“La dispersione seduttiva dell’arte bianca (attraversando la Sicilia)” di Vitaldo Conte

«una calza bianca ben tirata è la felicità suprema»
(Musset).
 
 
1.Eventi e relazioni di bianco
I. Gli estremi confini del bianco coincidono con quelli dell’arte stessa. Possono ricercare, nella loro accezione più smaterializzata, la traccia di un movimento verso la luce, la naturale vibrazione di un’energia, l’indicibile richiamo: «Navigate! Il bianco abisso libero, l’infinito, sono davanti a noi» (K. Malevic).
La dispersione dell’arte ricerca “espressioni ultime”: come il perdersi nel bianco attraverso le sue estreme seduzioni. Magari quelle che s’incarnano negli incontri con la malia della donna/dea bianca con le sue ambientazioni di perdizione e sogno.
II. Luigi Bianco, attraversando il mio libro Dispersione (Ed. Pendragon, 2000), rileva: «Ancora una volta rivedo me stesso che disperdo parole sulla sabbia lavata dalla schiuma del mare. Io – da sempre contro l’opera – sono forse l’esempio vivente della Dispersione di Conte. Purtroppo, un esempio marginale e improduttivo». Ma proprio per questo il suo è un esempio della dispersione dell’arte bianca, in quanto risulta un pensiero-percorso che si coniuga con l’esistenza.
Diverse sono, negli anni ‘90, le mie azioni sul bianco, che diventano sconfinamento del mio stesso operare pittorico. Come a Bolsena in Stati del bianco (1994)[1]: vestito di bianco attraverso la mostra, in una chiesa, tenendo per mano una ragazza con un antico abito bianco, accompagnato da una creatura dal volto imbiancato che suona il violino. Su un ripiano – come mia opera-concept  – c’è una lettera di amore bianco e un libro bianco aperto con scritto: «Io ho riposto la mia causa nel nulla» (M. Stirner).
III. Ho sempre “sentito” una mostra o una conferenza sul bianco come possibilità per esprimere qualcos’altro: gli immaginari dell’arte bianca vogliono essere estensioni di questo sentire. La prima esposizione sul bianco, da me ideata, è Relazioni di bianco a Foggia (Palazzetto dell’Arte, 1995-96), nell’ambito dell’Accademia di Belle Arti di Foggia (dove insegnavo) con la partecipazione di allievi, coordinati da colleghi. I liberi lavori sul bianco, colloquiando tra di loro, costituiscono l’opera collettiva della mostra, i cui segreti e moventi diventano il percorso delle sue relazioni.
IV. Diversi miei eventi sono espressi, in rassegne del nuovo millennio, con la voce che sonorizza il bianco corpo-poema. Come nel 2002 in Parole in vista a Caltanisetta; Experimenta ad Alberobello (BA): «Vitaldo Conte si muove nel bianco come dimensione dell’anima, spazio dell’indefinito e della sparizione. (…) Nell’evento bianco parola e corpo divengono strumenti diversi di una unicità di linguaggio che accorda l’espressione su onde estreme» (F. Spena). Le bianche scritture come arte, musica, teatro del bianco diventano eventi performativi che possono ricercare il Bianco / Segreto (2003): titolo dell’incontro, da me ideato a Roma (Lavatoio Contumaciale, 1996) per l’equinozio di primavera.
 
2. La mostra e la conferenza come opera bianca
I. «Verso un nuovo porto… Reggio Calabria… Quando finirà il viaggio bianco?». Invio queste parole, come per un viatico, in sms a un “fedele” del bianco, in una mattina d’autunno (2003), aspettando, sul molo del porto di Messina, l’aliscafo che mi avrebbe portato a Reggio Calabria, dove avrei proposto una mostra sulle Mistiche bianche.
Messina rappresenta, per me, un estremo passaggio: non solo quello esile, tracciato dal taglio d’acqua tra la Sicilia e la Calabria, tra l’isola e il continente, ma anche quello, percepibile e sfuggente nello stesso tempo, della vista velata, talvolta, dell’altra sponda. Questa può rappresentare una lingua e mistica del bianco.
Questo privato evento ha un’anticipazione pubblica nel dicembre 2002: una mia conferenza a Messina su I Sensi del Bianco[2], con presentazione di Maria Gabriella Adamo. I nostri testi escono poi in un blocco notes (Ed. Gepas, 2003): «il filo di Arianna che ci conduce alla poetica del Bianco elaborata da Vitaldo Conte: una poetica che implica la pluralità dei linguaggi – come il prisma cui il Bianco rimanda: linguaggi iconico-verbali e altro ancora, secondo i nessi delle sinestesie, e proiettati verso la cancellazione di generi e confini» (M.G. Adamo).
II. Nel parlare sugli estremi confini del bianco, nella conferenza messinese, dico che altri luoghi e sguardi, oltre a quelli già incontrati, mi richiamano con i loro segreti.  Le divinità del bianco, chiamano a sé gli esploratori destinati. Come quelle della mistica bianca dei neri di Bahia, in Brasile. Celebro, infatti, poco dopo, a Salvador de Bahia, il passaggio del 31 dicembre verso il 2003, vestito di bianco (come tanti altri), per offrire rose bianche al mare e il mio testo sulla dispersione a Yemanjà, la dea del mare, i cui colori sono il blu e il bianco.
III. Nell’inverno 2006 Reggio Calabria accoglie l’esposizione Mistiche bianche[3]. Pur avendo ideato altre iniziative sul bianco questa rappresenta, per estensione e motivazioni interiori, quella che ne diviene l’estrema segnatura. L’immagine perturbante del volo di un Icaro (come icona della mostra), ripresa dal mio primo evento bianco (1981), può esprimere, attraverso l’innocente aspirazione del puer mitico, una mistica bianca.
La mia lettura di mostra bianca include l’espressione leucofila ma anche la sua assenza: la presenza è anche nei corpi e materiali allo stato naturale, come nella dialettica con gli altri colori con cui verifica la sua stessa essenza.
Una particolarità della mostra reggina è quella di essere “multipla”, essendo costituita da tre distinti momenti. Una mostra di mostre, dunque, unificate dal “concetto” della mistica bianca. L’esposizione si snoda fra celle, spazi interni ed esterni del Castello Aragonese, con cui i lavori degli artisti si relazionano. Il primo momento è un omaggio all’artista calabrese Angelo Savelli, anticipatore interiore della monocromia italiana: la sua bianca opera è un’architettura impalpabile di luce che diviene ambiente: «io vedo con occhi bianchi / io penso a mente bianca».
Il secondo momento è dedicato a il bianco nel quadro fra assoluto e dialettica. Lo spazio della tela si “edifica” con segnali-presenze in colloquio con il colore. Ci sono tre protagonisti dell’astrattismo pittorico italiano – Francesco Guerrieri, Achille Pace, Eduardo Palumbo –; il multiforme artista Pablo Echaurren; due segrete espressioni – Marco Mastrangelo, Tiziana Pertoso.
Il terzo momento, costituito da  – ambienti come anima, dispersione come arte e poesia –, coinvolge il lavoro di dodici artisti: Rosario Antoci, Laura Baldieri, Luigi Bianco, Giulio De Mitri, Vittorio Fava, Gabriella Ferrera, Pino Labarbera, Lughia, Filippo Malice, Franco Politano, Antonio Pugliese, Giuseppe Stampone.
 
3. Il bianco come anomalia
Extreme Bianco Anomalia (2003) è l’ultima mostra di Chioda, a Roma, con cui “chiudo” l’attività di questo mio spazio, presentando la “creazione dispersa” sul bianco di autori segreti: «si sta diffondendo sempre di più (…) un’arte che si dichiara estranea alle logiche del mercato e dei sistemi dominanti. È un’arte marginale e dispersa in mille forme creative che si fondono e contaminano a vicenda (…). Ne offre ora un ampio panorama la mostra Extreme Bianco Anomalia (…) protagonista il bianco, inteso come non-colore e soglia in cui si incontrano linguaggi diversi che annullano le proprie differenze» (G. Simongini, Il Tempo).
Il bianco, presentato nell’occasione, segnala alcune sue possibilità ultime di “vivere” come lingua-esistenza e dialettica creativa con l’esterno: «Il bianco viene agito come un vagito, un elemento primario, uno strumento per focalizzare  le possibilità extreme contenute nel concetto di monocromo. (…) Vitaldo Conte esplora il bianco con assoluta consapevolezza» (P. Echaurren, Carta). Per seguire le possibilità di “fuoriuscita” del bianco ricerco momenti di perturbante anomalia, come l’evento che attraversa l’apertura della mostra: quello di un artista di strada, un trampoliere. Questi, vestito da pierrot lunare, con la faccia imbiancata, si presenta sui trampoli alla mostra, proveniente dal buio della sera, accompagnato dal clamore dei passanti, per ricongiungersi alle immagini fotografate di suoi momenti bianchi in prossimità del mare. Percorre la mostra per segnare lo spazio con suoi gesti e sorrisi bianchi, allontanandosi infine verso l’esterno. 
Il trampoliere bianco è una “maschera” che nasconde segreti itinerari e ferite simboliche: indica una linea di confine tra l’esistenza e la creazione. È una maschera anche per la mia stessa identità culturale: curatore di una mostra, teorico di una poetica borderline o, viceversa, un invisibile e totalizzante autore che, attraverso frammenti di creatività altrui (assemblati e allestiti), firma la propria opera-mostra bianca?
L’incontro con l’indicibile presenza può significare una seducente indicazione dell’estremo confine, quello tra il visibile e l’invisibile, che ha nel bianco la sua possibile narrazione di pensiero e d’arte. Extreme Blanche (danzando con una maschera bianca) è un mio evento segreto, espresso a Roma (Chioda) per l’equinozio di primavera (2003), danzando in bianco con Blanche, mia trasfigurata amante. Questa malia sarebbe diventata poco dopo un pensiero teorico, espresso nel mio intervento al convegno internazionale Les limites du dicible a Catania (2003)[4], che esprime una estensione visionaria dell’arte bianca. Questo percorso è documentato con il blocco notes I fiori del bianco (Ed. Gepas, 2003), che diviene poi occasione per un laboratorio d’arte e di creatività bambina a Taranto (2003), a cui partecipo, invitando giovani artisti che avevo selezionato all’Anteprima della XIV Quadriennale a Napoli (2003-04). Questi creano opere, installazioni con gli ospiti della Fondazione Rocco Spani (Taranto)[5].
 
4. White Size (2007)
L’attraversamento del bianco può esprimere un corpo-abito che diventa ambiente e attrazione d’arte. Queste indicazioni sono presenti nell’esposizione White Size, da me curata a Catania (Le Ciminiere, 2007). Scrivo a proposito: «Il bianco assume nel ‘corpo-vestizione’, individuale e di gruppo, nella nostra società e nelle espressioni dell’arte-moda, una significazione e scelta precisa. Il bianco può divenire essenziale nelle istanze di seduzione e di come presentarsi all’altro e a se stessi, ricollegandosi a un naturale e oscuro filo, quello degli archetipi e dei segreti contenuti in ogni estremo linguaggio». Lo stesso vestito, “modellato” talvolta su una figura di donna assente, si dilata in un ‘ambiente’, usando la memoria d’arte nei suoi risvolti sconfinati e sinestetici: questi emergono nelle intriganti proposte di diverse artiste. Come quelle presentate nella mostra: le strutture corporee della catanese Gabriella Ferrera; i vestiti di natura della salentina Rosa Maria Francavilla; la sarda Maria Lai con la sua grafia ancestrale su abiti; l’abito-corpo della salernitana Tomaso Binga; gli abiti-ambienti della salentina Tiziana Pertoso.
 
5. Il rumore bianco
Dal 2013 la mia azione bianca ricerca il suo rumore. Inizio il percorso con un evento ad Alatri[6], in cui esprimo con le T Rose il suo possibile suono: battendo con le mani un grande foglio di carta bianca e agitando strumenti vibrazionali. Questa «musica è un canto armonico che incontra il bianco mantra della voce, della luce. Le geometrie sonore e strumentali scandiscono lo spazio del movimento, la geografia del cuore. Lontano, insieme dove suono e pelle si confondono, il canto, senza parole, è solo per  sentire» (V. Biasi).
 
 

[1] V. Conte, Evento bianco, in Stati del bianco (a c. di V. Biasi), Chiesa di S. Francesco, Bolsena 11 luglio 1994. Con E. Palmieri e E. Castriotta (violinista).
[2] V. Conte, I Sensi del Bianco (Ré/écritures e correspondances verso gli estremi confini) (intervento), Università degli Studi di Messina, 4 dicembre 2002.
[3] Mistiche bianche (mostra a c. di V. Conte), Castello Aragonese, Reggio Calabria 2006. Catalogo (Iiriti Ed., Reggio Calabria 2006): testo di V. Conte, introduzione di A. Canale.
[4] V. Conte, Danzando con una maschera bianca (intervento), in Les limites du dicible (convegno int.), Palazzo Centrale, Università degli Studi di Catania, 15 aprile 2003.
[5] I fiori del bianco (laboratorio-evento) (a c. di V. Conte), Fondazione Rocco Spani, Taranto 26 settembre 2003. Catalogo. Con L. Baldieri, D. De Mitri, G.O. Muraca, M. Palumbo, T. Pertoso.
[6] V. Conte, Rumori del Bianco, in Colloqui: Tradizione / Avanguardia (a c. di G. Sessa), Badia di San Sebastiano, Alatri 15 giugno 2013. Con L. Baldieri, G. Lulli, T. Pertoso.

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