La disfatta di Caporetto 24 ottobre 1917 – ricerca storica di Giovanni Teresi nel centenario della prima guerra mondiale

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                                                                          Centenario Caporetto: la disfatta

 

Da conversazioni della guerra di Olindo Malagodi

 

Bissolati                                                                                    13 novembre 1917

 

Bissolati, che è tornato stamane dal fronte, mi chiama a casa sua. Lo assalgo di domande: quali sono state le cause del disastro e come si è svolto; quale è la situazione presente e come si prospetta l’avvenire immediato.

  • Lasciamo stare – egli mi risponde – le cosiddette cause storiche e politiche, che ci farebbero risalire chi sa sin dove, si può affermare che quelle immediate sono state di vario ordine e specie, che s’intrecciano e confondono le une con le altre. Dal alto militare pessima qualità di troppi ufficiali; stanchezza delle truppe a cui si davano cambi sufficienti; rilassatezza nei comandi e mancanza di un’opera di persuasione morale. Dall’interno la propaganda socialista e peggio ancora quella cattolica culminata nella Nota del Papa. Un mutamento profondo nello spirito dei soldati si mostrò dopo la Bainsizza; avevano l’impressione, si erano fatti l’illusione che quella dovesse essere l’ultima battaglia. Uno spirito di negazione, di volerla fare finita, di scioperare, si era insinuato fra le truppe; ed infatti in tutto ciò che è avvenuto c’è stata la psicologia dello sciopero, perfino con le astuzie insegnate in tanti anni di pratica socialista. Quindi la rivoltosità che covava ormai negli animi non si manifestava finché le condizioni permasero normali ed anche in ciò ubbidivano alla tattica legalitaria socialista; ma tutto questo è venuto fuori e li ha mossi come un solo uomo quando c’è stata l’occasione favorevole, l’attacco nemico.
  • E l’attacco è stato fatto con forze preponderanti?
  • Intendiamoci: le forze complessive di cui gli austro-tedeschi disponevano non erano di molto superiori alle nostre; ma furono preponderanti nel punto d’attacco, con il sistema d’ariete che il loro Comando ha portato alla perfezione. Ecco come presso a poco le cose si sono svolte. Vi fu un furioso bombardamento fra il 22 e il 23 che verso la sera del secondo giorno si andò rallentando sino quasi a tacere. Riprese nella notte fra il 23 e il 24, con furia spaventosa, per poche ore. La mattina del 24, con il favore della nebbia attaccarono; ed arrivando a Caporetto colsero il nostro Comando a letto; solo il generale Alberto Cavaciocchi (1862-1925), Capo di Stato Maggiore della III armata all’inizio della guerra, si salvò in mutande. Qui è il punto oscuro; come riuscissero a superare il nostro formidabile sbarramento del Vodil, poi il secondo, dietro l’Isonzo. Il primo lo conoscevo bene; irto di reticolati e mitragliatrici che non doveva poterci passare una mosca; e invece non si sentì un solo colpo, e qui a ragione si sospetta il tradimento. Superato quest’ostacolo i nemici, con pattuglie fornite di mitragliatrici montate su motociclette, si buttarono audacemente per le valli, attaccando i nostri; e creando così l’impressione di una sconfitta già consumata, sparsero da per tutto il panico, che poi si mutò in sciopero e defezione … Questa prima sorpresa, questo misterioso sfondamento in un settore non vasto e secondario fu l’origine di tutto. E qui è la grande responsabilità di Cadorna. Egli aveva avuto la sensazione di preparativi nemici, per cui si era astenuto da una offensiva già progettata per l’ottobre, provocando l’irritazione dei Comandi francese ed inglese, che ritirarono le artiglierie inviate per quello scopo. Ma egli non approfondì, non chiarì le cose; altrimenti, rendendosi conto dei pericoli di quel nostro saliente avrebbe ritirate le truppe su la linea dell’Isonzo, rendendo con tale mossa impossibile la sorpresa. Non ostante tutto, le cose sarebbero andate in modo ben diverso se non ci fosse stata la defezione di tanta parte delle truppe. Tenevamo delle posizioni agguerrite, che ben difese avrebbero resistito a lungo, dando agio ai provvedimenti necessari; e lo prova il fatto della formidabile resistenza del Feddaz, del Colbricon, del Globochac, e più ancora del Matajur. Era tenuto, quest’ultimo, da tre brigate, e per espugnarlo i tedeschi dovettero impiegarvi dieci divisioni, onda su onda. Invece al Monte Maggiore gli alpini del colonnello Sapienza (comandava al momento della rotta il 2° raggruppamento alpini), senza ricevere una sola cannonata, ad un semplice attacco di fanteria si dispersero in mezz’ora, come lepri … Intanto i fuggiaschi, piombando nelle vallate, arrivando negli accantonamenti diffondevano il panico da ogni parte. I rinforzi inviati venivano arrestati, poi travolti nella fuga generale; le strade d’accesso a Cividale rimasero aperte al nemico, che non trovando più resistenza non si curava nemmeno più di prendere le più ordinarie precauzioni; così il generale tedesco Oskar Berrer fu ucciso alle porte di Udine, dove arrivava in automobile, quantunque la città fosse ancora occupata dai nostri. Né meglio andarono le cose sul medio Isonzo. Ad Aussa erano state ammassate truppe in prima linea, per lanciare un grande contrattacco dopo che l’attacco nemico fosse stato rotto e respinto. Sarebbe stato più prudente tenere truppe in riserva: e che il Comando non avesse più nessun contatto morale con i soldati è mostrato dal fatto che dodici battaglioni di Badoglio sui quali si contava per il contrattacco, rifiutarono addirittura di combattere, ed poi gettarono i fucili e si arresero in massa.
  • E la terza armata?
  • Pare fosse in ottime condizioni morali; e quando i soldati ricevettero l’ordine di ritirarsi, piangevano. Fecero miracoli, portando via tutti i cannoni, persino dalla posizione avanzata del Faiti, a forza di braccia. Anche fra loro, il terzo giorno della ritirata, sotto la pressione del nemico, e con il contagio di gruppi della I Armata, si ebbe qualche episodio di panico, che rimase però isolato. I tedeschi lavoravano con tutti gli stratagemmi a spargere il disordine; dei loro ufficiali, con la nostra divisa, correvano in motocicletta su le strade, gridavano: “Si salvi chi può!”. Si spingevano audacemente ai luoghi isolati, ai piccoli Comandi, gridavano ch’era l’ordine di ritirarsi, di fuggire. Alcuni, riconosciuti, furono fucilati. Ma tutto questo concorreva, in quella enorme massa senza più capi, e come ubriaca, ad aumentare la confusione. Pareva che ai soldati fosse dato di volta il cervello; cantavano l’inno dei lavoratori ed una nuova canzone: “Addio, mia bella, addio – la Pace la fo io”.
  • Vi furono episodi disgustosi. Gli inglesi avevano ritirate ed hanno messo in salvo tutte le artiglierie loro, e il generale che le comandava le seguiva in automobile. Essendosi allontanato un momento, un drappello di nostri arditi circondò lo chauffeur, intimandogli di farli salire. Lo chauffeur si rifiutò, ed alle loro minacce estrasse la rivoltella, ed allora uno di questi mascalzoni gli lanciò una bomba a mano, uccidendolo e fracassando l’automobile. Ed al generale che correva gettarono insulti gridandogli: “ Va a fare la guerra a casa tua!”. Anche il Comando ha male funzionato. Abbandonarono Udine dimenticando dodici locomotive e senza guastare la ferrovia; furono fatti saltare ponti prematuramente, più che raddoppiando così il numero dei nostri prigionieri e la perdita di artiglierie …
  • E quale è lo spirito di questa orda? Hanno coscienza di quel che fanno?
  • Sono in una condizione morale che non avrei mai immaginata; niente rivoltosità ma qualche cosa fra lo stupido e l’astuto. Sono andato incontro a dei drappelli che arrivavano, laceri come pezzenti, senza fucile, con il tascapane vuoto. Quando li fermavo, ubbidivano, mettendosi su l’attenti. Alla domanda perché avevano gettato il fucile, rispondevano con astuzie incongruenti; chi diceva di averlo gettato per ordine degli ufficiali; chi perché dovevano guadare il fiume, dove anzi avrebbero loro servito …
  • E i Corpi della Carnia e del C. adore?
  • Si sono ritirati; malamente con perdite che si potevano evitare, e responsabile ne è soprattutto il Robilant (Mario Nicolis Robilant – 1855-1943 – Comandò all’inizio della guerra il IV corpo d’armata; assunse nel settembre la direzione della IV armata nel Cadore. Sostituì  poi il generale Giardino come membro del consiglio di guerra interalleato di Verailles), che all’ordine di ritirarsi rifiutava di obbedire, dicendo: “ Mi chiudo in questa fortezza e resterò”. Ma a che scopo, e con quali rifornimenti? E così perdette due giorni, e si fece sorprendere dal nemico, che tagliò fuori una divisione, a Lorenzango.
  • E quale è ora la situazione?
  • Questa, che siamo sul Piave, con trentacinque divisioni, poco più di metà dell’esercito. Le tredici della Terza Armata occupano il basso Piave, sino al mare; seguono le due divisioni di Di Giorgio, che hanno combattuto bene; poi altre truppe venute da Padova e da Vicenza; l’Armata del Cadore e della Carnia. I francesi sono stati mandati nelle Giudicarie e a Valle Lagarina, e guardare il Trentino; sono quattro divisioni. Gli inglesi si erano fermati assai indietro perché, informati di come stavano le cose, non volevano essere travolti in un esercito che non combatte. Ormai però hanno maggiore fiducia; e assieme a truppe nostre formeranno il Corpo che deve coprire il punto più delicato dello schieramento, che è al congiungimento del Piave con il Brenta, dominato da Monte … alto 1600 metri. Alle retrovie degli ottimi ufficiali lavorano a costituire dei battaglioni con gli elementi migliori degli sbandati, selezionati nei campi di concentramento. Si pensa di formare così un esercito di manovra di 250.000 uomini; pronti a giocare tutto per tutto, lanciando contro il nemico, se attacca, questa enorme massa, e combattere una grande battaglia, versando tutto il sangue

necessario per redimere il nostro onore militare …

Quanto allo spirito, dopo questa ignominia catastrofe, ci sono segni di resurrezione. Ho la stessa impressione che ebbi già nel Trentino, dove, dopo defezione su defezione, si risvegliò il senso di onore e di combattività, e le nostre truppe si gettarono con furia inaudita sopra il nemico stupefatto, che credeva ormai di non doverne vedere che la schiena …

  • E per il concorso degli alleati, cosa si è stabilito?
  • Fui chiamato alla Conferenza di Rapallo (1); non dai nostri che mi avevano dimenticato; ma per volontà di Lloyd George. Ma rimasi in strada diciotto ore, ed arrivai che tutto era finito. Mi trovai invece alla seconda Conferenza, tenuta a Peschiera con la presenza del Re; il quale parlò con animo veramente alto, e con grande senso di realtà, producendo una profonda impressione. Il Re si è tenuto troppo in disparte, finora, e questo è pure il giudizio degli alleati; perché con il suo buon senso, il suo tatto e il suo spirito pratico avrebbe potuto servire di correttivo a Cadorna …

Per ora gli alleati ci hanno date otto divisioni; sul da farsi poi deciderà il Consiglio militare. Lloyd George ha detto al Re che l’Inghilterra considera il territorio italiano come territorio suo e non abbandonerà mai l’Italia, a costo di qualunque sacrifizio. E ricordando a me l’antico nostro progetto mi ha detto: “Se le nostre forze non si sono trovate al vostro fianco in questa prova, la colpa, voi sapete, non è mia …”.

Richiesto se si potrà resistere, Bissolati risponde:

  • È difficile giudicare. Molto dipenderà dal paese; e si hanno in proposito notizie assai miste. Così ho saputo che i contadini delle Marche sono esultanti per quello che è avvenuto, credendo e sperando che si debba venire subito alla pace. È lo stesso spirito con cui è avvenuto lo sbandamento; e questa somiglianza mi fa paura. Che sia proprio questa l’Italia delle masse, e noi dei poveri Don Chisciotte in cerca di avventure ideali? Mi chiede poi se ho visto Giolitti, ed io lo metto al corrente della nostra conversazione. Se ne mostra soddisfatto e mi dice: “ Anche dissentendo da lui, non ho mai dubitato del suo patriottismo. Comunque vadano gli avvenimenti militari prossimi, noi dobbiamo resistere; ed un paese, sino che resiste esiste; anche se, come il Belgio, la Serbia, la Rumenia vede quasi tutto il territorio occupato. Che se poi, per la rivolta delle masse, o per la fame la resistenza diventasse impossibile, il meglio sarebbe che Giolitti si assumesse la responsabilità di risolvere la situazione perché, non avendo voluto la guerra potrebbe ottenere migliori condizioni di pace. Ma non ci si deve illudere; se siamo vinti diventiamo una provincia dell’Impero tedesco.

 

  • La conferenza interalleata di Rapallo iniziò il 5 novembre: vi parteciparono per l’Inghilterra Lloyd George e i generali Smuts, Robertson e Wilson, per la Francia Painlevé, Franklin-Bouillon Barrère, e i generali Foch e Weygand, per l’Italia Orlando, Sonnino, il generale Alfieri e il generale Porro in rappresentanza di Cadorna. Venne decisa la costituzione di un consiglio supremo di guerra formato dai capi di governo e da un ministro dei paesi alleati, ed affiancato da un comitato militare centrale permanente. Quanto alla situazione italiana, ribadendo la possibilità di mantenere la linea del Piave, si stabilì l’invio in Italia di truppe alleate, lasciando però agli organi appositi d definire le ulteriori misure necessarie.

 

Giolitti                                                                                 13 novembre 1917

 

  • Crede Ella di poter e di dover assumere la responsabilità del governo, nella nuova situazione?
  • Mi risponde: Qualunque atto che possa indebolirlo sarebbe un errore, ed un delitto. Quello che oggi importa è di salvare la situazione, con l’aiuto degli alleati, che a questo fine si sono messi d’accordo con il nostro governo; perché, vedendo un mutamento o solo un niindebolimento del governo, gli alleati avrebbero ragione di pensare che la situazione sta mutando, e che il nuovo governo abbia altre idee …
  • Si sussurra pure che Ella crede che ad ogni modo il governo dovrebbe sbarazzarsi al più presto di Sonnino, perché sino a che egli resta non si farà mai la pace …
  • Ma io penso appunto il contrario, che Sonnino debba rimanere. Egli una volta che si è fissato su una idea tutti i sapienti della terra non riuscirebbero a fargliela mutare.
  • Si supponeva che Salandra, che è assai più duttile, avrebbe corretto Sonnino …

La faccia di Giolitti s’imporpora e i suoi lineamenti, prima ironicamente bonari s’induriscono, ed esclama con violenza:

  • Salandra è un mascalzone! E mentre ha mandato centinaia di migliaia di poveri diavoli a farsi ammazzare, egli, che non era che un borghesuccio, si compra dei villini di lusso …
  • Non c’è però nessun dubbio su le qualità morali, l’onestà e la lealtà di Sonnnino …
  • Sonnino è un uomo illibato. Io ritengo che il governo così come è va bene. si sono commessi solo due errori; prendere Bissolati, che è odiato tanto dai socialisti che dai clericali: e mettere nel Consiglio di guerra degli alleati Cadorna; che vi diffamerà il nostro esercito per coprire le proprie responsabilità. Quando si doveva creare il nuovo Capo di Stato Maggiore, i candidati erano lui e Pollio; ed io dissi al Re: “Pollio non lo conosco; ma lo preferisco a Cadorna che conosco …”
  • Che cosa accadrà allora?
  • Non una rivoluzione, perché non c’è un ordine che possa sovrapporsi ad un altro; ma delle jacqueries. In certe zone, da noi, fra i contadini si parla di tagliare la testa ai signori …
  • E l’esercito resterà?
  • È da supporre che i tedeschi faranno ogni sforzo per schiacciarci. Il loro piano è indubbiamente di mettere fuori causa gli avversari più deboli. L’America ci darà quattrini, viveri; munizioni in grandissima copia; ma non la sua pelle … Sono entrati in guerra per proprio interesse; anzitutto per cogliere l’occasione di crearsi un esercito per fronteggiare il Giappone in caso di bisogno; poi piglieranno il Canadà e il Messico, e con duecento milioni d’uomini e un intero continente in mano domineranno economicamente il mondo, tanto più facilmente quando l’Europa si sia rovinata. In questo urto d’interessi e di forze formidabili noi siamo un vaso di terracotta. E di questo non si resero conto quelli che vollero la guerra.

Area di Dalmine (Bergamo) – Sistema archivistico intercomunale

 http://www.areadalmine.it/archivi/index.php?page=caporetto

Caporetto, il dramma della Prima Guerra Mondiale

Caporetto, un momento fondamentale non solo per la storia della Grande Guerra ma per l’esistenza stessa della giovane nazione italiana.

“Ma in una notte triste si parlò di tradimento…”


  1. Il contesto generale. Caporetto.

L’ottobre del 1917 fu particolarmente freddo e piovoso. Stava per iniziare il quarto inverno di guerra (terzo per l’Italia). L’estate aveva visto una situazione bellica caratterizzata da stanchezza e sfiducia. I grandi eventi dell’anno furono, come è noto, la rivoluzione (anzi, le rivoluzioni) in Russia e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. Tutti gli eserciti in lotta erano stati attraversati da venti di rivolta, repressi (specie nel caso francese) con durezza. Oramai la guerra, quella guerra che nell’estate del 1914 gli esperti di cose militari ritenevano sarebbe finita in pochi mesi, si stava trascinando ed era ormai chiaro che l’avrebbe vinta chi sarebbe riuscito a resistere un minuto in più dell’avversario.

L’esercito italiano era stato condotto con spietata mano dal grande comandante, il generale Cadorna, che l’aveva scatenato a più riprese, e senza grandi o almeno duraturi successi, contro le ben difese linee austriache.

L’autunno sembrava dover portare con sé una stasi nelle offensive italiane e da parte degli alti comandi si pensava che anche da parte austriaca si sarebbe attesa la primavera prima di eventuali mosse. Invece … invece, come è noto, a fine ottobre le forze austriache, rafforzate da reparti tedeschi altamente efficienti, sfondarono il fronte italiano nei pressi di Caporetto (oggi Kobarid, in Slovenia) determinando una ritirata che portò le truppe italiane sulla linea del Piave, facendo perdere in pochi giorni conquiste territoriali costate centinaia di migliaia di morti e feriti.

Caporetto segnò un momento fondamentale non solo per la storia della Grande Guerra, con la concreta possibilità che l’Italia si chiamasse fuori dal conflitto e il conseguente sbilanciamento a favore degli Imperi Centrali, ma per l’esistenza stessa della giovane nazione italiana. Caporetto segnò il crollo di un esercito stanco, mal condotto e poco motivato, il Piave la resistenza di una Nazione che seppe trovarsi (o ritrovarsi) nel momento più difficile. Come è noto, infatti, la fragile linea di difesa sul Piave seppe resistere agli attacchi del nemico, un nemico che non seppe, sorpreso lui stesso dal crollo italiano, sfruttare al massimo gli eventi. Nell’ottobre 1917 cominciò dunque per il nostro Paese una nuova guerra, condotta con metodi più moderni e che tenevano maggiormente conto delle esigenze della truppa, una guerra che terminò con l’ultima e vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto, avviata esattamente un anno dopo la rotta di Caporetto, a segnare anche simbolicamente un rovesciamento completo della situazione.

  1. Il contesto locale.

E Mozzo, in tutto questo cosa c’entra? C‘entra, come c’entrano tutti i comuni italiani, caratterizzati da monumenti ai caduti che fanno bella mostra nelle piazze della Penisola. Mozzo ha avuto i suoi caduti ed è probabile che nelle terribili giornate dell’ottobre 1917 anche qui si sia temuto il peggio. E l’archivio comunale ci propone un documento assai interessante, la circolare che in data 30 ottobre il ministro Ubaldo Comandini (ministro senza portafogli responsabile in particolare di opere di propaganda e di assistenza di guerra) inviò a tutti i comuni del Regno attraverso la capillare organizzazione di assistenza e propaganda presente in ogni provincia.

  1. Il documento: la circolare Comandini

La circolare è breve e intensa, redatta con tono perentorio e spirito ovviamente patriottico. Il momento è grave e tutti se ne rendevano conto, se pensiamo che all’epoca si era ipotizzata una seconda linea difensiva oltre a quella del Piave organizzata addirittura sul corso del Mincio, cosa che avrebbe fatto arretrare i confini nazionali su quelli del 1866. Ma l’interesse della circolare è rappresentato da alcuni elementi apparentemente meno importanti ed evidenti che, però, sono significativi almeno per due ragioni: da un lato perché fanno cogliere uno degli aspetti per lungo tempo taciuti di quel tremendo conflitto, cioè il suo carattere anche etnico-razziale; e dall’altro perché sembrano anticipare, nel lessico e nel tono generale, quel cambio culturale che di lì a pochi anni, attraverso il Fascismo, avrebbe caratterizzato il nostro Paese (e non solo, ovviamente).

La circolare è conservata nell’archivio storico comunale, faldone 6, fascicolo 56.

Teresi Giovanni

 

Bibliografia: Conversazioni di Olindo Malagodi

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