“Usi e costumi di un paese tra Tindari e Milazzo” di Domenico Bonvegna

Da qualche mese è in distribuzione la Nuova Edizione del libro di Carmelo Bonvegna, “Usi e costumi di Rodì e Milici, indagine storico-etnologica in un centro dell’entroterra milazzese”, Bastogi Editore, 2018 raccoglie ciò che fino ad alcuni decenni fa rimaneva del mondo tradizionale e popolare a Rodì e Milici, un comune in provincia di Messina posto sulle colline tra Tindari e Milazzo davanti al Mar Tirreno, azzurrissimo, e alle splendide Isole Eolie. Egli attinge un po’ ai ricordi personali, avendo in quei luoghi trascorso l’infanzia e la prima giovinezza (1950-60) e, molto, ai racconti di vita vissuta di chi, già anziano a quell’epoca, ne era stato attore e protagonista in prima persona. Una descrizione puntuale  e qua e là vivace di situazioni, immagini e figure di uomini e donne irripetibili che appartennero a un passato ormai completamente scomparso: una società contadina tanto lontana da apparire oggi quasi incredibile ma che fu viva e presente fino alla prima metà del secolo scorso.
Il lettore potrà trovarvi notizie riguardanti le origini più o meno storiche dei due paesi inseriti nelle più ampie vicende della Sicilia, il loro nome e quello  del “fiume”, l’enorme torrente Patrì coi suoi mulini ad acqua e i giardini di palme e aranci (cap.I); descrizione delle contrade sulle colline e le montagne vicine con particolare attenzione all’ambiente, al lavoro e alla cultura dei pastori (cap. II); i quartieri di Rodì, le denominazioni antiche delle strade e delle piazze, le chiese, le case, le pietre lavorate dai “mastri pirriatùri”, le famiglie e i parentadi coi cognomi e i soprannomi – “i ngiùrii” –, i vari mestieri tradizionali esercitati – bottai, carradori, sportari... –, gli attrezzi usati, i manufatti e il loro impiego con disegni e alcune precise nomenclature (cap. III); gli influssi di altre culture con l’apporto di genti che, provenendo da paesi del versante ionico e della Valle dell’Alcantara, periodicamente passavano a piedi, a cavallo o sui carri nel “fiume” e nel paese per recarsi cantando, “pellegrini”, alla Madonna del Tindari in maggio e settembre, “firiànti” alla gran fiera di Termini (Terme Vigliatore) o, nel percorso contrario verso Sud, di “iurnatàri” rodiomilicioti che  andavano a mietere o a vendemmiare nella Piana di Catania e alle falde dell’Etna (cap. IV); le ricorrenze calendariali legate all’anno liturgico e alle feste religiose, alle sacre rappresentazioni e processioni dei Santi e della Madonna venerata sotto diversi titoli sono trattate, infine, nel V e ultimo capitolo.
Ne risulta un quadro minuzioso e variegato: una folla di personaggi tra primi attori e semplici comparse che riempiono e tengono la scena e che parlano un dialetto arcaico ormai caduto in disuso e quasi sconosciuto ai più giovani. E nell’autentica lingua siciliana l’autore riporta le descrizioni di alcune attività come quella della costruzione dell’ovile – “a mandra” – dei pastori e del pagliaro “tundu” e “longu” coperto di ginestra o del complesso lavoro della lana e del telaio o di quello sull’aia – “u pisàri” – coi buoi che trascinano la pietra per triturare le spighe. E poi le moltissime preghiere, specie quelle della Settimana Santa, rigorosamente in vernacolo, e le poesie “d’amùri”, “spartènza” e “sdegnu” che vennero cantate â-rrudiòta”, “â capuàna” e “all’antiddìsi” in casa e nei campi fino agli anni 1940-50; in queste alcuni vocaboli, passando di bocca in bocca, sono diventati incomprensibili e intraducibili e tali risultavano  già agli stessi anziani che, mezzo secolo fa, quelle preghiere e poesie  avevano recitato all’autore per la prima volta.
Il libro si presenta, inoltre, con un’ampia bibliografia valida per fare confronti e riferimenti ad altri autori e un minuzioso apparato di note a piè pagina per spiegare tanti particolari e aggiungerne degli altri. Un grande corredo di foto arricchisce, poi, il testo; alcune – l’aratura coi buoi, il carro, il telaio, il pagliaro – sono forse le uniche e le ultime scattate negli anni 1970, poco prima che certi lavori andassero in disuso,  gli attrezzi in disarmo definitivo o venissero addirittura distrutti: valgono, dunque, come prezioso documento di un’epoca ormai consegnata alla Storia. 

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