“L’isola Non-Trovata” di Emanuele Casalena

 
 
“S’annuncia col profumo come una cortigiana,
l’isola Non-Trovata…Ma se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza…”
             ( da La più bella di Guido Gozzano )
 
 
 
 
 
Con l’estate  risorge il sogno sepolto del viaggio, ribolle il fuggir dalla cella del favo quotidiano, l’ape operaia s’avvede stupita dei due azzurri, il mare, il cielo, lascia di succhiare la corolla e vola finalmente liberata a cercare su quel taglio che lieve li separa, se ci  sia o no  una terra d’armonie che ne racchiuda lo splendore. E’ un’isola invisibile ai potenti della Terra, alle brame dei ricchi epuloni, alle barbare orde capresi, ma, per scelta, con pace del Pontefice l’isola si nasconde ed ha un nome “l’isola Non-Trovata”. Il poeta delle farfalle, Guido Gozzano, amò la rosa che mai colse, della quale  inebriarsi del bocciolo ampolla del suo profumo; non era un sogno d’infanzia quella libertà, o la ragion d’essere della vita  cui la scienza non da risposte, era il volo dell’airone, il sentiero del santo pellegrino nel bosco, la barca intrepida mammola sul mare, per cercare il sogno prima della realtà ( da Michela Salzillo L’inizio ), quell’essere felici eternamente, sentirsi pieni, appagati su quell’isola mai tro-va-ta ma cocciutamente cer-ca-ta.
Così sdraiati sull’umido del bagnasciuga tanti Venerdì inseguono le vele, gli stanchi rimorchiatori all’orizzonte, s’immergono nell’infanzia dei castelli lasciati dai bambini alle lingue golose del mare. Non è l’isola dei famosi ormai sfigati in cerca di cocco e granchi, non è l’isola di carne oliata dell’ammiccante giovane vicina, non è l’atollo di lava a cui aggrapparsi a stento dopo una nuotata, non è, non è, dov’è se la sentiamo ronzarci nella testa accaldata, emergere dal fresco frizzante d’una cannucciata di Coca, spingermi sinuosa bollicina nella mente, vibrare nel corpo per cercarla. Forse è l’Ogigia d’ Odisseo  dove Calipso c’ attende facendoci prigioni di sesso e prelibatezze, o l’Atlantide di Platone mai più riemersa o l’isola delle mele, la mitica Avalon del Re Artù o ancora la Ferdinandea contesa tra i regni d’ Albione, dei Franchi e dei Borboni. Appare quest’isola virtuale poi scompare, non si fa mai ghermire le sue sponde, naufrago diviene chi vanamente  la cerca, perché perso dalla brama di governarla come l’isola Barataria dell’onesto Sacio Panza.
Un amico su fb racconta del  suo tumore, scrive per un anno di Storia andata, di politica presente, perché no della sua vita divenuta un’isola.  Il “brutto male” sussurrato dalle vecchie ai funerali in risposta alla futile domanda “ di che è morto?” E scriviamolo per carità sulle lapide per soddisfare i curiosi! insomma l’orco spesso taciuto anche dai dottori, diventa il romanzo calmo del suo viaggio sino alla parola fine.  Ci si aspettava paura contraffatta da coraggio, umana reticenza, privacy,  mai l’ irriverenza d’un vecchio ufficiale di fronte al congedo dal porto. Andrai dove camerata e compagno del sentiero aspro, lasciando il ronzio fastidioso della vita, ti allontanerai speriamo su placide acque  stando ben diritto sulla barca e arriverai vestito di bianco all’isola dei morti, l’isola immaginata da Arnold Böcklin, il quadro simbolista che fece innamorare A. Hitler, se lo portò con se fino alla morte, scervellare da Freud a Lenin a D’Annunzio. E’ essa immagine del nostro ultimo viaggio, intessuta dai fili dorati del silenzio, dell’attesa tacita, inquietante mistero di chi osserva la scena ma in se ne riconosce l’esistenza. Anche il battito d’ali d’una farfalla sarebbe di troppo, persino il vento zittisce la sua bocca, lievissima è la brezza che piega le guglie degli oscuri cipressi, pennelli giganti rivolti verso il cielo. Le nuvolaglie grigie, minacciose s’aprono fugate ancelle al chiarore forte del sole, è la nuova vita che nasce tra i cirri  delle paure, del dolore, quella luce calda avvolge materna le rocce; Dio è luce scriveva S. Giovanni, è iniziato il miracolo della sua metamorfosi, l’epifania della vita nuova.  Quei mastini naturali preservano la sacralità del luogo, sono vestali del silenzio, giganti a picco sulle acque. Un angelo amico ti guida pacato verso il portale nudo coi leon, come un gondoliere scivola sicuro verso l’attracco, tu scenderai su quella terra per trovarvi posto, il tuo posto, perché è la tua isola non quella d’ un altro, quella Non -Trovata cercata una vita, da non confondere con le tante altre, a ciascuno la sua. E’ quella  leggendaria degli artisti o dei poeti, degli eroi in armi, degli uomini d’ingegno, dei santi oppure dei lazzari mendicanti, è certo quella a cui l’angelo t’ha destinato perché lì troverai pace, armonia,  allegrezza coi tuoi stessi compagni/e.
Si dice che la contessa Marie von Oriola commissionò al pittore svizzero il quadro perché si sforzasse di dar forma al luogo del trapasso, l’artista elaborò questa sua idea senza lasciarne alcuna spiegazione. Fu forse una visione onirica quell’isola incantata galleggiante sull’acqua dove i sepolcri arrampicati, scavati nella roccia sono aperti, stanze di anime vaganti, il corpo svanirà toccato il suolo, sola sua funzione il riconoscimento all’approdo, poi diverrà inutile orpello; all’ombra dei cipressi non s’udranno voci basterà comunicare con cristallina coscienza, sarà agape fraterna di esseri infiniti, il tempo è ancora tutt’intorno ma quelle rocce gli faranno scudo in eterno.
L’estate finirà come ogni anno lasciando di se il sapore unico dell’avventura a corredo del sogno, l’isola Non-Trovata ha accolto G. ma non era proprio quella gotica di Böcklin oltre il taglio temuto sulla tela, moscone fastidioso del nostro pensiero venuto dall’orizzonte sulla spiaggia.  Quell’ atollo di pietra per magia dell’arte s’è tramutato nell’Isola dei vivi (del 1888) dove gli uomini danzano beati all’ombra dei pioppi e delle palme, le alte rocce si sono disciolte, le anime intrecciano sull’erboso prato giochi con  madonne, recitano madrigali dell’ amor cortese, gli antichi dei s’immergono nelle tiepide acque delle Naiadi, Giove seduttore ha preso l’aspetto dei bei cigni bianchi. Che il tuo viaggio G., amico virtuale, sia questo: lieve quanto il volo d’una farfalla che ora può battere le ali.
 
                  Immagine di:  Arnold Böcklin. L’isola dei morti, quinta versione,1883

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