Tra sogno e realtà: la pittura scenografica di Gery Scalzo – di Guglielmo Peralta

Le opere di pittura non necessitano della presentazione, specie se sono esposte, in bella ‘mostra’. Si offrono subito alla vista dei visitatori, che le  contemplano, e ciascuno può farsi un’idea di ciò che gli si ‘rap-presenta’ esprimendo un libero giudizio, senza condizionamenti. Ritengo, infatti, che non ci sia fruizione migliore di quella di cui sono capaci gli occhi “attivi”, non “educati” dai critici o da chiunque venga chiamato a disquisire sui prodotti dell’arte. La libertà dell’interpretazione è la libertà dell’opera, la sua “ricreazione”. E questa possibilità di essere sempre “ri-creata” ne conferma la qualità e fa del suo autore un vero artista, giacché poco o nulla suggeriscono le opere mediocri, di scarso valore, d’infima fattura. Invitato dal pittore Gery Scalzo ad esprimermi sulle sue recenti opere, formulo qui una delle possibili e infinite interpretazioni. Premetto che da lungo tempo fruisco della sua arte essendo amici dalla metà degli anni sessanta. Risalgono al 1979, anno della sua personale presso la Galleria d’Arte Moderna “Viotti” di Torino, le mie prime impressioni e interpretazioni riguardo alla sua pittura,  riportate, bontà sua, sul depliant. Già, allora, in quello scritto, preannunciavo la difficoltà di dare una spiegazione oggettiva ed esaustiva dell’opera d’arte in genere, per l’impossibilità di tradurre in parole l’universalità, l’essenza naturale e originaria che la rende ineffabile. Recensire è “recingere” e non si può fare entrare nel “recinto” della propria soggettività, del proprio gusto estetico, della propria sensibilità, del proprio bagaglio culturale ciò che attiene all’Infinito in quanto prodotto dell’umana creazione, la quale è a immagine e somiglianza della Creazione divina. Ne consegue che di un’opera possiamo parlare solo in modo relativo essendo essa, appunto, infinita, pur nella sua apparente compiutezza. Per quel che mi riguarda, esprimo e rinnovo tutta la mia ammirazione per Gery Scalzo, per la sua produzione nuova e tuttavia in continuità con le creazioni precedenti, originarie. La sua è una pittura scenografica che ci fa spettatori di un teatro interiore, di paesaggi dell’anima, di ricordi dell’infanzia, che si rap-presentano nell’azzurra trasparenza del colore che campisce la tela e dà risalto alle figure, alle immagini, che emergono come sogni. Essi sono: la luna pallida e il sole lunare, bassi all’orizzonte, che si specchiano nel mare quasi sempre calmo e cristallino; la luce bianchissima, che lascia immaginare la sua provenienza dall’Infinito e i cui raggi squarciano il cielo e penetrano dentro l’acqua tranquilla come a carpirne, a violarne le segrete profondità; il fondovalle che si apre ad imbuto e sembra accogliere il cielo stellato; il bosco con alberi spogli, che s’incielano per vestirsi d’azzurro, o fioriti là dove il paesaggio è più reale; la vegetazione fitta e ricca di piante e fiori multicolori, da cui svettano verso il cielo luminoso uccelli e farfalle variopinte; tramonti a ridosso di colline verdeggianti, o con il sole ancora giallo, a sprofondare dentro un prato fiorito, come a cercare il cuore della terra; frutti rigogliosi in primo piano e sullo sfondo montagne dai morbidi fianchi; barchette di carta con vele ‘occhiute’ e sognanti, cullate dalle onde appena mosse dal respiro del mare, dove indugiano i ricordi dell’infanzia; un giardino subacqueo dentro un triangolo capovolto a significare, forse, il paradiso perduto; uccelli e pulcini di carta, o meccanizzati: simbolo dell’innocenza di un mondo, di un tempo, perduta e minacciata dalla tecnica; l’ideale di bellezza, raffigurato dal volto femminile, immerso nell’azzurro, tenue, sfumato, evanescente, o incastonato come un diamante tra i petali di una grande rosa rossa, sospesa tra cielo e terra, attraversata da un raggio di luce e accogliente tre colombe che alla bellezza, all’armonia e alla perfezione, simboleggiate dalla regina dei fiori, aggiungono la purezza, il candore, la pace. Sono, queste, tutte le qualità che il nostro artista attribuisce alla donna, ma che sono riconoscibili nella sua pittura perché ideali da lui sempre ricercati, perseguiti, e realizzati tramite il colore dominante: l’azzurro, che lega insieme il paesaggio interiore e quello esteriore, l’ideale e il reale, il cielo e la terra, l’invisibile e il visibile e nel quale confluiscono gli altri colori a costituire con le immagini, che sono spesso elementi costanti, gli stilemi della creazione artistica del Maestro e, dunque, una sorta di scrittura enunciativa del suo mondo. Ammirare e contemplare i quadri di Gery Scalzo è come stare davanti a un universo colorato, in cui i colori, dal giallo al blu, dal verde al rosso, svettanti con le loro forme, con i loro corpi, nell’azzurro e accoglienti i bagliori del bianco, compongono una grande sinestesia insieme con i sentimenti, le emozioni, i ricordi, le visioni, i sogni, le allegorie, le astrazioni che, nate in interiore, rimandano sempre a forme concrete, a elementi della natura, della vita e della quotidianità immersi in un contesto di grazia, di armonia, di poesia.

Pin It

Potrebbero interessarti

Articoli più letti

Questo sito utilizza Cookies necesari per il corretto funzionamento. Continuando la navigazione viene consentito il loro utilizzo.