“Faa' di Bruno, un gigante della fede e della carità, un difensore della dignità della donna” di Domenico Bonvegna

Il buon cattolico che soggiorna a Torino pensa giustamente di visitare la Sindone, il Sacro lenzuolo dove è stato deposto Nostro Signore dopo la morte sul Calvario. L'ho fatto anch'io, anche se ho visitato la copia che viene custodita in una parete della sacrestia della Chiesa di S. Lorenzo a fianco del Palazzo Reale. Una volta osservato quest'obbligo, il mio pensiero si è rivolto alla numerosa schiera di santi sociali torinesi, vissuti nel solo Ottocento. Mi riferisco a don Bosco al Cottolengo, al Cafasso, per rimanere a quelli più conosciuti. Però ce n'è uno, meno conosciuto, a cui sono particolarmente legato: il beato Faà di Bruno.
L'ho conosciuto leggendo il brillante testo di Vittorio Messori, «Un Italiano serio», pubblicato dalle edizioni Paoline nel 1990. Del resto, come mi ha confermato suor Carla Gallinaro, la postulatrice del beato, è stato proprio il giornalista cattolico torinese a far uscire dall'oblio generale il Faà di Bruno.
Pertanto recandomi in via San Donato, con grande emozione, ho ammirato la sua Chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio e poi il suo splendido Campanile e il Museo. Qui ha operato Faà di Bruno, una straordinaria poliedrica figura; basta aprire il deplian, che promuove il Museo, ben curato da Centro Studi “Francesco Faà di Bruno”, per cogliere in un solo sguardo il vasto curriculum del beato. Fu un militare, capitano di Stato Maggiore, cartografo, professore, scienziato, inventore, astronomo, architetto, scrittore, musicista, operatore sociale, sacerdote, beato.
A mia conoscenza non esiste un altro “santo” con queste caratteristiche. Del resto è tutto documentato nelle nove sale dell'ordinato Museo, che tutti possono ammirare.
Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici figli, nacque ad Alessandria il 29 marzo 1825. «una famiglia di antichissima nobiltà, ricca di gloriose tradizioni e di personaggi che illustrarono i vari campi della vita, religiosa, militare e politica. Una stupenda famiglia sia per l'accordo e la perfetta armonia dei genitori, il marchese Luigi e la nobildonna Carolina Sappa dei Milanesi, sia per i fortissimi vincoli di affetto dei dodici figli». (Anna Maria Bairati, «Il certosino laico», a cura delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, 3 rist. 2013)
Francesco trascorse l'infanzia nel castello di Bruno, nel cuore del Monferrato. La mamma Carolina, nonostante la sua morte prematura, lasciò a Francesco un'impronta indelebile per la sensibilità religiosa, il senso del dovere, la pietà, la dedizione alla famiglia. «Non è poi tanto difficile essere buoni. Basta voler bene per fare il bene», queste ultime parole della mamma, rimasero impresse per sempre nel cuore di Francesco.
Ben presto il padre fu costretto a sistemare il giovane Francesco nel collegio di Novi Ligure, retto dai padri Somaschi. Qui poi dovette scegliere che tipo di carriera intraprendere: quella religiosa o militare. Del resto, già due sorelle avevano scelto la vita religiosa, lo stesso per quanto riguarda due maschi. E' un percorso, «non dissimile da quello di altre famiglie altolocate: il primogenito eredita titolo e beni, i cadetti possono scegliere fra l'esercito e il sacerdozio, mentre alle femmine si pone l'alternativa fra il matrimonio e il monastero». (Pier Luigi Bassignana, Francesco Faà di Bruno. Scienza, fede e società, Edizioni del Capricorno, 2008)
Comunque sia il giovane Francesco aveva già avuto numerosi parenti che avevano abbracciato il sacerdozio, un prozio fu vescovo di Acqui.
Superato l'esame di ammissione, il 15 ottobre 1840, entrò nell'Accademia Militare di Torino e subito si distinse per disciplina e impegno negli studi. Del resto Francesco aveva in famiglia Emilio, ufficiale di marina, perito nella battaglia di Lissa. Incominciavano a profilarsi le sue tendenze per le scienze esatte, specialmente per la matematica nella quale svilupperà in seguito una vera e propria genialità. Nello stesso tempo arrivarono i distacchi e i dolori, due sorelle morirono, un carissimo fratello si trasferiva a Londra.
Intanto nell'agosto 1846 riceve la nomina di Luogotenente nel Regio Corpo di Stato Maggiore generale. «Il giovane ufficiale bello, elegante e brillante, sognava gloria e allori. La prima guerra d'indipendenza lo vide a fianco di Carlo Alberto, inquadrato nella Brigata Guardie della Divisione di riserva, comandata dal duca Vittorio Emanuele, quale aiutante di campo». (Anna Maria Bairati)
Nella battaglia di Novara, un fuciliere austriaco aveva centrato il suo cavallo, ma lui è rimasto in piedi sulle lunghe gambe. Della guerra, fu colpito dalla sua crudeltà che miete i giovani migliori, molti dei quali non avrebbero avuto nessuno che pregasse per la loro pace eterna. Francesco Faà di Bruno criticò anche il pressappochismo «dei comandanti, che portavano molto bene i pennacchi e la divisa, ma come i generali di tutti i tempi mandavano a morire i loro soldati con criminale stupidità». (Bruno Ferrero, Francesco Faà di Bruno. Storia di un genio formidabile, Elledici, editrice Velar, 2017)
Chissà cosa avrebbe pensato il giovane Faà di Bruno se avesse assistito alle crudeltà e alle aberrazioni della Prima guerra mondiale.
Salito al trono l'amico Vittorio Emanuele II, il Faà viene nominato insegnante di materie scientifiche per i due figli Umberto e Amedeo. I due principini avevano cinque e quattro anni. Intanto il capitano venne inviato a Parigi per frequentare i corsi di scienze naturali nella prestigiosa Università della Sorbona. Qui nella città dove molti andavano a divertirsi, Francesco trovò l'ambiente adatto per la serietà dello studio e l'impegno per il bene. Nella parrocchia di Saint-Sulpice, «trovò - scrive Ferrero - quello che il suo spirito stava inconsciamente cercando: un alto livello di preparazione religiosa, di ascetica, di catechesi, di liturgia, di musica e di canto sacro». Proprio qui venne a contatto con i membri della Conferenza di San Vincenzo di Saint-Germain-des-Pres, dove ha conosciuto Federico Ozanam, il fondatore delle Conferenze.
A questo punto una serie di avversità costrinsero Francesco a ripensare la propria vita. L'ultima fu il suo rifiuto a battersi in un duello con un collega ufficiale che l'aveva offeso. A 27 anni fu costretto ad abbandonare la carriera militare. La decisione è stata comunicata ai vertici dell'esercito Regio con queste parole: «Voglio dedicarmi interamente agli studi. Qualcosa da fare lo troverò. Dopotutto non sono un asino».
Adesso libero da impegni il Faà a 28 anni inizia il suo apostolato a favore delle donne, organizzando una scuola di canto sacro, un coro di sole donne presso la parrocchia di San Massimo.
Nel maggio 1854 riprese gli studi prediletti a Parigi in due anni si è laureato in scienze matematiche ed astronomiche, presso la Università della Sorbona. Il titolo gli è stato riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione italiano, che lo autorizzava a tenere dei corsi all'Università di Torino. Tenne la cattedra universitaria sino alla fine della sua vita.
In questo suo secondo soggiorno a Parigi, lo studioso Francesco Faà di Bruno venne a contatto con il cattolicesimo sociale parigino, con uomini come l'abate Moigno e tanti altri cultori di scienza e pratiche religiose.
A Parigi aveva visto all'opera la Società di San Vincenzo e questa per lui era stata un'esperienza fondamentale, perché, «gli fece scoprire il problema della povertà e della miseria e, insieme, gli additò delle soluzioni che erano accolte con favore dalla sua mentalità in quanto implicavano un grande impegno religioso, con esclusione delle diatribe politiche». ( P. Bassignana). E' qui che il professore Faà ha ammirato gli ostelli per apprendisti, pensioni per operai, l'opera di miglioramento alloggi, l'opera di collocamento cassa di mutuo soccorso, corsi serali. E poi le opere caritative religiose: gli orfanotrofi, catechismo, visita ai poveri, ai prigionieri, ai condannati a morte, agli ammalati, distribuzione dei buoni alimentari.
Rientrato a Torino, diventerà subito il suo campo di prova delle sue sperimentazioni didattiche e delle sue iniziative assistenziali. «Assistenza spirituale e assistenza materiale vanno a braccetto». Tuttavia, «Francesco si preoccupava anche degli effetti devastanti che la stampa areligiosa, quando non apertamente anticlericale, poteva provocare su persone culturalmente poco attrezzate. Nella prima esperienza francese aveva potuto constatare l'utilità degli almanacchi prodotti dalla Conferenza di San Vincenzo[...]». (Cfr. Bassignana)
A Torino bisognava contrastare l'influenza provocata soprattutto dal giornale Il Fischietto, fortemente polemico nei confronti della Chiesa. Francesco era convinto che bisognava dar vita a qualche iniziativa più organica, che, sull'esempio francese, si occupasse in maniera continuativa delle necessità, anche materiali, di una moltitudine di giovani donne. Un altro impegno era rappresentato dallo studio e dall'insegnamento. «Da quel momento in poi, - scrive Bassignana – apostolato sociale e attività scientifico-didattica marceranno a braccetto». Per comprendere meglio l'importanza delle opere del Faà di Bruno, Bassignana, cita un importante lavoro, sulla situazione socio-economica di quel periodo della città di Torino. «Torino era una città di diseredati che abbracciavano una parte vastissima della popolazione [...]mostrava una variegata stratificazione della miseria, una piramide che coincideva con lo strato più basso della società ed aveva una base molto larga. Ne facevano parte condizioni tutte di povertà, maggiore o minore, ma assai eterogenee, dal disoccupato all'inabile al lavoro per età o malattia, all'internato in qualche istituzione assistenziale o correzionale, al mendicante saltuario o di professione, alla prostituta, al ladro occasionale o a tempo pieno, al ciarlatano e all'imbroglione, al venditore ambulante di mille cose diverse [...]». (Umberto Levra, L'altro volto di Torino risorgimentale. 1814-1848, Comitato di Torino dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Torino 1989, p. 18)Naturalmente l'elenco potrebbe continuare.
Per tutta questa gente, «il problema primario da risolvere era quello della fame, di come assicurarsi quel minimo vitale che impedisse di morire prematuramente: a Torino, negli anni intorno al 1848, la durata media della vita si aggirava sui trentacinque anni». Addirittura Levra, notava una «decadenza fisica dei ceti inferiori, la loro bruttezza aggiunta alla denutrizione, alla bassa statura, alle deformità, a una debolezza organica diffusa». Leggendo questa citazione io da buon meridionale, siciliano, scopro una povertà nordica che non conoscevo. Certi storici mi avevano fatto intendere che la povertà era una condizione diffusa soltanto nel Sud della nostra penisola.
Peraltro anche lo stesso Bassignana non è da meno nell'analisi impietosa sulla Torino dell'epoca. «I mattinali di polizia riportavano ogni giorno notizie di furti, rapine, stupri. I più esposti ai pericoli e alle tentazioni erano i fanciulli e le donne. Quando la famiglia non era in grado di mantenerli, molto spesso i ragazzi, magari ancora bambini, venivano abbandonati a se stessi, finivano sulla strada, dove si organizzavano in bande o si dedicavano all'accattonaggio, con grave scandalo dei benpensanti [...]Quanto alle donne, la prostituzione era la strada più facile e, spesso, anche obbligata:'per lo più di età compresa fra i 16 e i 29 anni, non mancavano tra loro bambine di 12, 13 anni o addirittura di 9; affette spesso di malattie veneree[...]». Per lo studioso torinese, si trattava di un «esercito», in cui militavano le rappresentanti di tutti i mestieri praticati in città. Nei documenti si possono incontrare: serve, sarte, lavandai, filatrici, cucitrici, cameriere, etc. Poi c'era un altro «esercito» di mezzane, ruffiani, abilissimi nel prospettare a queste donne il miraggio di favolosi guadagni. «Per porre rimedio a questo stato di cose, o quantomeno per dare un po' di sollievo a una popolazione perennemente in bilico fra miseria e degrado, erano sorte numerose istituzioni caritative».
Tra queste iniziative Bassignana ricorda il Cottolengo, don Bosco, Saccarelli, don Cocchi, ma poi c'era anche l'aristocrazia, in particolare la marchesa Giulia di Barolo, che in particolare si occupava della popolazione femminile. In pericolo c'erano le donne di servizio, che negli anni sessanta ammontavano a circa 10.000 su una popolazione di 150.000 abitanti. E su questa categoria che si concentra l'interesse di Francesco Faà di Bruno.
Tuttavia il Faà per risolvere questa tragica situazione della fame, propose alle autorità torinesi, l'esperienza della San Vincenzo parigina, dei «fornelli economici» per i lavoratori. L'esperienza prevedeva dei negozi che preparassero e vendessero - non era educativo regalare - vivande cotte, pronte da consumare sul posto o da portare in famiglia, il costo delle quali era bassissimo, ma sufficiente a coprire le spese e capace anche di fornire un piccolo utile, un capitale, in modo che l'opera potesse estendersi ad un numero sempre maggiore di bisognosi.
La proposta non fu accolta, ma nel frattempo, Francesco istituisce lui un fornello che, oltre a fornire vivande, forniva anche medicinali. A questo punto sembra che il sindaco di Torino accolse l'iniziativa, fornendo dei contributi per quattro fornelli.
Altra iniziativa interessante del Faà di Bruno è un'associazione che propugnava il riposo festivo per tutti. A questa associazione collaborò anche don Bosco. Scrive Ferrero, il beato «non vedeva il problema della santificazione delle feste soltanto sotto il profilo religioso, ma anche sotto quello sociale: era cosa veramente ingiusta che i datori di lavoro sfruttassero le energie degli operai costringendoli, come scrisse in un appello agli operai, 'a rovinarsi la salute per lavorare la domenica'».
Questa iniziativa del Faà avviò in tutta Italia, la nascita di numerose associazioni per l'osservanza delle feste e suggerivano di servirsi presso i negozianti che osservavano il riposo festivo. Peraltro, «il problema è attuale ancora oggi. A conferma della vivacità 'profetica' delle intuizioni di Francesco».
Fa notare Ferrero, che in quell'epoca, c'era anche un problema di igiene, di salute pubblica. Se si pensa che il castello di Versailles, nonostante la vastità, possedeva un solo bagno. Pertanto non bisogna meravigliarsi se anche le case signorili erano sprovvisti di bagno e in molte case non c'era l'acqua corrente. Non esisteva un acquedotto moderno, frequenti erano le epidemie, specialmente durante la stagione calda. Francesco propose al Municipio di Torino un piano dettagliato per la costruzione di una rete di bagni e lavatoi pubblici economici, per contrastare le ricorrenti epidemie come il tifo e il colera, e per soccorrere le massaie, costrette a lavare sulle rive dei fossi, esposte alle intemperie. Ma anche questa proposta il governo liberale massonico non l'ha accolta.
Tra le tante opere assistenziali create da Faà di Bruno c'è sicuramente l'opera di S. Zita; anche qui Francesco guardava all'esperienza parigina. Le ragazze abbandonate a se stesse lo preoccupava, per questo comprò una casetta nel Borgo S. Donato, un quartiere povero e malfamato, non lontano da Valdocco e dall'opera del Cottolengo. «Fu un piccolo seme gettato nel terreno buono - scrive suor Bairati - chi oggi vede tutto il complesso di opere che fiorirono attorno al piccolo stabile, non può che rimanere stupito ed ammirato». Sostanzialmente proprio qui ebbe inizio, quella che chiamano la «cittadella della donna».
Pertanto, suor Bairati, può scrivere: «ai giovani stava pensando Don Bosco, ai malati aveva provveduto il Santo Cottolengo; Francesco, nobile, ricco, imparentato con personaggi di spicco e con una rete di conoscenze e di amicizie ad alto livello, scese ad occuparsi delle lavoratrici più disprezzate, sfruttate, spesso mal retribuite e per queste ragioni esposte a mille pericoli».
Il dott. Mario Cecchetto, definisce Faà di Bruno, «l'apostolo della dignità della donna», per questo nacque l'opera di S. Zita, destinata a provvedere in maniera organica alle necessità materiali e morali della vasta classe lavoratrice delle donne di servizio.
«Scopo principale dell'Opera è di rispondere alla necessità concreta di dare ricovero temporaneo e gratuito alle lavoratrici domestiche che hanno perso il posto di lavoro, offrendo loro altresì opportunità ed occasioni di lavoro, cercate o provocate dall'Opera stessa, insomma casa rifugio ed ufficio di collocamento». (M. Cecchetto, « I cardini della felicità. Francesco Faà di Bruno nella Torino del XIX secolo», in Atti dell'incontro di studi, Teatro dell'Istituto Faà di Bruno, 29.3.2003, Torino)
In quell'epoca a Torino, le donne di servizio erano il 6% della popolazione cittadina, provenivano per la maggior parte dalle campagne, ed erano le meno protette, per lo più analfabete, inesperte ed ingenue, spesso diventavano vittime di soprusi ed insidie. Nell'Opera le donne venivano preparate spiritualmente e professionalmente, alfabetizzate per essere immesse nel lavoro. Scrive Cecchetto: «nel rifugio le ospiti si mantenevano svolgendo i vari servizi, come in famiglia, nonché lavorando nella lavanderia modello, vera e propria intrapresa industriale, creata dal fondatore per sostenere l'Opera, ch'era priva di capitali[...]la fondazione s'ingrandì tanto da diventare come una cittadina tutta al femminile. Faà di Bruno era il generale in capo che, a mano a mano, che si presentavano delle necessità, vi faceva fronte, creando nuove classi, vale a dire gruppi omogenei, ognuno con propri locali, col proprio regolamento, orario e compiti appositi. Unico luogo dove ci si ritrovava insieme quotidianamente era la Chiesa».
Pertanto l'Opera S. Zita era strutturata per classi: la classe delle figlie di Santa Zita, quella delle pensionanti Signore di civile condizione. La classe delle Clarine, o figlie di santa Chiara. Accoglieva le povere giovani, con evidenti difetti fisici o con handicap. «Bisognava ammirare la straordinaria capacità di Faà di bruno di saper organizzare e valorizzare le capacità lavorative di tali persone […] Il fondatore ebbe sempre una particolare cura ed amorevolezza per queste giovani sfortunate e volel che fossero trattate, in specie per il vitto, meglio delle altre ospiti della casa».
Inoltre erano previste la Classe delle inferme e convalescenti, la classe delle pensionanti lavoratrici anziane: il beato garantiva fino al termine della loro vita un ambiente serena, servizi religiosi, vitto migliore e più abbondante che altrove. E' stato uno dei primi pensionati di categoria per anziane a Torino e in Italia.
Poi c'era la classe delle Educande interne ed esterne. Oratorio e patronato per le figlie di servizio. La classe delle tipografe, una novità per quei tempi, il Faà impiantò una tipografia tutta al femminile. La Classe delle allieve maestre ed istitutrici. 
A questo proposito fa notare Cecchetto che è prezioso e cruciale formare un esercito di insegnanti per i fanciulli nella nascente nuova Italia. Ormai ci si avviava verso la laicizzazione della scuola. Si stava passando da una scuola in mano agli ecclesiastici ad una scuola totalmente laica.
Nel 1868 Faà di Bruno rileva l'istituto magistrale femminile della SS. Ma Annunziata e lo trasferisce nella sua cittadella, con l'intento «di formare un piccolo esercito di insegnanti, per realizzare con esse la riconquista cristiana della società, a partire appunto dai fanciulli che queste sue maestre avrebbero educato nei vari comuni d'Italia. Come mirava a mettere una ragazza di servizio da lui formata in ogni famiglia per santificarla, così desiderava anche porre una sua maestra in ogni comune. Questa la strategia complessiva: santificare le famiglie con le sue domestiche, formare i fanciulli ai valori cristiani con le sue maestre».
Era un'opera di elevazione, di riscatto sociale per queste ragazze provenienti dalla campagne. Nel 1870 istituì anche un corso speciale per istitutrici, maestre cui dava «un'ulteriore specializzazione facendo loro apprendere, tra l'altro, le lingue inglese e francese e l'economia domestica al fine di prepararle all'impiego nell'educazione privata dei figli presso famiglie nobili o benestanti».
Il professore Faà di Bruno ha avuto sempre una speciale attenzione per la formazione delle sue allieve, facendogli apprendere anche discipline particolari come la fisica, meteorologia, chimica. Per loro preparò anche testi specifici di materie scientifiche, che poi furono adottati negli istituti magistrali e licei. «La sua pedagogia – scrive Cecchetto – è semplice e forte, centrata com'è sulla formazione integrale della maestra: cultura umanistica, cultura scientifica, cultura musicale, cultura morale e religiosa e, ultima ma non meno importante, cultura della 'manualità' integrate armonicamente».
Riflettendo con la volontaria che mi ha guidato nella visita al Museo, si concordava sull'opportunità di ricordare il beato Faà di Bruno, visto che ha lottato per tutta la sua vita a difesa e al riscatto delle donne più svantaggiate, come un grande e autentico emancipatore della donna. E perché non pensare di organizzare una manifestazione, un happening per evidenziare questo aspetto della vita del beato. Peraltro come sottolinea bene Bassignana, «l'emancipazione della donna passa anche attraverso la presa di conoscenza delle conquiste tecnico-scientifiche».
Un monumento «aere perennius», secondo suor Bairati, «più durevole del bronzo» fu la Congregazione religiosa femminile per garantire continuità alla sua Opera. Certo non era facile per un laico e per giunta maschio, fondare una congregazione religiosa di suore. Preparò il motto per le sue religiose: «Pregare, agire, soffrire». Anche il nome della Congregazione era nello stile del beato: Suore Minime del Suffragio. «All'origine della Congregazione c'è dell'eroismo. La vita delle prime postulanti fu assai dura, sia per le fatiche del lavoro, sia per l'austerità del regolamento nel quale possono veder riflesse le abitudini del militare ligio al dovere, esigente con se stesso e quindi anche con gli altri». L'ambiente di vita era abbastanza austero, spoglio e povero,  il dormitorio per il piccolo drappello di novizie e postulanti era comune. La Provvidenza gli mandò la signorina Giovanna Gonella, che divenne poi la prima Superiora Generale della Congregazione.
Che cosa mancava a tutto questo grande impegno del «certosino laico»? Il primo a dirglielo è stato il vescovo di Mondovì:“Signor cavaliere, che manca a lei per essere prete? Si decida, ed in breve sarà ordinato”. Il 22 ottobre 1876, avviene la sospirata ordinazione. Tra i suoi capolavori, uno resta ben visibile nel quartiere, mi riferisco alla bellissima Chiesa di N. S. del Suffragio e allo stupendo campanile, con il suo orologio, per far vedere l'ora a tutti i borghigiani di allora. «Quella dell'orologio fu un'iniziativa importante e, al tempo stesso rivelatrice della mentalità con la quale Faà di Bruno affrontava i problemi della società del suo tempo. Come ha ricordato Vittorio Messori, un orologio era allora un lusso per privilegiati: in attesa di una società in cui tutti potessero permettersi di acquistarlo, Faà di Bruno pensò di risolvere subito il problema». (Bassignana)
Aveva scelto un architetto per la costruzione ma poi continuò da solo, anche con l'aiuto delle suore. Il campanile merita essere ricordato, alto ben 83 metri, studiato nei minimi particolari, «da mettere in rilievo la sicurezza delle nozioni possedute da lui in fatto di fisica, meccanica e matematica». Ho avuto il privilegio di poter visitare il prestigioso monumento e sopratutto di poter apprezzare le spiegazioni sulle tecniche di costruzione da parte della competente guida signora Sasso. Certo al mio posto ci voleva un ingegnere per capire meglio lo straordinario lavoro di Francesco.
E comunque nonostante la mia incompetenza sulla materia, ho inteso anch'io l'importanza del lavoro svolto dallo scienziato, che, come fa notare Bassignana, il Faà di Bruno, della scienza aveva una concezione più «sociale» che speculativa. «L'interesse che Faà di Bruno nutre per la matematica e l'insegnamento è dello stesso tipo di quello che lo porterà alla costituzione dell'Opera di Santa Zita. La scienza, come la carità, non debbono essere fine a se stesse, ma trovano giustificazione solo se riescono a essere 'utili'».
Concludo con le riflessioni che traggo dal testo di Bassignana, «Forse, il lascito più importante che Francesco Faà di Bruno consegna al nostro tempo consiste proprio in questa sua straordinaria capacità di comporre i contrasti, di superare le contraddizioni personali in nome della fede. Una fede assoluta cristallina, ma al tempo stesso razionale, una fiducia in Dio che gli indicava sempre la strada giusta, l'obiettivo da perseguire». L'altro miracolo importante che ci ha lasciato, è come scrive Messori, «quello dell'unione, nella stessa persona, della mentalità più moderna e più aperta al vero progresso, con la fedeltà alla Tradizione cattolica più classica, con la scelta più radicale di un 'si' al Dio di Gesù Cristo e anche a quella Chiesa che, con il Sillabo e con altri pronunciamenti, era giudicata ormai del tutto fuori gioco, un relitto di epoche in via di estinzione».

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