“La Compresenza come Invito” di Francesco Maria Cannella

 
La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.
 
The most dangerous thing to do is to stand still.
 
William S. Burroughs
 
 
Sappiamo da un po’ di decenni il lavoro lancinante e veritiero che Tommaso Romano muove e dichiara apertamente in ogni àmbito o discussione privata. Niente da dire, tranne la giustificante ipotesi di un poetare perpetuo, non fine a se stesso, ma concreto e visibile a tutti; appiglio non dissimile dal dubbio pascaliano di lontana memoria fino ad arrivare sui cigli inesplorati tra le vie di Damasco.
Tenace precursore di una filosofia del vivere che non tiene mai conto di ciò che paga o di ciò che potrebbe tornar utile ai più e ai meno calibrati registri stilistici; ancora oggi, il suddetto continua a perseverare senza posa per l’inesprimibile capacità di prendere atto della pausa che in ognuno di noi merita presenza e commiato, partecipazione attiva a tutto, anche a una lattina di latta, o vetroresina in esplorazione tra i meandri dell’Arte conclamata.
Come ho lasciato intuire, principalmente poeta della concretezza e/o dell’immediato… Non perché sia Egli estraneo ad ogni forma di contemplazione o meditazione, ma in vista di un altro da noi privo di capacità evanescenti, pubbliche o private che siano, senza tornaconti spiccioli se non concreti, appunto…
 
Da qui, questi versi:
 
Noi che vivemmo di radici
e le sentimmo gemere
fra indifferenza e fuoco impuro
quasi impari allo strazio,
noi che vedemmo
chiamando albero l’albero
che fu della vita
ora impietosamente estirpato
da boschi centenari
a far desertiche valli
di architetture friabili,
a noi che chiamammo verde il verde
e castagno il castagno,
non restano neppure
gli anfratti dei solchi
sradicati
e vaghiamo con fievole speranza
alla ricerca risanante
di sementi nel vento.
 
Questo non può chiamarsi esoterismo di genere, falsa retorica di un linguaggio per similitudini, ma ripeto, concreta essenzialità nello spirito e per lo spirito, qualsivoglia il prezzo, un pegno da pagare anche a costo dell’Esilio intellettuale, politico e perché no, amicale, di chi come Tommaso sa elargire rimproveri e sentenze ma anche accoglienti abbracci in pietas. Siamo di fronte a un uomo con una esperienza interdisciplinare vasta e mai sazia, sempre pronta ad altri richiami…
Evito di disquisire da vecchio erudito quale non sono, e di evitare citazioni su citazioni da trarre attravero ogni Suo verso, saggio, discussione quotidiana, che talaltro da buon prosatore qual è, non impegna, né se stesso né l’ascoltatore… La bibliografia potrebbe risultare imbarazzante… Eppure, continuando a leggerlo decifro nelle parole che tra breve trascriverò un che di disarmante che mi appartiene, e penso appartenga a chiunque sappia cosa significhi la resa senza stento, perseverando comunque, anche a costo, in seguito, di pentirsene dolcemente:
 
La forza per chiudere una porta ingombra di inciampi non la possiamo chiedere ad altri in prestito, i quali, il più delle volte, ci diranno - a loro modo, responsabilmente - di non chiuderla, di rimandare e di ritentare di aprirla ancora una volta. Se la porta va chiusa, facciamolo da soli: forse soffriremo come quando un ciclo si compie e faremo soffrire, ma la nostra unica resistenza concessaci non può essere un atto di munificenza ad oltranza basato sul sacrificio perenne a noi sgradito che, al tirar delle somme, non farà del bene neppure agli altri. La decisione, probabilmente, non sarà la via che aprirà alla felicità, sempre peraltro eventuale e mai certa da conseguire, ma almeno potremmo avere l’opzione di scegliere in piena indipendenza, come facciamo accogliendo un gusto da assaporare, piuttosto che un altro impostoci dalla tirannia del dovere.
 
Ebbene, riconsiderando questi assunti mi viene da pensare come il ‘giovanissimo’ poeta Tommaso, intorno ai 13-14 anni abbia già esaurito la sua vena pittorica, di buona valenza, decidendo per lo studio onnivoro e stringato di leopardiana insistenza senza mai pretese fini a se stesse ma con il gusto sempre intatto di esserci comunque e fuori da ogni contesto sociale, politico o di moda barbaricamente acquisita. Il volume AB INITIO, curato con sapienza e garbo da Francesco Marcello Scorsone, è testimone di una vitalità che in nuce, sin dai primi albori problematici di una vita sempre messa in discussione, tiene ad amplificare un intrico di pennellate ed esperienze linguistico-sintattiche nei segni e nelle parabole; un che oltre il Futurismo di maniera o la ricerca mai prona ma pronta ad accogliere ulteriori significati - anche pagandone nel travaglio, nello smacco - un’urgenza significativa…
 
Ed ecco:
 
Fu ardua impresa fuggire
alla vita e ai nostri in agguato
le sirene cantavano ipocrite
il solito, scontato ritorno ai porti
e alle Are dei Padri nonostante distrutte…
 
Così, di Tommaso Romano resta poco? Non so, e non saprei esprimermi se non con amicale corresponsione - sincronicità e affinità elettiva - ma, pur discutendo prepotentemente del suo essere e dire rimane sempre l’incertezza, sia per me e penso anche non per pochi, che ci sia uno spazio “cubitale” tra la sua poesia e ciò che dice depistandosi con fare in concreta geometria e meditato desiderio di prescienza, ubiquità, assentandosi rispettosamente quando sa e crede di doverlo quantomeno a se stesso…
 
In fine ci dice:
 
Non abbiate memoria di me.
 
[E l’’aspro s’insinua…]
 
 
 

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