GIGANTI NANI. Avanzi di un tempo dannato – di Guglielmo Peralta

 

Un grande ‘affresco’ è questo romanzo di Giannino Balbis, che già nel titolo e nel sottotitolo, smentisce, correggendola, la citazione-metafora di Bernardo di Chartres: Siamo come nani sulle spalle dei giganti. E, nello stesso tempo, conferma l’antichissimo mito, secondo il quale gli umani sarebbero ‘caduti’ sempre più in basso, trasformati da giganti in nani “ribelli e bellicosi”. Un mito che si è rivelato profetico, dal momento che quei nostri ‘antenati’ si sono riprodotti, rigenerati fino ai nostri giorni, in “individui affetti da forme di nanismo” tale da non potersi ‘rialzare’, incapaci di ‘riscrivere’ la storia, di sollevarsi a vita migliore, alla statura originaria di “semidei”, dei grandi sapienti del passato. Di ciò è convinto Samuele Abram: lo dice alla fine del romanzo di cui è scrittore, narratore e protagonista (autodiegetico), ed è un motivo centrale e trasversale all’intera opera, un ‘filo’ che ne collega le diverse parti, creando coesione strutturale, tant’è che l’Autore, di cui Samuele è l’alter-ego, lo riprende e riporta in quarta di copertina:

Sono sempre più convinto che l’umanità sia fatta di nani che si credono giganti. Di giganti nani nella mia vita ne ho incontrati parecchi, molti ne ho trovati nelle pagine della storia, moltissimi nel secolo dannato in cui mi è toccato vivere. E ora, ne vedo nascere di nuovi, in continuazione, e mi paiono sempre più feroci.

 il “tempo dannato” è il XX secolo; è, soprattutto, quella ‘frazione’ infernale, in cui si sviluppa e si compie la tragedia della Shoah. Esso è il motore narrativo e il tema fondamentale attorno al quale ruotano personaggi, conflitti e riflessioni. Qui il mondo ha conosciuto l’abisso, gli uomini sono scaduti ad “avanzi” di vite, di un’umanità ferita; sono ‘giganti’ de-caduti, privati della loro ‘statura’, della qualità della ‘sostanza’ ridotta a numero, alla quantità della ‘materia’. Non manca nulla in questo romanzo; molti sono gli argomenti trattati sullo sfondo dell’Italia fascista, del nazismo, della Resistenza e intrisi di sentimenti contrastanti: guerra, morte, odi familiari, tradimenti, delusioni, povertà, drammi, tragedie, suicidi, in parte compensati da sogni, desideri, passioni, amicizia, ricordi non privi di dolore e di nostalgia, “infarciti di troppi appigli letterari, carichi di realtà vera e alterata”. Su tutto domina l’amore, quello vero, puro, autentico, anche sugli “amori grandi e sinceri (che) abbondano in letteratura e nel regno dell’ideale, ma scarseggiano nella realtà”. E la letteratura è il surrogato e il paradigma che più di ogni altra cosa offre un’ampia declinazione dell’amore, in tutte le sue forme, costituendone, al tempo stesso, il modello. Perché qui l’arte, la poesia, la letteratura si coniugano con gli elementi della narrazione, con l’impianto storico e storiografico del romanzo, che così risulta essere un’auto-biografia dello spirito che lo impregna, nonché un viaggio nella memoria e nei luoghi fisici e dell’anima. Non c’è trama nel romanzo, se non quella in-tessuta nei “fatti” e che non richiede, pertanto, “invenzioni”. Non s’inventano “i mali che affliggono la storia, la società, gli individui” né “il male dell’infelicità personale”, che è “il solo a portata di mano” e “sul quale si può realmente incidere” sperando di trovare la “propria piccola felicità quotidiana”. Reale, dunque, è il male, strettamente legato con il bene. Insieme abitano tutte le storie della narrazione, governata e caratterizzata da una mescolanza di generi e dall’inserimento di poesie, che fanno da compendio e da sintesi agli episodi esposti. È proprio l’amore per la bellezza, che splende e si ‘manifesta’ attraverso le opere dei grandi autori nel campo dell’arte, della poesia, della letteratura, della musica, del teatro, a ‘rivelare’ l’identità tra Samuele Abram e Giannino Balbis, il quale, come il narratore, è poeta, scrittore, storico, storiografo, saggista, amante dell’arte, della musica, nonché insegnante di liceo come lui. Inoltre, li accomuna la ricerca della “verità storica fatta anche di psicologia” e la convinzione che “la storia deve aiutare la politica, deve essere maestra di vita” contro le “epifanie del male”. Perciò la storia non può essere separata dalla storiografia, la quale “è fatta di parole umane (…) è frutto, più o meno consapevole, di un io che parla di sé parlando del mondo, vuole definire la propria identità nell’identità del mondo (…) è letteratura (…) una delle forme più nobili di letteratura”, della quale la memoria è un tema ricorrente, un filo conduttore.

La memoria ci solleva dal dolore, dalla solitudine e ci restituisce a noi stessi, in quanto è custode dell’“identità” individuale e collettiva. Perciò essa entra a pieno titolo in questo romanzo che, attraverso i racconti, ‘espone’ il mondo interiore del narratore/Autore, lasciandovi entrare il mondo reale che i sensi tengono fuori. E i due mondi si compenetrano, si legano l’uno all’altro e si fanno storia, scrittura, memoria, vita.  Perché, come insegna Márquez, “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

In conflitto con sé stesso, con i propri sentimenti, in quanto storico, e perciò, “uomo che ha vissuto sulla propria pelle la tragedia di quel male (…) che è stato il nazifascismo per gli ebrei”, Samuele “vecchio e stanco”, prossimo agli 85 anni, desidera “gustare in silenzio, senza un pensiero, senza un gesto, quel poco di azzurro che resta”. In pace con sé stesso, rasserenato e reso meglio di quel che è stato, ringrazia i “maestri di scuola e di vita, gli amici, la famiglia e le sue tristi vicende, e naturalmente Werner, Hans, Elena, Carlotta”. Da loro, ma anche da tutti gli altri, dalle loro storie ha ricevuto molto più di quello che ha dato. E tutto quello che ha scritto, egli confessa, l’ha scritto “per consegnarlo alla memoria”. Questa sua nobiltà d’animo traspare e impregna tutto il romanzo e com-muove il lettore, il quale non può che auspicare il ritorno a un nuovo umanesimo e, dunque, la riscoperta della centralità dell’uomo nella cultura e nella società. Solo quest’uomo dell’attesa e della rinascita, innalzato nuovamente alla statura dei ‘giganti’ e redento dalla memoria del “secolo dannato”, può inaugurare il tempo felice.

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