“Sul paesaggio” di Vinny Scorsone

Il paesaggio, in arte, ha avuto un’evoluzione che, nei secoli, lo ha portato da attore comprimario a protagonista.  
L’arte e la pittura di paesaggio in particolare sono i primi recettori del pensiero filosofico, letterario  ed economico del momento storico in cui essi vengono realizzati. Che vi siano raffigurate scene mitologiche o agresti o solamente vasti territori in cui perdersi, il paesaggio infatti è il testimone primario del mutare dei tempi. In esso ritroviamo spesso quelle componenti simboliche che traghettano il dipinto in una dimensione criptica e molto intima, come se l’artista rappresentasse non più ciò che esiste in natura bensì una mappa personale dell’animo e del pensiero che in esso si rivela; inoltre ha altresì la capacità di nascondere dei codici che se saputi leggere danno la veduta d’insieme anche della situazione politica del tempo. Non disgiunto dal soggetto principale rappresentato, esso risente sempre degli umori e dell’atmosfera insiti nel dipinto di cui è parte e si fa musica, base sulla quale intessere un discorso che travalica la semplice rappresentazione descrittiva; latore silenzioso di significati ben più profondi.
Soggetta ugualmente ai capricci della committenza e al gusto dell’epoca in cui essa viene realizzata, la pittura di paesaggio ci aiuta a tracciare un quadro preciso di ciò che siamo mettendoci in relazione con l’ambiente naturale che ci ha generati.
Anche se l’elemento naturale è presente nelle raffigurazioni pittoriche sin dall’antichità (ricordo ad esempio alcuni affreschi di epoca romana a Pompei rappresentanti dei giardini o le ben più famose riproduzioni paesaggistiche del Quattrocento o ancora gli affreschi nelle dimore nobiliari - nel Cinquecento e oltre - in cui venivano realizzati dei trompe l’oeil o dei riquadri atti ad illustrare i possedimenti del padrone di casa) e noti sono a tutti anche i paesaggi leonardeschi (si pensi alla Vergine delle rocce o alla stessa Gioconda) e degli artisti veneti (come ad esempio Giorgione e Tiziano), il primo vero paesaggio noto come soggetto indipendente in pittura può considerarsi il Paesaggio con un ponte di Albrecht Altdorfer risalente al 1518 circa. Tutti gli studiosi comunque concordano che la prima realizzazione di un paesaggio classico in cui l’ambiente prevarica e ingloba l’uomo, in un rinnovato sguardo sulla natura vista in modo più ideale e meno descrittivo, si deve ad Annibale Carracci nella lunetta Aldobrandini del 1603 che raffigura La fuga in Egitto, conservata attualmente nella Galleria Doria Pamphilij di Roma. Con quest’opera nasce ufficialmente la pittura di paesaggio che avrà, a distanza di pochi decenni, come protagonisti artisti del calibro di Poussin, Lorrain, Domenichino e Dughet  per poi proseguire con una progressiva considerazione e importanza sino ai giorni nostri. Nel Settecento il paesaggio si continua ad esprimere in forme idealizzate di ispirazione classica; sono famosi ad esempio i capricci,  le vedute antiche e i soggetti mitologici. I pittori neoclassici, infatti, imitavano la natura secondo precise regole codificate e molti, nelle loro opere, risentivano di quel rinnovato amore per la classicità romana dovuta al ritrovamento delle rovine di Pompei. Eppure in pieno “Grand tour” il paesaggio muta nuovamente. Ricordo che era anche l’epoca del vedutismo; Canaletto, Bellotto ci hanno lasciato delle vedute e dei paesaggi straordinari e ricchi di particolari (anche grazie all’utilizzo della camera ottica usata, in passato altresì da Vermeer). Sono famosissimi in quegli anni gli acquarellisti come Houel che ci hanno lasciato degli esempi mirabili di paesaggi non più ideali bensì descrittivi. Ricordo in questa occasione anche il paesaggio Romantico in cui particolare attenzione era data al sublime insito nella natura stessa e che ebbe, tra i suoi rappresentanti, artisti intensi come in Germania Freidrich e in Inghilterra Turner il quale fu probabilmente il pittore paesaggista per eccellenza e traghettò questo soggetto nell’era contemporanea dando il giusto spunto a tanti altri artisti che lo seguiranno.
Nell’Ottocento la pittura di paesaggio subisce un’altra svolta data in Francia dai pittori della scuola di Barbizon ai quali seguiranno gli impressionisti e in Italia i macchiaioli nonché tutta la tradizione dei paesaggisti napoletani e siciliani.
La nuova visione “ecologica” del mondo e un rinnovato sentimento verso la natura infatti portò gli artisti, come tutti ben sappiamo, a dipingere all’aperto cogliendo tutto ciò che di meraviglioso costituiva il mondo. Non essendo più realizzati all’interno di un atelier ma en plein-air, i loro dipinti si nutrivano anche del chiacchiericcio della gente, del profumo dei fiori, della calda carezza del sole. Un quadro, in questo modo, non rappresentava più soltanto una scena (che in verità serviva solo da pretesto), ma uno spaccato sensoriale del mondo.
Come scrive, Michel Maffessoli nel suo libro Ecosofia: “…Impressione, levar del sole di Monet (1874), che darà il nome a tutto il movimento, mostra bene come non si tratti più di porsi di fronte a, bensì nella natura che si tenta di descrivere. […] …si tratta di un’atmosfera luminosa che rende attenti alle palpitazioni e alle metamorfosi costanti proprie della matrice naturale da cui siamo nati.”
Pittoricamente posti tra il realismo e naturalismo, essi indagarono sia il contesto sociale nel quale operarono sia, come abbiamo già accennato, l’aspetto naturalistico-scientifico e fu proprio lo studio attento della natura, difatti, che li portò a comprendere che ogni cosa, in natura, muta e fa parte di un tutto (il concetto di natura naturans, in passato lo troviamo presente sia nei già citati dipinti di Leonardo da Vinci sia in alcuni studi di Giordano Bruno e Baruch Spinoza).
Goustave Courbet, Claude Monet, Edgar Degas, Paul Cézanne, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley, Camille Pissarro, Edgard Manet, Frédéric Bazille, furono, altresì, attenti osservatori della realtà (come accennato prima) disgregandone la parte oggettiva, fatta di concretezze e semplice forma, per addentrarsi all’interno di un sistema ben più ampio. Friedrich Schelling; nel suo libro Sistema dell'Idealismo trascendentale così affermava: “… Accade perciò che quanto più nel campo della natura stessa balza fuori la legge, tanto più si dissipa il velo che l'avvolge, gli stessi fenomeni si rendono più spirituali ed infine spariscono del tutto. I fenomeni ottici non sono altro che una geometria, le cui linee sono tracciate per mezzo della luce, e questa luce stessa è già di dubbia materialità.”
Mutano i tempi, muta nuovamente il paesaggio e non si può non parlare dei dipinti di Van Gogh. Il suo Campo di grano con volo di corvi o Una notte stellata solo superficialmente rappresentano dei soggetti di natura tuttavia in realtà essi sono la trasposizione di un paesaggio interiore; da questo punto di vista potremmo definire i campi di questo artista i primi lavori espressionisti della storia che poi sfoceranno nel Novecento nei lavori dei fauves per poi, dopo essere passati per i dipinti cubisti di Cezanne, disgregarsi e divenire astratti con Klee e Kandinski. In epoca moderna il paesaggio muta ulteriormente. Se ad esempio col futurismo, il paesaggio era stato messo da parte e la cultura antropocentrica tornò ad essere prepotentemente presente, successivamente il gruppo della Scuola Romana e di Corrente  riaffermò lo spirito vivo e concreto del paesaggio. Questo diventò anche urbano (cosa che già si era cominciata a vedere con i pittori impressionisti) e le atmosfere si iniziarono a fare più cupe. L’abbandono o diffidenza verso la natura, frutto di un’epoca industriale e tecnologica, inevitabilmente portò ad una stasi nella pittura di paesaggio. L’uomo era tornato ad essere il solo protagonista della scena, quasi non fosse più un essere di natura. Le individualità cominciarono a prevalere sull’insieme tanto che noi oggi non ci sentiamo più parte di questo nostro mondo, che continuiamo, quotidianamente, ad avvelenare, ma pensiamo di esserne i padroni
Quella sulla pittura di paesaggio è quindi in realtà non una mera e sterile riflessione ecologica dettata dalle mode e dai tempi bensì una considerazione di stampo ecosofico sulle assurdità di questo nostro mondo che giornalmente tentiamo, con gran stupidità, di distruggere. E mentre in natura tempesta e quiete si alternano, l’arte e in special modo la pittura di paesaggio, tenta di rigenerarsi offrendo ai contemporanei nuovi spunti per ricominciare una nuova vita e ai posteri un documento, una chiave di lettura della nostra fragile epoca.
 

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