Crocifissa Mangiavillano, “Sette cortili” (Marcovalerio Ed.) – di Antonino Sala

Sette cortili di Crocifissa Mangiavillano, pubblicato da Marcovalerio Edizioni nel marzo 2026, è una raccolta di sette racconti brevi ambientati in un paese della costa sud-occidentale della Sicilia, identificabile per elementi toponomastici interni con l'area di Palma di Montechiaro e dintorni. L'autrice, docente palermitana di origine palmese, già autrice dei saggi L'infinito al quadrato (2018) e La Spirale Aurea (2022) e del romanzo breve L'emerito uomo (2023), approda con questa raccolta a una forma narrativa nuova nel proprio percorso, quella del racconto breve a carattere realistico-popolare. Il volume, corredato da una prefazione di Carlo Sortino e da illustrazioni di Giada Perconti, si presenta come un contributo significativo alla narrativa siciliana contemporanea, meritevole di analisi sia sul piano letterario che su quello documentario e antropologico.
L'aspetto più rilevante e originale della raccolta è l’uso della lingua. Mangiavillano adotta una prosa italiana sistematicamente attraversata dal dialetto siciliano, secondo una modalità che non è riducibile al semplice inserimento di termini locali a scopo coloristico, ma che configura una scelta stilistica coerente e consapevole. Il dialetto non è ornamento né citazione: partecipa attivamente alla costruzione dei personaggi, alla definizione delle relazioni sociali, alla modulazione del registro narrativo.
L'apparato di note a piè di pagina, che traduce sistematicamente vocaboli, locuzioni proverbiali e soprannomi dialettali, rivela una cura filologica che trascende la semplice esigenza di accessibilità per il lettore non siciliano, configurandosi come un vero e proprio glossario etnolinguistico di un lessico in via di dismissione. Termini come surciaru, dammusu, giummarra, trusci, crinu designano oggetti materiali e pratiche di una civiltà contadina e artigianale la cui documentazione lessicale costituisce di per sé un contributo culturale non trascurabile. Sul piano strettamente letterario, l'ibridazione tra italiano e siciliano produce effetti di straniamento controllato che appartengono a una tradizione narrativa nobile, riconducibile, nella letteratura siciliana del Novecento. Va segnalato, a fronte di questi meriti, che la prosa manifesta a tratti una tendenza all'accumulo aggettivale che attenua l'efficacia del dettato. Questa inclinazione è particolarmente evidente nel racconto d'apertura, Paranu, dove la descrizione ambientale precede l'avvio narrativo con un'estensione non sempre funzionale all'economia del racconto breve.
 
Analisi dei singoli racconti
Paranu
Il racconto introduce la figura del cosiddetto matto del paese, personaggio orfano dalla nascita, segnato da una disabilità cognitiva acquisita per cause ostetriche, integrato nella vita del quartiere secondo quella logica comunitaria di inclusione ambivalente tipica delle piccole comunità meridionali tradizionali. Il personaggio è tratteggiato con precisione e senza condiscendenza, e il ritratto fisico, il cappotto svolazzante, il bastone, gli occhi vivaci e vigili ha una qualità evocativa riconoscibile. Il racconto anche se presenta l'assenza di uno sviluppo narrativo definito e di una conclusione netta lo avvicina più al bozzetto o al ritratto che al racconto in senso proprio. Questa scelta certamente è una deliberata apertura della raccolta su un personaggio-soglia che apre le porte al lettore.
 
 
La mula numero 25
È il racconto più riuscito della raccolta. La storia di Turiddru, agricoltore sottomesso a una moglie dominante per quasi mezzo secolo, che trova nel rapporto con la propria mula l'unica forma di comunicazione autentica disponibile, è costruita secondo una progressione narrativa ben calibrata. La caratterizzazione della coppia, lui ridotto al silenzio come strumento di autodifesa, lei descritta mediante il riferimento ironico a Sun Tzu come stratega militare domestica, funziona con coerenza per tutta la durata del racconto. La risoluzione testamentaria finale, i beni alla mula, alla moglie l'usufrutto della stalla, costituisce una chiusa di notevole efficacia, che appartiene alla tradizione della novella breve di matrice boccacciana per la sua logica paradossale e la sua simmetria vendicativa. Il registro comico-amaro è qui sostenuto con continuità e senza cedimenti.
 
Le sorelle Tarallo
Il racconto elabora il tema della zitella meridionale, topos consolidato della narrativa siciliana, attraverso la duplicazione del personaggio nelle due sorelle gemelle Luzza e Biniditta, ricamatrici di mestiere, grottesche nell'aspetto, metodiche nella ricerca di un marito. La contraddizione tra la bellezza dei loro lavori artigianali e la loro inadeguatezza sociale è gestita con ironia controllata. L'introduzione del personaggio di Giovanni, impostore che fidanza simultaneamente le due sorelle per estinguere i propri debiti con lo strozzino locale, porta il racconto verso una soluzione noir che si interrompe opportunamente prima della risoluzione esplicita, lasciando aperta l'interpretazione. Il finale, con le due donne davanti alla parete dipinta di viola e lo sguardo sinistro che si insinua tra i baffi decolorati, è uno dei momenti narrativamente più densi dell'intera raccolta.
 
Gisella
Il racconto affronta il tema dell'immigrazione clandestina attraverso una prospettiva narrativa inusuale: quella del contadino siciliano diffidente e xenofobo che, per ragioni legate alla propria storia familiare, un fratello emigrato in America all'inizio del secolo e mai più rivisto, non riesce ad abbandonare sul ciglio della strada sterrata il giovane subsahariano trovato agonizzante. La trasformazione del protagonista da ostilità a accettazione non è presentata come conversione ideologica ma come processo graduale, mediato dal lavoro condiviso e dall'osservazione silenziosa. Questa scelta narrativa, che evita tanto il patetismo quanto la predicazione civile, conferisce al racconto una credibilità psicologica superiore a quella di molta narrativa italiana coeva sullo stesso tema. La scena finale, con il giovane migrante alla guida della fresa e i due diretti insieme verso la stazione dei Carabinieri, funziona come conclusione aperta e non retorica.
 
Alì porta nel cortile siciliano la presenza straniera con un'ironia plurale che non risparmia nessuno: né le due cugine devote che si scoprono meno caste di quanto credessero, né la comunità che giudica e poi si adatta. Il tema, l'arrivo di stranieri in un cortile dalla reputazione compromessa, l'integrazione che avviene per vie oblique e contraddittorie, è tra i più attuali della contemporaneità siciliana e italiana. E la storia delle due cugine nei festini notturni viene riferita come voce di malelingue, senza che l'autrice decida con chiarezza se ironizzare sull'ipocrisia o semplicemente registrare il fatto nonostante il racconto presenta osservazioni antropologiche acute sulla dinamica della reputazione nelle piccole comunità.
 
L'epidemia
La satira di costume costruita attorno a una quarantena per orecchioni maschili ha una premessa narrativa interessante: l'inversione temporanea degli spazi di genere nel paese, con le donne che occupano luoghi tradizionalmente riservati agli uomini, ha potenzialità sia comiche che critiche. Il racconto le sfrutta ambedue: alcuni passaggi, la figura del parroco autorizzato a circolare liberamente per presunta impotenza, le mogli che tentano di espellere i mariti con la lupara hanno una qualità grottesca efficace. L'istanza di risarcimento danni finale è poi un'idea brillante.
 
Il cacanido
Il racconto conclusivo tratta il tema della primogenitura maschile e dell'attesa del nipote maschio nella famiglia siciliana tradizionale. La figura della nonna Cruciddra, con la sua strategia di pressione familiare e il corredino preparato in anticipo, è caratterizzata con efficacia. Il meccanismo narrativo, cinque figlie femmine prima dell'erede maschio atteso, con il corredino che nel frattempo si tinge di rosa è un topos della letteratura meridionale che che Mangiavillano tratta nel solco di una tradizione narrativa prettamente siciliana che permette al racconto di funzionare bene come chiusura tematica della raccolta.
 
Struttura della raccolta e coerenza d'insieme
I sette racconti non presentano connessioni esplicite tra loro: i quartieri cambiano, i personaggi non si intrecciano, non vi è progressione tematica riconoscibile né un personaggio-filo che attraversi l'intera raccolta. Ma il titolo Sette cortili propone un principio organizzativo, appunto il cortile come unità spaziale e sociale, intorno a cui ruotano esperienze e uomini legati più dal topos che da altro. Sette cortili svolge una funzione documentaria di rilievo. Il lessico registrato costituisce un archivio di termini, pratiche e oggetti materiali appartenenti a una civiltà rurale e artigianale in fase di rapida dismissione.
La rappresentazione dei meccanismi sociali interni alla piccola comunità, le gerarchie tra quartieri, le funzioni del pettegolezzo, i rituali religiosi come arena di negoziazione sociale, le forme di solidarietà e di esclusione, ha un interesse antropologico che va oltre la sua funzione narrativa. In questo senso il libro si colloca in una tradizione di scrittura meridionale che fa della letteratura uno strumento di conservazione della memoria collettiva, proprio per questo nel complesso, l'opera giustifica attenzione critica e colloca Crocifissa Mangiavillano tra le voci della narrativa siciliana contemporanea meritevoli di seguito.
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