I Preraffaelliti e Tolkien

 

Cattolico, nella sua accezione etimologica, significa “universale”, pertanto mi commuovo sempre quando posso ammirare l’interno di San Paolo entro le mura, la chiesa appartenente all’High Church, abbellita dalle opere di Edward Burne Jones, a Roma. Come cattolico riconosco in quella mano d’artista il soffio dello Spirito di Dio.

Soltanto altri tre autori fino ad oggi possono vantare, oltre al Professore oxoniense di essere le maggiori fonti di ispirazione per gli artisti applicati alla letteratura fantastica: Il primo è Robert E. Howard, noto ai più per essere il creatore del barbaro Conan; il secondo è Michael Moorcock il cui iconico personaggio del principe albino, Elric, possiede un innumerevole campionario di dipinti e disegni ed infine, ma non minore, H. P. Lovecraft.

Benché per ragioni cronologiche Tolkien non possa aver conosciuto i pittori della Confraternita Preraffaellita - che nasce nel 1848, mentre lui è del 1892, quindi era bambino quando i primi esponenti del movimento cominciavano ad essere alquanto anziani, se non addirittura passati a miglior vita – tuttavia egli presenta un interessante legame con le loro arti figurative, superiore a quello di altri suoi, seppur illustri, colleghi quali E. R. Eddison , Lord Dunsany e C. S. Lewis.

In realtà il movimento ideato da Ruskin, Pater, e poi Morris, Rossetti e Jones ebbe un’onda lunga proseguendo ben oltre il XIX secolo, sino al primo quarto del Novecento, soprattutto in area anglosassone. Quindi, sebbene il sacro fuoco dei pittori di Kelmscott andasse estinguendosi, o meglio, mutandosi in quelle potenti braci che avrebbero gettato luce e calore ancora per un po’ di tempo lungo il Novecento, il Professore Tolkien a loro deve di certo l’influenza e l’ispirazione per il suo immaginario medievale e fantastico.

La base culturale dalla quale parte l’opera letteraria e linguistica di Tolkien, è la stessa dalla quale provengono i Preraffaelliti. In entrambi vi è la volontà di un recupero di un mondo ideale, sognato e fantasticato, ma non distinto dalla cruda realtà del loro tempo. Ciò che Morris, Ruskin e Rossetti creano dipingendo è la stessa fonte tradizionale dalla quale prenderà origine l’opera di J. R. R. Tolkien che non può non essersi abbeverato e nutrito delle immagini arturiane di Edward Burne Jones, o Everett Millais, aver fatto propri i sogni idealizzati delle dame di Dante Gabriel Rossetti e di altri pittori, tratte direttamente da quelle stesse saghe, da quei miti tradizionali che sono i cicli arturiani.

L’ambiente sia di Tolkien sia degli artisti simbolisti preraffaelliti è in effetti il medesimo, con la differenza forse che nel professore è presente un maggior influsso religioso dovuto al suo cattolicesimo, mentre quasi tutti i partecipanti alla Confraternita gravitano piuttosto intorno all’High Church britannica.

Così l’immaginario del II Signore degli Anelli è direttamente derivato dalle pitture preraffaellite. Galadriel deve la sua figura incantata al dipinto La Belle Dame Sans Mercì di Frank Dicksee - ispirato a sua volta ad un poema di John Keats - molto più di quanto non possa apparire ad uno sguardo distratto.

Così come i pittori del movimento di Morris introducono nelle loro opere numerosi simboli e messaggi che devono e possono essere interpretati, altrettanto fa Tolkien con i suoi romanzi. Del resto all’epoca l’immaginario medievale e fantastico non sarebbe potuto essere altro che quello idealizzato da Rossetti, Jones e gli altri, ed è la stessa idealizzazione che ritroviamo negli scritti del professore una cinquantina d’anni più tardi.

La grande differenza, oltre a quella di fede, è che mentre i Preraffaelliti tentano di mutare il loro sogno in realtà, fallendo a causa delle impossibilità storiche del loro tempo, Tolkien si limita a compiere un’operazione culturale e letteraria che così si rivela inizialmente meno esplosiva, ma più duratura. Entrambi in realtà vorrebbero ridonare al loro paese, a quell’Albione dei bardi, l’antico splendore dovuto proprio al recupero delle fonti mitiche che l’Inghilterra aveva ormai quasi perduto dopo la dittatura di Oliver Cromwell. L’operato preraffaellita suscita perciò maggior scandalo nella “filistea” società vittoriana, mentre quello di Tolkien quasi passa inosservato per molti anni fino alla sua scoperta.

Appurata la consonanza, similitudine e comune origine tra J. R. R. Tolkien e i Preraffaelliti, ci è lecito domandarci se esista un’arte definibile come “tolkieniana”.

La risposta potrebbe essere duplice se non equivoca, infatti un’arte tolkieniana esiste e nel contempo non esiste. Curioso paradosso.

Esiste certamente dal momento che un numero non quantificabile di artisti si è cimentato, e lo fa tutt’ora, nel ricreare pittoricamente le scene, le atmosfere, vicende e personaggi de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit, oltre ad altre opere magari meno note al grande pubblico. Tolkien si presta proprio per le sue capacità descrittive e narrative, minuziose ma non vincolanti, a tutto questo. È fonte d’ispirazione, uno stimolo per l’artista che, seppur seguendo il testo, è lasciato libero di “reinventare” e dunque contribuire anch’egli a quella “subcreazione” del Mondo di Mezzo di cui spesso ha parlato egli stesso. Esiste perchè ci sono moltissimi artisti che si sono dedicati esclusivamente ed in modo quasi monomaniacale al ricreare sulla tavola, sul foglio o sulla tela quello che Tolkien ha scritto nei suoi romanzi fantastici.

Ma...

Al tempo stesso un’arte “tolkieniana” è un controsenso, perché verrebbe ad essere autolimitante, cosa che l’arte in sé e per sé, ontologicamente e per sua propria natura, non può essere.

Sarebbe come se Raffaello avesse dipinto sempre e soltanto madonne tutte uguali tra loro, in breve cadremmo nel paradosso cristallizzante delle icone orientali che hanno un canone ineludibile dal quale non si può prescindere e per quanto possa apparentemente sembrare azzardato il paragone in realtà non lo è per nulla. Infatti molti, soprattutto i più grandi artisti che si sono cimentati nel “dipingere” le parole di Tolkien in realtà non si sono mai limitati soltanto a  quello, dedicando il loro pensiero creativo ed i loro pennelli anche ad altri soggetti fantastici, basti pensare a Donato Giancola o ai Fratelli Hildebrandt o ancora allo stesso Alan Lee. Questi hanno dipinto le scene narrate ne Il Signore degli Anelli o ne Lo Hobbit o in Sir Gawaine ed il Cavaliere Verde non più né meno di quanto si siano dedicati ad illustrare altri scritti di altri scrittori fantastici. Inoltre va detto che purtroppo, ma questo è normale nella comunicazione non verbale del nostro tempo, la messa in opera di un film, come è stato per Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, se da un lato ha finalmente contribuito a portare l’immaginario fantasy più alto e nobile al vasto pubblico, ha - nel contempo - fossilizzato, bloccato, istituzionalizzato lo stesso immaginario relativo all’opera rendendo adesso più difficile per chiunque prescindere dal suo “dipinto”. Lo stesso è avvenuto in passato ad esempio con le opere di Robert E. Howard, e ci auguriamo non avvenga mai per gli altri se non sotto un’attenta supervisione dei loro autori.

A differenza di ciò che è avvenuto oltre oceano, dove grandi artisti di stampo classicamente europeo come Donato Giancola, hanno saputo trovare sempre un nuovo approccio nel contempo originale ma rigorosamente aderente alla tradizione artistica del nostro passato, in Italia abbiamo assistito sempre più ad un livellamento verso il basso, ad un appiattirsi di tecniche, idee e temi fino a raggiungere una qualità troppo spesso men che mediocre e questo è un peccato, se pensiamo che l’Arte con la maiuscola è nata da noi alcuni secoli or sono.

Infine è giusto definirsi, dal punto di vista professionale e artistico, “pittori” o “artisti tolkieniani”?

Ancora una volta la risposta non può essere né univoca né assoluta perciò lasciando a ciascuno la libertà di forgiare le proprie catene o costruire la propria libertà preferisco raccontare cosa era solito dirmi, insegnandomi, il grande illustratore – lui ci teneva moltissimo ad essere definito così piuttosto che pittore – che fu Karel Thole.

Egli mi diceva: “Non esiste un illustratore fantastico, di fantasy o di fantascienza. Non ha senso. Esiste l’Illustratore, esiste l’artista che essendo al servizio del testo, del libro e dunque dell’editore, è libero di esprimersi nei limiti fisici della sua tavola spaziando da un narratore ad un altro senza mai farsi ingabbiare da niente e da nessuno”.

In realtà credo che ancora una volta Thole avesse assolutamente ragione e sono portato a pensare che anche che lo stesso J. R. R. Tolkien sarebbe stato d’accordo con lui, essendo egli un assertore della libertà. Uno che non avrebbe mai voluto diventare un “oscuro signore” con i suoi servi, tutti uguali, e quindi non avrebbe voluto – resta questo un mio pensiero – un’uniformità di qualcosa definibile come “arte tolkieniana”, ma forse, più semplicemente un’arte della speranza e del riscatto dell’uomo da ogni forma di schiavitù. 

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