Profili da Medaglia/14- "Julius Evola" di Tommaso Romano

Nato a Roma nel 1898, morto nella stessa capitale nel 1974.
Di antica e nobile famiglia siciliana, di Cinisi, fu filosofo, pittore e poeta. Personalità poliedrica nel panorama culturale italiano del Novecento, in ragione dei suoi molteplici interessi: storia, politica, esoterismo, religione, costume, studi sulla civiltà.
Formatosi sulle opere di Nietzsche, Michelstaedter e Weininger, partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di artiglieria. L’esperienza artistica lo avvicinò a Papini e a Marinetti, a Balla e a Bragaglia, ma è l’incontro epistolare con Tzara che lo impose come principale esponente di Dada in Italia: dipinse ed espose i suoi quadri a Roma e a Berlino; collaborò alle riviste “Bleu” e “Noi”; elaborò testi teorici, come Arte astratta (1920), definito da Massimo Cacciari «uno degli scritti filosoficamente pregnanti delle avanguardie europee». Inoltre, scrisse poemi e poesie, fra cui La parole obscure du paysage intérieur (1921).
Il Dadaismo fu però soltanto un primo passo per “andare oltre”. Stilò una raccolta di scritti filosofici: Saggi sull’Idealismo Magico (1925); Teoria dell’Individuo assoluto (1927); Fenomenologia dell’Individuo Assoluto (1930); curò una versione italiana del Tao-tê-ching, Il Libro della Via e della Virtù (1923), e pubblicò la prima opera italiana sui Tantra, L’Uomo come Potenza (1926), seguita da un libro molto polemico sui rapporti tra fascismo e cristianesimo, Imperialismo pagano (1928). Diviso tra l’elevazione spirituale dell’Io e gl’interventi nella vita culturale del tempo, esponente del Tradizionalismo Romano, collaborò (1924-26) a “Ignis”, “Atanòr”, “Bilychnis”, ma anche a “Il Mondo” e “Lo Stato democratico”, diretto da Colonna di Cesarò, nonché pubblicò i quaderni mensili di “Ur” (1927-28) e “Krur” (1929), dove scrissero, fra gli altri, Reghini, Colazza, Parise, Onofri, Comi, Servadio. Poi fondò il quindicinale “La Torre” (1930), chiuso d’autorità per le sue interpretazioni troppo eterodosse del fascismo. Continuò la sua indagine sulle forme di realizzazione interiore e s’interessò, quindi, di alchimia, pubblicando La Tradizione Ermetica (1931); di neo-spiritualismo, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo (1932); di miti, simboli e leggende cavalleresche ed esoteriche, Il Mistero del Graal (1937), intendendo queste come vie iniziatiche occidentali.
Alla base della sua weltanschauung antimoderna, antimaterialista e antiprogressista – che gli fece criticare sia bolscevismo sia americanismo, considerati due facce della stessa medaglia nel profetico saggio omonimo apparso sulla “Nuova Antologia” (1929) – ci fu Rivolta contro il mondo moderno (1934), la sua opera più importante e famosa, ampio panorama della civiltà tradizionale contrapposta alla civilizzazione contemporanea.
Cercò d’introdurre queste tematiche nel dibattito politico e culturale di quegli anni, curando la pagina “Diorama filosofico” (1934-1943) del quotidiano di Farinacci “Il Regime Fascista”, di Cremona, che ospitava tutte le migliori firme degl’intellettuali conservatori dell’epoca. Sviluppò anche contatti personali con questi ambienti, tenendo molte conferenze, soprattutto in Germania, e viaggiando nella Mitteleuropa: Vienna, Praga, Bucarest, Budapest. Fece conoscere in Italia autori come Spengler, Guénon, Meyrink, Bachofen. Fra il 1933 e il 1943 s’interessò – ben prima che l’argomento diventasse di tragica attualità – allo studio e all’esame dei problemi delle razze, «respingendo ogni teorizzazione del razzismo in chiave esclusivamente biologica» (Renzo De Felice), e scrisse: Tre aspetti del problema ebraico (1936); Il mito del sangue (1937); Indirizzi per una educazione razziale (1941), che suscitò l’interesse di Mussolini, il quale lo convocò a Palazzo Venezia, nel settembre di quell’anno, dicendogli: «È il libro che ci occorreva».
In piena guerra pubblicò – quasi l’indicazione di una via da seguire – un saggio sull’ascesi buddhista: La dottrina del risveglio (1943). Dopo l’8 Settembre raggiunse fortunosamente la Germania: fu presente all’arrivo di Mussolini al Quartier Generale di Hitler. Ritornò, quindi, in Italia e lasciò definitivamente Roma quando gli americani entrarono nella capitale (4 Giugno 1944). Nel 1945, a Vienna, poco prima dell’ingresso delle truppe sovietiche, si trovò coinvolto in un bombardamento e, in seguito ad una lesione al midollo spinale, subì una paresi permanente agli arti inferiori.
Rientrò in Italia nel 1948 e fu ricoverato a Bologna; quindi, soggiornò fra la città petroniana e la capitale, sino a stabilirsi definitivamente nell’abitazione romana di Corso Vittorio Emanuele, dalla fine del 1951.
Ma non rimase inattivo, perché, tra un ospedale e un altro, rivide il giovanile L’Uomo come Potenza, già riscritto negli anni Trenta, che diventò Lo Yoga della potenza (1949); poi rielaborò e adattò i testi apparsi in «Ur» e «Krur» nei tre volumi di Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io (1955-6); volle anche revisionare Teoria dell’Individuo assoluto, che in questa forma uscì soltanto nel 1973; inoltre, riprese le collaborazioni giornalistiche, che in seguito gli procurarono un’avventura giudiziaria da cui, però, uscì completamente scagionato, il cosiddetto “processo dei FAR” (1950-1951).
L’opuscolo Orientamenti (1950) già conteneva tutte le posizioni poi sviluppate in tre libri successivi, dov’erano esposte le sue idee per vivere nel mondo del post-1945, che sempre più vedeva come espressione dell’età ultima, il Kali-yuga, l’èra oscura: quelle sulla politica, in Gli uomini e le rovine (1953); sull’erotismo, in Metafisica del sesso (1958); sugli orientamenti esistenziali in epoca di dissoluzione, in Cavalcare la tigre (1961).
Nel 1963 venne riscoperto come dadaista, poiché Enrico Crispolti aveva organizzato una mostra dei suoi quadri alla Galleria “La Medusa” di Roma.
Seguirono un’autobiografia attraverso i suoi libri ed esperienze: Il cammino del Cinabro (1963); un saggio d’interpretazione storico-ideologica, Il fascismo visto dalla Destra (1964); i due volumi miscellanei L’arco e la clava (1968) e Ricognizioni (1974); la raccolta di tutte le sue poesie, Raâga Blanda (1969).
Fondò e diresse, per le Edizioni Mediterranee, dal 1968 al 1974, la collana “Orizzonti dello Spirito”, nella quale inserì opere e autori dei più ampi e diversi orientamenti spirituali e tradizionali. L’ultima fase della vita vide Julius Evola nell’insospettata veste di un anti-Marcuse: il nascere della “contestazione” anche in Italia (1968) fece riscoprire il suo pensiero non solo a “destra” ma anche a “sinistra”, talché nel periodo 1968-1973 una dozzina di suoi libri furono ristampati una o anche due volte e i suoi interventi furono richiesti da varie riviste. A distanza di pochi mesi dalla morte dettò le linee dello statuto della Fondazione che porta il suo nome, raccogliendone ancora gli scritti. Prima e dopo la sua scomparsa sono state pubblicate numerose scelte antologiche – a tema e non – di suoi articoli e saggi apparsi pure in Sicilia per “Vie della Tradizione” e per le edizioni Thule.
Quadri e disegni di Julius Evola si trovano presso musei e collezioni private. Cito soltanto Paesaggio interiore ore 10.30, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma.
I suoi saggi e i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Svizzera, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti, Messico, Canada, Romania, Argentina, Brasile, Ungheria, Polonia, Turchia.
Non mi sono mai dimenticato – né potrei farlo se non commettendo un peccato di orgoglio luciferino – della figura, dell’opera, dell’insegnamento, dell’esempio e del dono dell’incontro personale che mi legavano e tuttora mi legano a Julius Evola.
L’ho sempre scritto e affermato pubblicamente e non mi pento affatto di riconoscergli una decisiva primazia che mi fece uscire, ancor giovane, dal nostalgismo incatenato unicamente al passato, per aprirmi alla perennità – che è insieme passato, presente e futuro seppur eventuale –alla contemplazione, alla trascendenza, che si sono risolti, alla soglia dei vent’anni, nella fede nella trascendenza del Dio Creatore e in Gesù Cristo suo figlio e vero Dio, per noi incarnatosi, morto e risorto.
Come altri tradizionalisti che debbono tanto a Evola (lo abbiano confessato o meno) ed io fra questi, posso in coscienza ammettere che senza la forza dirompente della evoliana Rivolta contro il mondo moderno e de Gli uomini e le rovine (libro che scovai nella palermitana libreria di salvatore Fausto Flaccovio) non mi sarei convertito e, forse, sarei naufragato nel nichilismo, in cui pure annegarono tanti miei coetanei.
Nel ricordare Fausto Gianfranceschi, Silvio Vitale, Primo Siena, Piero Vassallo, Fausto Belfiori, Gianni Allegra, io nomino fieramente Amici e Sodali che ad Evola molti debiti e crediti formativi debbono, a cominciare paradossalmente, appunto, dalla conversione al cristianesimo.
La lettura dei libri e la figura di Evola non erano ignoti all’ambiente di destra giovanile che frequentavo alla fine degli anni Sessanta. Io mi ero iscritto alla Giovane Italia (non quella di Mazzini!) nel 1967, portatovi, per mia insistenza tutta “rivoluzionaria”, da quel sant’uomo di mio padre Ignazio (1913-1991) che era rimasto – e fieramente lo rimase fino alla morte – fascista. Lo fu addirittura in guerra, cooperando con il Sottotenente Sergio Barbadoro da Sesto Fiorentino, nel tentativo di fermare l’avanzata degli americani nella Valle dello Jato; poi, come guastatore della liberazione, con Dino Grammatico, Maria D’Alì e Lorenzo Purpari; e ancora quale fondatore dell’uomo Qualunque e del MSI a Palermo, come lo ebbe a ricordare il “Secolo d’Italia”, commemorandolo.
Dicevo che Evola, malgrado l’ortodossia quasi granitica dei gentiliani missini e il risorgimentalismo dei monarchici attivi (a cui mi rivolsi nel 1969 nel Fronte Monarchico Giovanile e nella Gioventù Monarchica Italiana di Giuseppe De Stefani, Mario D’Orsa, Pippo Genovese, Gaetano Festa, Salvatore Savoia), non era per niente ignoto. Ne parlavano Giuseppe Tricoli e Guido Lo Porto, Mimmo Lo Iacono e Guido Virzì, Alfredo Montini e Pier Luigi Aurea, Mimmo Campisi, Enzo Fragalà ed Ettore Maltese, spesso litigando su quale potesse essere il nostro vero Marcuse. Bene! Evola era e resta più grande e profondo di un Marcuse qualunque.
Ancora, recentemente, il grande esteta e scrittore Stefano Zecchi, in un suo libro, ha sottolineato la pregnanza dell’opera evoliana insieme a quella di Guénon, Jünger, Spengler, ai fini di una lettura critica e antagonista della modernità. Zecchi è in buona compagnia, comunque, con gli studiosi, esegeti e critici di Evola, che si contano a diverse centinaia nel mondo intero. Farei un torto alla verità se escludessi, fra questi, di ricordare il prezioso lavoro svolto in tal senso da Gianfranco de Turris, Renato del Ponte, Gennaro Malgieri e Marcello Veneziani.
Ho scritto saggi, recensioni, note su Evola, già lui vivente, su vari argomenti tratti dell’immensa mole di interessi che caratterizzarono la ricerca spirituale, metapolitica, dottrinale e di storia della civiltà che segnarono la biblioteca evoliana. M’interessai, perciò, approfondendoli, di aspetti che mi affascinavano, pubblicandone gli esiti in riviste allora ben note e diffuse. Gli argomenti da me affrontati furono la Metapsichica nella sua cognizione e opera, il gruppo di UR e introduzione alla magia, la monarchia e l’impero, gli orientamenti esistenziali.
Conobbi Evola nel 1972, grazie a Sergio Bonifazi, un amico evoliano di Roma che mi accompagnò a visitarlo nella sua famosa casa romana in Corso Vittorio Emanuele, messagli a disposizione dalla contessa Amalia Baccelli, che pure ben conobbi grazie a Giuseppina Giudici Russo, dirigente femminile del MSI siciliano. Fummo accolti dalla governante, soprannominata da Evola – con qualche evidente ironia – “la palla” e ci accomodammo nello studio, fra quadri dada, forse rielaborati sugli originali che il Maestro, di origine siciliana, di Cinisi (il nome della mamma era Concetta Mangiapane), per pochi cultori dipingeva negli ultimi anni, i noti paesaggi interiori.
Fra mura umbertine e austere, Evola condusse, dopo l’infermità che lo privò dell’uso delle gambe, una vita austera, di studio, di meditazione.
E in quell’atmosfera si avvertiva un segno dello spirito, forse non proprio quello concepito da noi cristiani.
Come ben scrisse Roberto de mattei molti anni fa, Evola, in effetti, è un transidealista; ciò non toglie meriti al suo pensiero.
Evola accolse me e il già assiduo Bonifazi con lo stile che lo distingueva, fatto di pochi gesti, essenziali parole, una sottile ironia che si manifestò specie quando lo chiamai “Maestro” e lui, che Maestro lo fu per davvero, mi rispose dicendomi di non esserlo e, quindi, di non considerarlo tale.
S’informava della Sicilia, di Palermo, che ben conosceva, e di Cinisi. Parlammo del rettore Evola, noto bibliografo, e di altri amici e conoscenti, fra cui Adriano Romualdi, Silvio Vitale (mi disse di apprezzare “L’Alfiere”, la rivista tradizionalista e meridionalista napoletana), Gaspare cannizzo, Salvatore Ruta. Lo informai del mio progetto editoriale di Thule, della mia agenzia stampa “Rivoluzione Tradizionale”, del progetto di ristampare altri saggi suoi e riunirli in volumetti. Nacque così l’idea, dopo Note sulla Monarchia, di ripubblicare Prospettive sui miti della spiritualità eroica (anche questo titolo fu voluto da Evola per i saggi che avevo scelto). Lo rividi altre tre volte, informandolo sugli sviluppi dei congressi tradizionalisti di Firenze, da me coorganizzati, e su “Arthos”, la rivista di del Ponte, nata a Firenze nel 1972 all’inizio di “Azione Tradizionale”, il cui primo numero curai di stampare a Palermo, sempre con l’aiuto di Orazio Sbacchi.
Parlammo di Armando Plebe, prestato impropriamente alla Destra, un abbaglio di Almirante che costò caro alla cosiddetta cultura di Destra. Stimava Giovanni Volpe e Vanni Scheiwiller fra i suoi editori e aveva grande considerazione di de Turris.
 I colloqui duravano poco più di un’ora e, una volta, volle regalarmi dei romanzi gialli, che leggeva in quantità, anche pubblicati in lingue straniere. Li conservo caramente.
Evola è stato molto importante per me e la mia generazione, anche per aver trovato in lui il fondamento teorico, oltre che sentimentale e ideale, della Monarchia, dei simboli e miti della Regalità. Sapeva che ero monarchico oltre che tradizionalista e mi parlò bene del Re Umberto II (di cui si sono trovate lettere indirizzate a Evola e volumi nella sua biblioteca di Cascais). Meno bene si espresse su Vittorio Emanuele III. Comunque mi disse esplicitamente che il ramo Aosta gli sembrava, già negli anni Settanta, più adatto all’assai problematica e forse improbabile restaurazione.
Sulla decadenza della Chiesa fu esplicito. Forse aveva previsto ciò che ora sta avvenendo...!
Ho pubblicato, ancora, raccolte di citazioni di Evola (curate da Pier Luigi Aurea e Giovanni Conti) e libri sulla sua opera (di Pier Luigi Aurea, di Marcello Veneziani – per il quale La ricerca dell’Assoluto in Julius Evola fu, con fortuna, il suo primo libro – e di Piero Vassallo suo implacabile critico).
Non ho, come prima ricordato, mai rinnegato il suo insegnamento.
Superare non significa, infatti, rinnegare.

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