“I luoghi della serenità di Giuseppe Cacciapuoti” di Carmelo Currò

La fotografia ha reso un cattivo servizio alla pittura? l'ha inseguita, minacciata, soppiantata, specialmente da quando ha cercato di insediarsi come nuova arte, arricchita da grandi nomi, da tecnologie, strumenti, mostre e cataloghi? lo scatto rivincita del presente e riassunto dei sentimenti sostituirebbe la capacità di cogliere tempi e vicende che il pittore restituisce nei dipinti? Giuseppe Cacciapuoti non credo si ponga questi ed altri problemi quando intraprende e svolge un nuovo lavoro. Le teorie sono ora fuorvianti, a volte temibili, sovente inutili. Lui intraprende invece con calma innanzitutto l'esperimento del guardare, dell'osservare, dell'inquadrare. Un empirismo della quotidianità mediato dai colori tangibili, mescolabili, mutabili, esterni e lontani da meccanismi materiali alla moda, da sovrapposizioni di segni, richiami, interpretazioni, simbolismi per volenterosi interpreti che sovente restano a loro volta da decifrare. Come un pittore seicentesco, come un grande figurativo, lui conosce la praticità della tecnica, la mostra o meglio la dimostra; vede, scruta la realtà e la riproduce come la percepisce attraverso le sue capacità sensoriali. Tagli di tele, astrazioni spaziali, densità materiche, ricerche espressive, rimangono parole straniere alla sua contemplazione del creato; concezioni estranee che davvero, come sostengono alcuni, vagano in dimensioni lontane ma oggi richiestissime: tributo necessario alle pagine dei mercati e dei mercanti d'arte, ripetitivo esercizio linguistico per critici ansiosi di farsi ammirare. Come per i veri grandi astrattisti, come per i veri artisti, i dipinti di Giuseppe Cacciapuoti non hanno bisogno di questi supporti per mostrare lo stato d'animo e quel che al di fuori emoziona. Il nostro pittore conosce innanzitutto la tecnica; in una sola parola: è bravo. Se quadri fa che sembrano fotografie, vuol dire che esiste un dono di natura; che è appunto quella capacità di mostrare il reale con maestria, senza immaginazioni e senza deformazioni. Egli insidia la fotografia, la insegue, la raggiunge; ma non la minaccia, e offre altri orizzonti. Se bellezza, vecchiaia, paesaggi, tavoli, frutta, fiori, riescono a catturare sempre la sua attenzione e la sua reazione, dite se non è vero, nell'osservare ciascuno tra i soggetti e gli oggetti riprodotti, che impercettibilmente l'Artista non schiude anche altri mondi che sono quelli che circondano e usano e amano e guardano quanto è raffigurato. Se di extra-spazialità si vuol parlare, e imitare qualche critico contemporaneo, direi proprio che Cacciapuoti riesce a restituire al pubblico il contesto della realtà, e dunque le cucine, le stanze casalinghe, i letti, le strade, le spiagge, genitori, amanti, passanti, senza che noi li vediamo, perché egli non li ha rappresentati; ma li lascia immaginare con i toni di dolce suggestione che quasi tangibilmente emergono dalle sue opere: orizzonti o ambiti che fanno da sfondo, amabili, percettibili ma non visibili. Che poi questi sfondi tralascino inesprimibile dolcezza è facile intendere. Case in cui riposano i personaggi dipinti, porticcioli in cui si riparano le barche, ceste in cui si raccoglie la frutta. I dipinti mostrano luoghi non ingannevoli. E allora, quali passioni, amori o tormenti evoca da sé Giuseppe Cacciapuoti, se pare alla ricerca continua di mete e di approdi, di grembi e di seni, di serenità e di pace? Quasi come il vecchio grembiule che Alda Merini ricorda, e che grazie a poche e tenere frasi, evoca con forza la figura, e l'immagine, e il calore della madre. Egli dunque, fortunato pittore, nei suoi colori trova la pace, e la serenità, e la realizzazione. E del suo cuore ci manda l'istantanea.

 

 

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