Campagna “Oltre l'abisso” della Fondazione AMNESTY International Italia, per la Celebrazione del 65º Anniversario di Amnesty International - di Anna Maria Esposito
- Dettagli
- Category: Arte e spettacolo
- Creato: 14 Settembre 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
- Hits: 79

Nella suggestiva cornice del Palazzo Steri a Palermo, presso la Sala delle Filippine, la Fondazione Amnesty International Italia presenta tre opere dedicate ai 65 anni di Amnesty International (1961-2026), realizzate dall'artista Arrigo Musti .
L'esposizione, visitabile fino al 30 ottobre 2026, comprende un'opera pittorica, una serigrafia e un poster commemorativo.
Il fulcro dell'esposizione è l'opera pittorica intitolata “Passepartout for freedom”.
Quest'opera ribalta il motto futurista di Marinetti ("la guerra sola igiene del mondo") affermando invece che la protezione dei diritti umani è "l'unica igiene del mondo".

ARRIGO MUSTI
Scrivere di qualcuno su cui hanno già scritto le migliori firme è, in un certo senso, pratico. L'unica cosa che potrò dire sarà esporre parte delle sensazioni che le opere di questo artista mi suscitano.
Ho esaminato diverse ipotesi di analisi. Una poteva essere quella che concerneva il suo riferirsi al mito, quale fonte di eternità a cui hanno guardato gli artisti più grandi, da Fidia a Michelangelo e, in tempi moderni, ad esempio, Mitoraj e Guccione. Oppure parlare del suo occhieggiare alla Pop Art o all'Art Brut, in infiniti riferimenti e rimandi.
O, ancora, del ruolo sociale che questo artista si è scelto: infatti egli non è uno di quegli artisti muti, che gettano i loro parti, le loro creature, nel mondo, come certe madri snaturate o certe specie animali, lasciandole a sbrigarsela da sole, in pasto a critica e pubblico, nell'arroganza del profeta ermetico; invece è un artista che non lascia ombre al suo operare.
Anzi, descrive in modo circostanziato l'opera. Anzi, propone. Sostiene che l'artista ha un ruolo di denuncia, che le opere sono la sua voce, e lui, guerriero, di questo ruolo non si priva. Parla, e parla a lungo. Scrive e descrive.
Giusto ruolo, il suo.
Sarebbe bello se ogni essere umano vivesse, cioè se desse il suo contributo al comune andare umano. Se ogni uomo "vivesse", non potrebbe giustificare dietro una facciata di cartone i meschini obiettivi che si propone ma, e più ancora, non permetterebbe all'altra razza umana, i rapaci, i predatori, di divorare e calpestare i propri simili, di distruggere, nel loro odio stanco, gli ambienti naturali necessari alla sopravvivenza, necessari alla Bellezza.
Sa di avere un ruolo. Dio lo benedica.
Usa la mente, usa i suoi strumenti per dare il suo contributo alla società contemporanea.
L'opera di Musti è vasta, si compone di molte parti. Alcune analizzano le diverse tecniche pittoriche, ed Arrigo è orgoglioso di mostrare come ne sia padrone. Altre si riferiscono a diverse correnti stilistiche: Metafisica, Surrealismo, l'arte americana del XX secolo...
E, poi, la componente che mi ha colpito.
L'arte di denuncia.
Espone immagini di emarginati, di sfruttati, dà loro la voce che nessuno vuole ascoltare.
A questo proposito — egli mi perdonerà — ho qualcosa da dire.
Mi pare che la pompa magna con cui vengono accolte le opere che di questa sua denuncia sono espressione sia la classica operazione del potere, attraverso le sue vane istituzioni, sulle voci di disturbo, sui piccoli granelli che inceppano il progressivo fluire del moto nel suo lubrificato meccanismo.
Così, classicamente, il potere accoglie queste voci ed, introducendole nel suo ingranaggio, le smussa e le assimila. E ne fa mattoni con cui costruisce il muro di facciata che serve per darsi l'apparenza di filantropia e benevolenza, di volontà benefica addirittura, nascondendo dietro esso il suo egoismo ed il suo intrinseco disinteresse.
In questo senso le opere d'arte di giovani artisti progressisti nei palazzi del potere mi sembrano belletti sbavati sulla faccia di vecchie megere dai lineamenti incattiviti dall'egoismo e dall'ipocrisia.
Se Arrigo mi ha perdonata, proseguirò.
Ecco dunque un aspetto dell'arte di Musti che mi ha colpito: ho visto una lunga intervista, condotta ottimamente e lucidamente da Adalberto Catanzaro, di Pantelos.
Non credevo avrei visto fino in fondo, ed ascoltato, i lunghissimi discorsi di Musti, ma l'ho fatto. Perché, incredibilmente, questo pittore sa parlare di sé e del suo ruolo nel mondo per ore, senza mai dare traccia di supponenza, di autocompiacimento, di superbia.
È molto interessante ascoltarlo. È un uomo che parla chiaramente del suo ruolo, del suo compito, della sua autorealizzazione.
Forse è superfluo, ma lo scrivo ugualmente: ha lasciato il suo lavoro di avvocato per dedicarsi alla pittura, discorso che ha iniziato da ben adulto.
E, mentre guardavo il video, ovviamente, dato che avrei scritto questo contributo per Pantelos, ripensavo alle sue opere. E mi sono accorta che mi riusciva impossibile, se non a costo di una sofferenza che non so sostenere, richiamare agli occhi della mente molte di esse, che appartengono a quella parte della sua opera di cui, mi pare, si parla meno.
Anche Musti, nella sua intervista, ne parla poco.
Ed è la parte che riguarda il dolore dell'uomo.
Non potevo, non posso tuttora richiamarle alla memoria, perché è sofferenza "ri-cordarle", cioè farle risalire dalla memoria empatica, quella memoria che ha sede nel cuore.
Sì, in una parte dell'intervista ne accenna, in modo, direi, marginale, quasi fosse un incidente di percorso.
Parla dei disabili, dei ciechi, e racconta che cerca di immaginare come essi vedano la società dei normodotati. Si è accorto che essi ci scrutano, ci osservano, ci analizzano perfino, mentre noi li crediamo "fuori dai giochi".
E giudicano la nostra società "sana".
Sono come gli oracoli, come le donne invasate dalla divinità dell'epoca classica. Sono essi che ci vedono come siamo, senza inganni e senza camuffamenti, e che siamo soltanto facciata, e che il raggiungimento della società ottimale è ancora ben lungi, anzi, che si allontana sempre più, che il percorso si allunga come si allungava il corridoio in Shining.
E lucidamente riconoscono che la causa sono proprio essi stessi, le pietre d'inciampo che causano l'impossibilità del raggiungimento della "perfezione" nell'ipotetica società del futuro.
Ed ora, il dolore: presenza, presente: negli assassinii, negli assassini, negli incidenti.
Ferite, squarci, corpi sanguinanti esposti senza pudore.
Il sangue.
Il sangue dipinto da Musti è sangue vero, che ci avviluppa nella sofferenza.
Ecco la spudorata qualità di Arrigo: entra in questa indecenza, e ci porta con lui. Ci espone la fragilità dell'uomo, la sua corporeità, la sua materialità fragile, troppo fragile da ferire.
E, se non bastasse il dolore provocato dall'uomo sull'uomo, ecco l'altro dolore, quello insensato, la smagliatura nell'arazzo del mondo, provocato da un fato cieco ed avverso, spietato, verso il quale è impossibile ogni difesa: i malformati, come oggetti gettati nel gioco della vita, indifesi, come oggetti, appunto, evidenti, esposti.
Loro che pagano per tutti.
Eroi loro malgrado, eroi d'obbligo.
Ecco la grandezza dell'artista: egli ci descrive come l'umanità sia indifferentemente composta di individui sani o deformi, che la diversità fa parte, a pieno titolo, della società.
Pochi lo affermano in modo così determinato.
Continuerà a parlare, Musti.
Scaverà nella diversità. Forse il suo discorso diventerà analogo a quello di Bacon, di Burri, o disincantato come quello di Basquiat.
Infine, è incredibile constatare come ogni vero artista approdi al medesimo logos: ne sono esempi la Pietà Rondanini, le ultime opere di Tiziano, di Scipione, e di infiniti altri artisti.
La disgregazione infatti non risparmia perfino artisti caparbiamente asserragliati nel discorso sulla natura, come Monet o Cézanne.
La scomposizione e la disintegrazione sono passaggi obbligati alla fine del percorso di ogni pensatore, nello scavo disperato per cogliere la realtà ultima del mondo.
Anna Maria Esposito,
Palermo, 1 settembre 2026
Arrigo Musti, artista siciliano, vive e lavora tra Bagheria e Roma. La sua ricerca si sviluppa attraverso una pluralità di tecniche e linguaggi, in un continuo confronto con la Metafisica, il Surrealismo, la Pop Art, l'Art Brut e la tradizione figurativa contemporanea.
Al centro della sua pittura è la figura umana, osservata nella sua corporeità, nella fragilità e nella diversità. La sua opera assume così una marcata dimensione sociale: emarginazione, violenza, dolore e dignità dell'individuo diventano temi attraverso i quali l'artista interroga la società contemporanea.
Una pittura dunque non soltanto estetica, ma testimonianza e denuncia, nella quale la materia, il corpo e la sofferenza diventano strumenti per mettere in discussione le convenzioni e le contraddizioni del presente.
Le sue opere sono state esposte e acquisite in importanti sedi istituzionali italiane e internazionali e sono state presentate da gallerie e case d'asta, tra cui Christie's. La sua attività ha ricevuto attenzione anche dalla stampa italiana e internazionale.




