La nuova raccolta poetica di Nicola Romano

D’un continuo trambusto è il titolo del nuovo libro di poesie di Nicola Romano, artista palermitano ampiamente conosciuto in campo nazionale. Dopo gli ancora recenti Gobba a levante e Voragini e appigli, che hanno riscosso riconoscimenti al di qua e al di là del territorio siciliano, Romano si presenta ai suoi lettori con una raccolta di testi densissimi, compiutamente  definiti nel contenuto e  accuratamente esplicitati nella forma, editata dalla casa editrice Passigli nella collana Poesia fondata da Mario Luzi. Il libro è una prova d’autore di grande maturità e di rigore stilistico, dal profondo significato letterario e umano. I testi aprono un ventaglio di argomenti dove s’insediano i motivi e gli interrogativi del vivere quotidiano declinati attraverso uno sguardo che indaga e riflette non soltanto su ciò che è al suo esterno ma, adesso ancor più di prima, su quello che la ragione e lo spirito detta. Già nel testo di apertura, Utopia, l’autore tenta un’autodefinizione: “La mia realtà/ è un’utopia vagante/ che sbatte contro i cardini del tempo/ ma che conduce/ autentiche fonìe/ a questo assurdo viver da poeta”. L’autore pone e si pone una sotterranea domanda: fino a che punto è possibile vivere “da poeta”? Vivere da poeta è un’utopia che la realtà spicciola ostacola; lo impedisce la “mutria” di quei giorni in cui “la nodosa corteccia della disillusione” annienta le parole; l’insidia “il carosello urbano” che si appalesa di primo mattino con il questuante che chiede, con il filippino che sbadiglia, con l’ambulante che propone un acquisto, con le sirene che pretendono strada, con tutto quello che di contingente la vita ci impone. Ma vivere è anche “misurare la terra”, contarne i passi, i fiumi, le strade fino allo “Sfinimento”, perché la terra è la misura del mondo. E poi, cercarsi, mettersi in discussione, identificarsi…e capire infine di non “bastarsi”.

Qualche anno fa’, presentando uno dei libri di Nicola Romano, avevo definito la sua poetica “ mitografia del quotidiano” per lo sguardo acuto, ironico e/o compassionevole verso tutto ciò che costituiva la sfera del vissuto, ivi compresi gli affetti e le abitudini familiari. Oggi, a questa nuova lettura, aggiungo altro. Lo sguardo del poeta si è interiorizzato, adesso è più chiara la percezione del suo animus nei confronti della vicenda esistenziale e lo  rileviamo in quei testi umbratili, quasi carezze che si posano sul petto a consolazione della pena di vivere, e nell’ultima parte del libro, dove le poesie d’amore sono timbrate dal tono malinconico, commemorativo: “Mai/scorgerai sul viso/ qualche sale di lacrima/ scendermi sulle labbra/(…) Pensami come cielo/ costretto a computare/ le nuvole di passo…”

Nella prefazione al libro Roberto Deidier pone Romano “sull’asse percettivo della modernità (…) cercando il colloquio con una tradizione più vasta e antica”. E noi ci troviamo d’accordo.

Anna Maria Bonfiglio

D’un continuo trambusto è il titolo del nuovo libro di poesie di Nicola Romano, artista palermitano ampiamente conosciuto in campo nazionale. Dopo gli ancora recenti Gobba a levante e Voragini e appigli, che hanno riscosso riconoscimenti al di qua e al di là del territorio siciliano, Romano si presenta ai suoi lettori con una raccolta di testi densissimi, compiutamente  definiti nel contenuto e  accuratamente esplicitati nella forma, editata dalla casa editrice Passigli nella collana Poesia fondata da Mario Luzi. Il libro è una prova d’autore di grande maturità e di rigore stilistico, dal profondo significato letterario e umano. I testi aprono un ventaglio di argomenti dove s’insediano i motivi e gli interrogativi del vivere quotidiano declinati attraverso uno sguardo che indaga e riflette non soltanto su ciò che è al suo esterno ma, adesso ancor più di prima, su quello che la ragione e lo spirito detta. Già nel testo di apertura, Utopia, l’autore tenta un’autodefinizione: “La mia realtà/ è un’utopia vagante/ che sbatte contro i cardini del tempo/ ma che conduce/ autentiche fonìe/ a questo assurdo viver da poeta”. L’autore pone e si pone una sotterranea domanda: fino a che punto è possibile vivere “da poeta”? Vivere da poeta è un’utopia che la realtà spicciola ostacola; lo impedisce la “mutria” di quei giorni in cui “la nodosa corteccia della disillusione” annienta le parole; l’insidia “il carosello urbano” che si appalesa di primo mattino con il questuante che chiede, con il filippino che sbadiglia, con l’ambulante che propone un acquisto, con le sirene che pretendono strada, con tutto quello che di contingente la vita ci impone. Ma vivere è anche “misurare la terra”, contarne i passi, i fiumi, le strade fino allo “Sfinimento”, perché la terra è la misura del mondo. E poi, cercarsi, mettersi in discussione, identificarsi…e capire infine di non “bastarsi”.

Qualche anno fa’, presentando uno dei libri di Nicola Romano, avevo definito la sua poetica “ mitografia del quotidiano” per lo sguardo acuto, ironico e/o compassionevole verso tutto ciò che costituiva la sfera del vissuto, ivi compresi gli affetti e le abitudini familiari. Oggi, a questa nuova lettura, aggiungo altro. Lo sguardo del poeta si è interiorizzato, adesso è più chiara la percezione del suo animus nei confronti della vicenda esistenziale e lo  rileviamo in quei testi umbratili, quasi carezze che si posano sul petto a consolazione della pena di vivere, e nell’ultima parte del libro, dove le poesie d’amore sono timbrate dal tono malinconico, commemorativo: “Mai/scorgerai sul viso/ qualche sale di lacrima/ scendermi sulle labbra/(…) Pensami come cielo/ costretto a computare/ le nuvole di passo…”

Nella prefazione al libro Roberto Deidier pone Romano “sull’asse percettivo della modernità (…) cercando il colloquio con una tradizione più vasta e antica”. E noi ci troviamo d’accordo.

Anna Maria Bonfiglio

 

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