IL VOLTO BUONO DEL NULLA

 

     

 

      Se il nulla è il principio assoluto della Creazione, se esso è l’essere e il garante dell’eternità, dobbiamo ripensare con il nulla il nichilismo. Questo, dopo i suoi primi esordi in campo filosofico con Gorgia, per il quale «nulla è, se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile, se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri»[1], s’impone alla fine del secolo XVIII come dottrina negatrice degli ideali e dei valori tradizionali, nonché della stessa esistenza della realtà oggettiva, considerata solo una vacua e illusoria apparenza. Se il nichilismo, successivamente, ha in Nietzsche il suo più grande teorico, assertore e referente, se con lui si afferma e acquista notorietà e finisce per essere identificato, tuttavia, è in questo nostro tempo che esso, da semplice teoria, da pura visione del mondo si fa “pratica” corrente, dottrina viva, azione demolitrice quotidiana. Infatti, tutto oggi sembra precipitare nel nulla, perché, dissipati i valori tradizionali, niente sembra avere valore, e la vita stessa soffre di questa importante mancanza, a fronte della quale la morte gode del suo trionfo avendo conquistato il nulla come suo potere assoluto, che la rende capace di fare arretrare ogni cosa e la vita stessa fino alla definitiva sparizione in quel gorgo che la rappresenta, con cui essa è identificata, e che il pensiero filosofico dell’Occidente, all’inizio della sua storia, ha interpretato come «ciò da cui le cose provengono e in cui alla fine ritornano». È questa un’affermazione vera, alla quale i nichilisti assegnano un valore negativo, in quanto essi negano l’esistenza di un «oltre» dopo la morte. L’asserzione assume il carattere di verità solo se diamo al nulla una connotazione diversa, positiva. Se il nulla è l’origine di Tutto non è possibile ammettere un oltre che l’oltrepassi, che sia prima di esso; dunque, il nulla è l’«oltre» invalicabile in cui Tutto già «è» e torna ad «essere». L’esistenza stessa non si pone tra la nascita e la morte, ma tra la venuta e il ritorno, rispettivamente, dell’essere «come» ente e dell’ente «in quanto» essere, ossia, tra il tempo dell’essere e la sua eternità. L’esistenza, allora, è la prova eclatante e miracolosa che il nulla esiste ed è l’essere trascendente e immanente al tempo stesso, in quanto esso è l’«oltre» invisibile e l’«ente» visibile col quale costituisce un essente: unione di anima e corpo, di spirito e materia. Alla fine della sua esistenza terrena, l’essere, scisso dall’ente, ascende alla sua dimora originaria. L’immanenza dell’essere è l’esistenza (ex-sistenza), o il «non essere» che non è la negazione dell’«essere», ma il modo diverso di quest’ultimo di essere, cioè il suo stare fuori come essente, nella forma, nella natura e nella condizione degli enti. L’esistenza, dunque, è la buona novella, l’annuncio dell’essere e la sua manifestazione; è il Significato che dobbiamo interpretare e riscoprire, perché esso è l’essere che si cela negli enti, che sono il suo modo di apparire.

      Se il nulla è il Principio di tutte le cose, esso non può essere il loro azzeramento, perché, se così fosse, finirebbe per coincidere con la morte, che per i nichilisti e gli atei è la fine di tutto. Date le premesse, qui esposte, nemmeno la morte può essere considerata il nulla, il buco nero che tutto inghiotte. Essa è l’evento che rende possibile la vita stessa e le garantisce continuità ed è la condizione necessaria perché tutto ritorni al suo Principio. In termine “poetico-letterario”, possiamo considerare la morte il correlativo “oggettivo” del nulla. Essa è il fenomeno di cui non abbiamo concreta esperienza ma solo una rappresentazione, data dal rito funebre, dalle “immagini” che l’accompagnano. Allo stesso modo, non abbiamo esperienza del nulla come Principio, ma come non-essere che non è il nulla, non è la morte, ma gli enti e il nostro stesso esserci, il modo diverso con cui l’essere si “presenta”, appare, e cioè come esistenza (ex-sistenza), la quale, dunque, è lo stare fuori dellessere e dallessere. Questo parallelismo tra il nulla e la morte ci “svela” il volto buono di entrambi. Il non-essere, in quanto è la venuta dell’essere, non è la sua negazione, non è un morire. Così la morte è anch’essa un non-essere, che non è l’annullamento definitivo ma il ritorno all’essere, al nulla, al Principio. La venuta e il ritorno costituiscono un movimento circolare e infinito, “l’eterno ritorno dell’uguale”, che non è, come per Nietzsche, il ripetersi di ciò che è stato, non è “dire sì alla vita”, nel senso di riconsegnarsi ad essa innumerevoli volte, come l’abbiamo già vissuta. Uguale è l’Essere, e non è il modo in cui si ri-presenta ma la sua immutabilità, l’identità che esso conserva nel suo divenire e apparire come altro da sé. Il nulla eterno, dunque, è da riferire alla natura dell’essere, non è il precipitare di tutte le cose nel nulla, di cui la morte sarebbe solo l’immagine vuota. Il nihilismo, nella sua svolta radicale, “mostra” il volto buono del nulla: la sua natura ontologica e il suo circolo vitale.

      Se il nulla è l’essere, il pensiero del nulla è pensiero dell’essere, di qualcosa che «è» e attende di essere pensato, svelato. Dunque, il nulla è l’impensato. Quando il pensiero irrompe nel nulla, un non-essere si manifesta. Ogni ente è l’impromptu del pensiero che pensa il nulla, il quale lascia sempre dietro di sé qualcosa d’impensato. L’impensato, in quanto attiene al pensiero e ne garantisce l’inesauribilità, è il pensiero che pensa infinitamente sé stesso. Il nulla, dunque, è l’infinito del pensiero che, sconfinando oltre il visibile, squarcia la caliginosa coltre e lascia che dall’assenza sorga un ente, una forma. Creare è sognare l’invisibile che da infinita distanza si svela e si dona all’Aperto. Così, nel flusso di luce dimora un’altra vita, nel frutto che matura si schiude l’increato. E nello specchio del mondo il sogno è l’altro nome e il volto buono del nulla. Solo la morte è l’impensabile, l’assolutamente impensato, di cui abbiamo una rappresentazione nel cadavere e nella celebrazione delle esequie. Così è l’essere, l’assolutamente invisibile e tuttavia “manifesto” nella modalità dell’ex-sistenza: della vita e dell’universo. L’impossibilità di stare in faccia alla morte, all’essere, di vederne il volto, o semplicemente di pensarli, non è una ragione sufficiente per negare l’esistenza dell’essere e per fare della morte un nulla eterno. Il nichilismo, quale lo abbiamo qui rivalutato, è l’affermazione e il trionfo del nulla come principio ontologico, garante dell’essere assoluto e della sua eternità.

      Poiché tra l’essere e il nulla c’è identità, affermare o negare l’esistenza dell’uno significa affermare o negare anche l’esistenza dell’altro. Paradossalmente, ma secondo la logica contraria al principio di non contraddizione, che giudica falsa la proposizione dove sussista un’opposizione tra termini, l’affermazione dell’essere è possibile solo attraverso la sua negazione, il nulla. Non nel senso che l’assenza del nulla è la condizione necessaria per l’esistenza dell’essere - affermazione, questa, consona a quel principio perché priva di contraddizione - ma perché il nulla, in quanto è origine di tutte le cose, è l’essere necessario ed eterno che non rimanda ad altro essere all’infinito. Il nulla, dunque, non può essere negato, perché con esso si negherebbe la creazione stessa. Pertanto, la sua esistenza è vera perché vera è la creatio ex nihilo. La morte è un attributo dell’essere; non è la sua negazione, se si considera che essa non è il morire (ché altrimenti la conosceremmo) e che questo morire altro non è che il ritorno dell’ess-ente all’essere, così come la vita, l’esistenza, è la venuta dell’essere. E il morire è anche un non-essere, un “ex-sistere”: lo stare fuori dell’essere (spirito, anima), il suo distacco dall’ente (corpo, materia) per ritornare all’Unità del Tutto, all’Essere o al Nulla, il quale non è ciò da cui tutte le cose provengono, ma è Esso stesso il Tutto che pro-viene, si manifesta al pensiero lasciando fuori di sé «sempre» qualcosa d’impensato, che ne garantisce l’infinitezza. Ed è quel ritorno tramite la morte, la quale non è, perciò, annichilimento ma l’apertura sull’infinito, che non può avere una fine. Nel grande teatro del mondo, dove l’essere si rappresenta, il sipario resta aperto, perché lo spettacolo della vita sempre ricomincia.

 

 

 

 

[1] Gorgia, Sul non essere o sulla natura

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