UN VIAGGIO CULTURALE NELL’EUROPA DEL MEDITERRANEO  FRA AROMI E LINGUAGGI DIVERSI – DI GIOVANNI TERESI

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                                                                       Il Mediterraneo 

 

 

 Un viaggio culturale nell’Europa del Mediterraneo  fra aromi e linguaggi diversi. 

                       

Il mare Mediterraneo, questo mare nostro (Mare Nostrum) che sta in mezzo a terre che le bagna, le addolcisce e alimenta, non è solo forma d’acqua.

Una pietra è musica pietrificata” disse Pitagora. E il mare è musica, voce e danza, ritmo, un ritmo che è germe di un frattale. A partire da esso, tutto, intorno, si configura, segue la sua scala e per questo il nostro mare genera un’equivalenza nelle terre che lo circondano, nel loro clima, nel loro paesaggio, nei loro abitanti e in quel che essi fanno.

Se, come osservò Edward Lorenz, “il batter d’ali di una farfalla in un punto del globo può scatenare un tornado all’estremo opposto”, ciò che nasce intorno al Mediterraneo è condizionato da esso. La sua proporzione, armonia e nitidezza raggiungono l’arte, la filosofia, le forme di vita delle sue coste.

Lo scultore, il poeta e il musicista adottano questo suo dispiegarsi e raccogliersi, la sua libertà chiusa, questa equazione delle onde che dicono essere cessando di essere e indicano l’infinito.

La melodia dell’acqua passa ai modi musicali greci e all’arpa egizia; la sua chiara sottigliezza passa alla stilizzazione degli affreschi faraonici, a una corolla di loto della tomba di Menna, alle vigne del panteon di Sennefer, a un’anfora fenicia, alla capigliatura della dea Tanit, al tropismo dei mosaici bizantini o delle ceramiche delle moschee. Ma quando la pietra incarna il mare, questo si raccoglie e ammutolisce: sono le alate tuniche della Iris messaggera di Fidia, la scalanatura di una colonna del Partenone o del tempio di Paestum, la mareggiata dei teatri di Sagunto, di Epidauro, di Taormina.

C’è silenzio nel mare e anche nel panneggio della Pietà di Michelangelo e nelle pieghe dei veli sui delicati corpi delle Grazie di Botticelli.

Il battito delle ali dell’uccello vi dà un abbozzo del batter d’occhi e l’onda, infrangendosi sulla sabbia, vi mostra quale sorriso eseguono le labbra. Nel cielo ho incontrato riflessi, di quelli che si devono utilizzare nel guardare, e i fiori mi danno l’esempio della posizione delle mani”: così scrisse Leonardo.

Tutto può stare in tutto, è presente perfino nell’invisibilità dell’aria.

Ma che cos’è realmente questo mare, questo gran verde degli egizi, questo salato dei greci? Dove comincia e dove finisce?  La realtà poetica del mare è aurorale, ma le sue ondate superano i secoli. Eschilo fa parlare l’Oceano con Prometeo, Dante paragona la volontà di Dio a “quel mar a qual tutto si muove ciò ch’ella crïa o che natura face”, Heine lo considera un “lottatore sempre sconfitto”, Ungaretti lo converte in “Una baradi freschezza”.

Il mare è anche fonte d’ispirazione della migliore poesia spagnola ed araba attuale. “Arde el mar” e “Ode a Venezia davanti al mare dei teatri”sono i titoli che il catalano Pere Gimferrer dà ai suoi primi libri.

Orto, ulivi, rosmarino, papaveri, spiagge sorgono deliziosamente nei componimenti di alcuni poeti arabi, ad esempio la serie “Chott” ci porta nei deserti della Tunisia: “Un deserto di sale/ si è accampato nei miei occhi/ le mie ciglia/ si abbracciano/ come dopo una lunga assenza” (Francisco Brines), o in questi altri versi di al-Ruşâfï, poeta arabo del XII secolo: “C’è una luce che copre tutta la campagna/ di ombra, e va alla notte. Riposano/ gli aranci, e le case di abbandono.”.

 

Il nesso con le assonanze arabe sorge nella nostra poesia attuale attraverso l’eredità ricevuta o   attraverso la conoscenza dei luoghi, come si evince anche da questa mia poesia dal titolo:

Il mare

Il lento moto flessuoso/ della risacca schiumosa/ sulla dorata sabbia…/ l’infrangersi furioso/ sulle dure rocce,/ che mostri sembrano/ emergere dagli abissi…/ la vastità delle acque/ che agli orizzonti/ si congiungono al cielo…/ l’improvvisa tempesta, / la trasparenza,/ le varie tinte luminose/ riflesse dalle nuvole/ e dai raggi del sole…/ sono eguali ai moti/ della mente,/ dell’anima./Al silenzio delle ore,/ dei lunghi dì,/ in solitudine/ navigando sulle onde, / a tratti dolci/ e fragorose al vento,/ pervengono suoni modulate e minacciosi…/ Allora la parola, / i versi,/ l’armonia del canto/ ritornano dagli anfratti,s’infrangono sui moti,/ che pazienti li consumano./ Amor d’evasione,/  d’avventura,/ con tenacia/ con speranza/ e con paura/ sulle limpide,/ profonde/ e sinuose onde/ è visione,/ immagine,/ il volgere della vita,/ del tempo,/ della storia./ Amor che con coraggio si nutre e che mai…/ e poi mai…/ si conquisterà.”  (Giovanni Teresi)

 

Un mistero è la nostra cultura, comune grazie al mare, questo mare che, a ondate, deposita brandelli di tutte le civiltà che sono nate nelle sue rive e le mescola tra loro, dà loro unità nella diversità e riunisce tappe distinte della storia, generando – per usare le parole del poeta greco Sarandis Antiocos –

“ una  confusione d’aromi”. Esiodo disse: “In principio era il caos”.

Però nel suo principio, nel nostro, c’era, senza dubbio, il Mediterraneo.

Una vecchia leggenda mediterranea racconta che, allorché le cose del mondo non erano ancora poste nell’ordine immutabile del cosmo, il sole – durante la canicola – fu così violento che le acque di tutte le sorgenti della terra seccarono e tutte le creature viventi perirono bruciate; gli dei nell’alto dei cieli soffrirono come gli uomini tanto che le gocce salate delle loro lacrime e del loro sudore formarono il primo mare.

Volendo seguire la storia di questo mare, migliaia di anni fa popoli diversi portarono le loro culture sulle sponde del Mediterraneo, dove si scontrarono, si eliminarono, si integrarono o si sovrapposero le une alle altre, raggiunsero lo splendore e decaddero. Volta a volta, il Mediterraneo fu asiatico con i Persiani o i Fenici; fu africano con gli Egizi o i Cartaginesi; fu europeo con gli Achei e i Greci; ma solo con i Romani divenne il fulcro di tutti e tre questi continenti, perché Roma seppe creare un tipo di civiltà, per quei tempi universale. Con la decadenza dell’Impero Romano, altri popoli si affacciarono al Mediterraneo: i Normanni provenienti dall’Europa continentale.

Ma dalle rovine di Roma stava già nascendo una nuova civiltà europea, scaturita dalla religione cristiana, che sentiva anch’essa il richiamo del mare. Da questa origine derivano tutte le altre tradizioni; da questa origine sono nate tutte le cose e questa sorgente, dice Cicerone, è impossibile che si prosciughi.

Quindi miti e leggende si sono stratificati per millenni nelle memorie dei popoli del Mediterraneo costituendo un patrimonio vasto da cui emergono riconoscibili ancora oggi i temi dei racconti biblici accanto alle tragiche vicende della tradizione greca. Nei secoli poi si è aggiunto il contributo degli storici romani; si pensi ad esempio alle narrazioni di Erodoto che ispirano la Cleopatra di Shakespeare e più recentemente le “memorie di Adriano” della Yourcenar,  e nel XVIII secolo, la versione francese delle “Mille e una notte” curata dal Galland.

La geografia culturale comporta terre irrigate dal fiume della civiltà, dal quale si disseta anche ogni  scrittore o poeta. Su questa terra di cultura c’è senza dubbio tanto l’ombra del cipresso greco che l’ombra della palma araba.

Senza dubbio il Mediterraneo non è soltanto un mare ma è, allo stesso tempo, regione geografica, fucina di storia e teatro dei popoli.

Accanto alle prove documentarie esistono inoltre gli infiniti influssi della letteratura popolare che, pur non essendo scritta, ha sfidato lo scorrere dei secoli giungendo inalterata sino ai nostri tempi. Si ricordi il personaggio di origine araba Giufà, noto nella tradizione orale siciliana.

I reperti archeologici dell’area mediterranea riportano numerose testimonianze degli antichi legami esistenti tra le popolazioni delle opposte sponde; però i documenti storici riferiscono dei conflitti che hanno contrapposto le diverse civiltà nei millenni piuttosto che delle relazioni di scambio; eppure queste ci sono sempre state, anche se con diversa intensità, sia sul piano tecnologico che artistico.

Per questa ragione non c’è una sola identità mediterranea, ma ce ne sono tante. Come il mare Mediterraneo che si apre ad altre acque, grazie a Gilbiterra, Suez, i  Dardanelli e il Bosforo e si nutre delle acque delle terre confinanti, così l’essere mediterraneo si nutre di civiltà, culture e credenze delle terre che circondano le sue e che lo immunizzano.

Si può parlare di tre cerchi che circondano il Mediterraneo insito in un atto artistico, dall’esterno verso l’interno. Primo cerchio: le religioni e la mitologia.

Le religioni mesopotamiche, le religioni anatoliche e le loro derivate, il giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo; le mitologie mesopotamiche, anatoliche e greche; l’umanesimo. Secondo cerchio: la civiltà greco-romana, quella araba medio-orientale; gli elementi geografici (il clima, la flora, ecc.). Terzo cerchio: le strutture intellettuali ed emozionali, riflessi della cultura nazionale, le storie locali, le lingue nazionali, il folklore.

Per secoli, oscuri pregiudizi si sono radicati approfondendo il solco virtuale che separa le opposte sponde del Mediterraneo, eppure ogni essere umano è in grado di riconoscere il proprio io solo quando lo vede riflesso nello sguardo del vicino, senza sfuggirlo. Ed è dunque sempre più urgente sfatare antichi malintesi frutto di cattive interpretazioni. Ad esempio, per secoli si è usato il termine “saraceno” per riferirsi ad un qualsiasi musulmano; tale definizione era diffusa tra i cristiani di Siria perché credevano che i musulmani appartenessero ad una nuova setta cristiana discendente dai figli di Sara.

La bellezza è il frutto dell’amore, ed è l’incontro e la sintesi tra le diversità; questo è per gli artisti, scrittori e poeti del Mediterraneo la peculiarità che accomuna l’arte di questa area del mondo.

Io vivo a Marsala (TP) – originariamente “Marsa Allah (porto di Dio)”  ogni giorno guardo il suo mare prospiciente, mi rivolgo alle acque, faccio a volte un lungo viaggio solcando l’azzurro del cielo, un cielo a volte disseminato di astri che mi portano con la loro luce, che naviga anch’essa, a luoghi lontani come Istambul. Questo Mare Nostrum è stato sempre fonte di ispirazione poetica perché nelle sue acque regna l’eterno fluire della vita.

Il poeta marocchino Muhammad Bannïs evoca nelle sue liriche il suono delle campane e il riferimento all’emigrazione. Il poema di Bannïs rivela nell’erranza del sole e della propria esistenza, un bianco orizzonte che svela una ritrovata armonia tra la natura e l’uomo: “ forse la luce cancellerà il resto/ e la mia via sarà questo mare”. La folgorante malia della luce avvolge gli antichi riti pagani e libera le onde dall’esilio delle tempeste. Così le tempeste della vita spingono l’uomo a migrare, preda di un destino impietoso. E’ quella stessa abbagliante luce mediterranea ed anche il desiderio di migrare di Ungaretti: “M’illumino d’immenso”. Quest’eterno paesaggio mediterraneo è in perpetuo divenire come il deserto che si trasforma nel tempo immagine di bellezza e di dolore a un tempo, così come lo descrive Meddeb: “ Il deserto in città/ La sabbia tra i denti/ Le pietre in bocca/ mastica il vento” e così come lo descrivo anch’io in una mia lirica:

Quando il caldo s’espande/ dalle dune di gialla sabbia/ e lo scirocco infuria turbinoso/ tra le polverose nuvole,/ tutto è in preda alla solitudine./ Un’improvvisa tempesta sposta le dune,/ non si vede l’orizzonte,/ la terra gira eguale su se stessa./ Delle sagome s’intravedono…/ sono spinosi cactus con delle lunghe braccia protese in alto/ a chiedere aiuto,/ a indicare l’onnipotenza,/ a segnar l’unica presenza./ Il vento sovrasta la natura nel silenzio del deserto./ Allora l’anima si fonde con le radici del dubbio/ al solitario paesaggio./ Visione non è certa d’altro essere alla tremula aria/ trafitta dai raggi del sole./ Quando a sera l’unica calda guida tramonta e scompare,/ subito il freddo invade le ondulate montagne,/ le stanche membra…/ La sola via che s’apre agli occhi è il cielo stellato./Allora l’anima si leva al tappeto ricamato/ cercando nelle luci del deserto la verità e la via.” (Giovanni Teresi)

  

Il viaggio è il tema per eccellenza di questo Mare Nostrum le cui acque da millenni sono state solcate da ricordi indelebili, miriadi di frammenti che compongono quell’unico immenso affresco che costituisce la nostra memoria.

Il viaggio come ricerca di mezzi per la sussistenza, come scampo alla persecuzione, come spinta emotiva per acquisire la sapienza o per diffondere una nuova fede religiosa.

Le stratificazioni culturali di cui sono pregne le diverse città che si affacciano sul Mediterraneo sono il frutto della stessa mano; sono il risultato dell’incessante opera degli esseri  umani che, con il proprio sforzo, si pongono al centro di questa straordinaria avventura.

Però la realtà ha mille aspetti e il volto dell’Oriente non è quello del mendico, come il volto dell’Occidente non è solo quello di una macchina da guerra. Così,  penso che il Mediterraneo sia una questione centrale nell’Europa e nel mondo. Mi sembra che la questione mediterranea sia principale e sia destinata a divenire uno dei punti dirimenti del futuro europeo e internazionale. E’ una situazione di mutamento e di conflitti che configurano un movimento continuo di alternanza tra aperture di progresso e regressioni barbariche.

La situazione dell’Europa oggi è quella di un continente che va costituendosi sempre più nettamente verso una sua unità. Questo processo di unificazione, che dovrebbe vedere tutti i popoli che ne fanno parte come federati e collegati in un organismo unitario, che nella differenza sia ispirato allo stesso progetto di crescita e di vita, nei fatti si trova a smentire gli obiettivi e le finalità verso cui si proietta la sua stessa fondazione. E’ smentito dalla parzialità della costituzione degli Stati che compongono l’Unione Europea, dall’esistenza di una divisione fra le cosiddette due Europe, quella ricca e quella povera, quella dell’Occidente e quella dell’Oriente. E’ smentito dall’esistenza di uno stato di conflitto e di divisione che sta lacerando da anni una parte dell’intero continente.

Si tratta di divisioni etniche, di natura statuale, profonde, che diventano politiche e sociali. E’ smentito dalla costante contraddizione che, rispetto all’autonomia di un continente, segna pesantemente l’interferenza di forze e potenze del mondo occidentale, come l’unico blocco finora rimasto in piedi: gli Stati Uniti.

Sono contraddizioni alle quali si deve guardare con un atteggiamento positivo, senza cadere nell’insidia di rivendicazioni corporative e nazionalistiche, senza accettare il ricatto ideologico. La posizione del Mediterraneo, su cui è stata costruita un’intera civiltà, è oggi il luogo in cui si consuma il conflitto più pernicioso fra  due modelli ugualmente totalizzanti: il modello colonialista, nella cultura e nelle armi, del capitalismo statunitense e il modello integralista dell’estremismo del fondamentalismo islamico.

Ahimé! Il Mediterraneo è il luogo in cui questo scontro si consuma ed è qui che si giocano i rapporti del futuro tra i diversi continenti. Allora  il problema non è uscire dal Mediterraneo, ma vedere quale funzione esso possa assolvere nella pluralità di lingue, culture e tradizioni.

Alle problematiche di incomprensioni economico-politiche si aggiunge l’incuria dell’uomo nella salvaguardia del Mare Nostrum.

Se l’uomo sarà saggio, questo mare dai bassi fondali forse potrà salvarsi; e nel futuro chi si bagnerà nelle sue acque potrà così continuare a godere dello straordinario spettacolo della sua luce, della sua vita guizzante:

Appena sotto il pelo delle onde le acque sono già calme, neppure un’alga si muove. Tra le rocce scure si disegna la macchia lucente dei tappeti di sabbia. La sconosciuta geografia del Mediterraneo sommerso si rivela lentamente con il fulgore delle rocce chiare nella bassa profondità e con la luce di cristallo quando l’immersione si fa più profonda, con le ombre scure ma sempre trasparenti al limite dell’abisso. E’ quella luce che conferisce all’immagine mediterranea la nitidezza di una vetrina: un cielo denso come immensa cupola e, sott’acqua, il suo riflesso rovesciato dove pesci guizzanti si librano come i gabbiani sulle onde. Salgono scogliere dal fondo, picchi sottomarini come cattedrali isolate nella pianura di un mattino d’estate. E’ un miraggio, una vertigine, uno squarcio al centro stesso di un sogno. L’alga, la spugna, il corallo, le gorgonie sfoggiano ventagli giganti che neppure un soffio, una marea, un’onda possono agitare. E’ un palazzo senza mura, dalle stanze infinite, dalle sale sontuose, dalle prospettive sempre diverse su cui s’aprono corridoi, arcate, porte di un architetto dalla “fantasia fantastica”, dall’invenzione senza fine”. (Folco Quilici)

 

Per conservare questa immagine, credo che oggi più che mai si tratti di attivare, per le forze della cultura, che non hanno grandi strumenti, che non incidono con immediato riscontro sulle stanze del potere politico ed economico, un processo di incontro, di rispetto, di intesa, di dialogo, di scambio, e soprattutto di reciproco impegno alla cultura di una civiltà dell’unità nella diversità e della diversità nell’unità. Infatti, in Europa l’immagine di una progressiva e futura società multiculturale si proietta su una realtà già connotata da una forte commistione con altre culture.

L’immigrazione crescente sollecita la necessità di conoscere l’altro come risorsa utile a rimuovere preconcetti ed a sedare paure generatrici di rigurgiti razzisti. La cultura può fare questa sua parte se pone come istanza un’unità europea che non sia esclusivamente fondata sulle relazioni economico-finanziarie, ma sia unità culturale, di interrelazione etnica, di cittadinanza.

Solo così si potrebbero combattere le ragioni che favoriscono e predeterminano gli sbocchi degenerativi, violenti, sanguinosi dei conflitti etnici, nazionali, come vediamo in tutta l’area della penisola balcanica.

La cultura della diversità pone un valore fondamentale, quello della contraddizione verso il suo sbocco positivo, quello di non annientare mai le identità che entrano in conflitto fra loro, ma di mantenere viva la compresenza.

Ignazio Silone prendeva spunto dal progetto di Goethe che riassumeva nel concetto di letteratura mondiale. Silone affermava che l’umanità aveva bisogno di riconoscere la diversità delle culture prima di procedere ad una visone unitaria delle stesse, poiché “accomunarle sarebbe stato prematuro, chimerico, senza reale fondamento”.

Bisogna, inoltre, rifiutare l’idea che una lingua sia autonoma rispetto alle altre, ossia rifiutare l’illusione di un’identità assoluta propria a ciascuna lingua, anche se c’è un’identità. In Sicilia, ho la coscienza di essere all’incrocio, al “centro vuoto” attorno al quale si può ruotare. Ruotiamo tutti attorno ad un “centro vuoto”, insieme a tutte le lingue dette mediterranee. Queste stesse vengono da molto più lontano, forse anche dai Sumeri.

Le penetrazioni linguistiche sono state continue non solo in Sicilia ma nei diversi paesi dell’area mediterranea. L’assorbimento di altre lingue continua a farsi, non solo a partire dall’inglese commerciale, ma anche attraverso un lento impregnarsi delle culture, che serve a modificare la propria coscienza del mondo.

L’uso della lingua è duplice, serve a consolidare uno stato di fatto, un artificio chiamato civiltà, o a modificarlo, a scuoterlo e oprarvi una rivoluzione.

A che cosa serve, oggi, l’uso della lingua nel contesto della mondializzazione?

A che cosa serve il modo di pensare proprio del poeta? A che cosa serve un poeta nel tempo della mancanza?

Il tempo della mancanza è iniziato all’origine dell’uomo: al tempo manca sempre qualcosa; c’è questa mancanza che fa soffrire, che dà inquietudine e pone interrogativi ai quali non sappiamo rispondere. E’ proprio perché c’è questa mancanza che inventiamo ciò che a volte chiamiamo arte e poesia.

Se la mancanza fosse stata colmata e se ci fosse una risposta per ogni domanda,   credo che la poesia sarebbe inutile come ogni altra forma di letteratura.

La lingua sfugge alla vendita, mentre continua ad esercitare un commercio di intrattenimento fra individui.

Penso che le ultime crisi del nichilismo europeo potranno essere superate solo quando le varie popolazioni europee diventeranno modeste fra loro assimilandone il pensiero senza rubarlo per arricchirsi e senza strumentalizzarlo. Da millenni gli scambi commerciali hanno contribuito alla diffusione dell’arte delle diverse civiltà del Mediterraneo. Non stupisce dunque se al museo Bardo di Tunisi sia esposta una tomba etrusca, se a Pompei si trovino suppellettili egizie. Negli ultimi due secoli i rapporti di scambio intercorsi tra le due sponde del Mediterraneo sono aumentati e negli ultimi decenni si sono moltiplicati. Agli scambi commerciali di  vari generi di consumo, notiamo che si è aggiunto lo scambio di saperi, la distribuzione di film, musica, libri, opere d’arte, e ciò è positivo per la crescita dei paesi europei.

Tre sono gli aspetti prioritari che hanno a che fare con la cultura del sapere, legati alla storia complessiva dell’Europa e del Mediterraneo: primo: la dialettica viva del rapporto tra apertura e chiusura come è  geograficamente e storicamente il Mediterraneo; secondo: la cultura della diversità e della metamorfosi, di quella convivenza dei diversi che è principio di trasformazione e di vita (principio di fecondazione, di civiltà, di segni diversi, reciprocamente influenzati, che hanno contribuito alla crescita e allo sviluppo dei loro rapporti); terzo: il rapporto disponibile e praticabile tra due dimensioni intese in tutti i possibili sensi: da quello letterale geografico a quello metaforico, storico, culturale; il rapporto unitario, imprescindibile, internamente dialettico e interattivo tra la verticalità della storia, che è il tempo del percorso tra questi spazi, il tempo dell’avvicendamento e della convivenza fra i popoli, che è anche il tempo dei valori che si sono depositati nel corso dei secoli.” (Filippo Bettini)

Il Mediterraneo non è solo depositario del rapporto fra due dimensioni, sta oggi lì a dirci che di queste due dimensioni è impossibile sacrificarne una, se si vuole pensare ad una cultura del dialogo e della crescita comune.

Annientare la dimensione della verticalità della storia significherebbe accettare il processo mortificante ed inaridente della colonizzazione di un modello occidentale in crisi. Annientare l’orizzontalità dello spazio significa entrare nella prospettiva di una rivendicazione totalizzante, di un rapporto autoritario nei confronti della religione, della fede e di tutto ciò che esclude i confini per fare del proprio confine l’unica patria”. (F. Bettini)

Con tristezza ricordiamo che si sta facendo una guerra “umanitaria” in nome dei diritti umani, una guerra che uccide coloro che dovrebbe difendere, i profughi della Romania, del Kosovo e della Serbia. In Palestina si acuiscono tensioni come pure in Iraq e in Afghanistan.

Queste contraddizioni ci fanno auspicare che la profonda vocazione culturale e creativa della civiltà dei popoli del Mediterraneo riaffermi le sue ragioni contro le irragionevolezze di una cosiddetta “civiltà occidentale”, che vorrebbe cancellare le proprie radici mediterranee. Speriamo, così, che l’approfondimento delle motivazioni culturali possa riaffermare i valori di pace, di lavoro, di amicizia, e di solidarietà che hanno animato nel passato questi popoli e queste terre.

 Giovanni Teresi

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