fisso, come accade nell’organismo, ma sono caratterizzate da una certa autonomia ed indipendenza. Su un piano d’ordine spirituale, mentre l’organismo esiste in ragione di un fine unico (la vita del tutto) la società serve al bene degli individui e a quello dei corpi intermedi, i quali non sono soltanto mezzo ma anche valore ed azione in sé.
All’interno della società i vincoli sono peraltro diversi, riguardando il livello biologico-parentale, il territoriale-nazionale, lo spirituale-religioso, il sociale-economico (con particolare riguardo all’azienda e alla categoria professionale), il vincolo giuridico, legato allo Stato. In ragione della complessità sociale e dei vincoli di comunanza a cui è legato ogni individuo, nei vari aspetti della propria esistenza ed attività, la risposta partecipativa articola e rappresenta la valorizzazione delle capacità individuali, negli specifici ambiti, al servizio della comunità.
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La filosofia del bello, incarnata dal Mosaico, è l’unico reale ottimismo. La Bellezza non è fuga estetizzante dal reale, al contrario. Essa è volontà di ritorno all’ordine cosmico. E’ presa di coscienza, al di là del macchinismo industriale, dell’urbanesimo indifferenziato, dell’omologazione di massa. E’ rottura contro tutte le banalizzazioni. Ponendosi come discrimine senza tempo, la Bellezza può trovare nella tecnica la sua sublimazione contemporanea, segno di una nuova chiarezza narrativa, di ottimismo, di energia positiva, di forza evocativa, di sperimentazione e partecipazione.
"L'umanità' – ha scritto Fëdor Dostoevskij in I fratelli Karamazov - può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui".
Siamo degli illusi a fare certi richiami e ad invocare il diritto alla "via pulchritudinis", una via della bellezza che costituisca al tempo stesso un percorso artistico, estetico, un itinerario di fede, di ricerca teologica, ma anche un valore civile al quale “informare” (nel senso di dare forma) la società? Può darsi … Ma pensate/pensiamo – per un attimo – che cosa questo vorrebbe dire per le nostre città, per il decoro urbano, per l’estetica dei quartieri, per l’organizzazione della vita civile, per l’armonia dei rapporti sociali, per l’educazione delle giovani generazioni.
Pensate/pensiamo se la ricostruzione di quello che, un tempo, era definito come “l’ordine civile”, tornasse al centro dell’impegno della politica e della buona amministrazione contro tutti gli speculatori, contro tutte le partigianerie, contro le vecchie e nuove lobbies del relativismo.
Non è evidentemente un problema “estetico”. Significa svelare – per dirla con Dostoevskij – il segreto della vita.
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A differenza di quanto non credano gli apostoli dell’egualitarismo, il Talento non è un limite alla creatività. Nella crisi del bello, la sterilità creativa ha trovato nella negazione delle competenze il proprio alibi. Portare al centro della produzione artistica i fattori formali e sostanziali che stanno alla base di compiuti percorsi formativi, significa dare nuova dignità e nuova consapevolezza a quanti in essa e per essa di trovano ad operare. E significa, nel contempo, ricollegare contemporaneità e tradizione, ricucire antistorici strappi, ritrovare la grandiosità di una Storia, la sua complessità, la sua capacità stupefacente.
Presente e passato così azzerano le distanze. E sola resta la forza evocativa della creatività, che sa ritornare all’essenza della forma e all’orgoglio e alle responsabilità che provengono dall’appartenenza.
L’artista non può infatti rispondere solo a se stesso. Né l’architetto progettare per il suo piacere estetico. Né l’urbanista inventare dissociandosi dalla realtà. Il talento non può non coniugarsi con l’identità. Anche qui non si tratta di ricapitolare, magari elencando stancamente scelte valoriali. I discrimini debbono nascere da un confronto dialettico con la realtà contemporanea: radicamento vs. spaesamento, pathos vs. disincanto, partecipazione vs. egoismo, comunità vs. burocrazia, sacro vs. materialismo, merito vs. egualitarismo, bellezza vs. degrado e così via.
Questo processo di distinzione/integrazione non può non passare da una ripresa d’identità rispetto ad un percorso trimillenario, che ci porta al cuore dell’essenza civile e spirituale del nostro essere.
C’è una vocazione “solare” nella tensione estetica dell’Uomo, che, per quanto oscurata, rimane a ricomprendere luoghi, esperienze, idee, realtà diverse e lontane tra loro. Essa abbraccia le abbacinanti distese del Nord e le avvolgenti atmosfere mediterranee, parla il linguaggio dei megaliti e delle raffinate architetture dell’antichità, ci guarda dalle Cattedrali gotiche e tra le linee pure delle architetture razionaliste.
Il compito di chi crede a questa “vocazione”, come bene ha fissato Tommaso Romano nel Mosaicosmo, è riassumere, nel senso di assumere a sé, questo enorme lascito, dando ad esso una nuova consapevolezza e nuove forme, rendendo finalmente visibile l’invisibile, reale lo spirituale, plastico l’indistinto, per parlare finalmente un linguaggio che, nel mutare dei tempi, non è né di oggi, né di ieri, ma di sempre.




