“Hubert’s Arthur”: l’ideale cristiano nel Medioevo immaginario di Baron Corvo

di Luca Fumagalli

 

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Hubert’s Arthur, scritto a quattro mani con l’amico Harry Pirie-Gordon tra il 1909 e il 1911, impegnò Rolfe nella revisione fino alla fine dei suoi giorni (quando pare fosse già pronto a riscriverlo daccapo). La prima edizione del romanzo apparve solo nel 1935 per volontà di A. J. A. Symons e della casa editrice Cassell che decise di investire, peraltro senza grande successo, in un prodotto chiaramente di nicchia.

Il romanzo, un laborioso esperimento di storia immaginaria, tenta di riscrivere la vicenda di Arthur, duca di Britannia, vissuto nella prima metà del XIII secolo ed erede al trono inglese per volontà dello zio, Riccardo Cuor di Leone. Anziché morire assassinato per mano di Giovanni Senzaterra – autoproclamatosi legittimo sovrano in sua vece – il giovane Arthur riesce a fuggire in Terra Santa con la complicità del nobile Hubert de Burgh. Grazie al coraggio dei suoi uomini, tra cui spicca per fedeltà Fulke, figlio illegittimo di Riccardo, strappa Gerusalemme ai saraceni e torna in Britannia da eroe. Alla morte di Giovanni, quando l’Inghilterra è attraversata da una sanguinosa guerra civile, Arthur decide di riprendersi ciò che gli spetta di diritto: dopo aver sconfitto in duello Enrico, figlio del defunto sovrano, può finalmente indossare la corona, inaugurando un regno di pace e prosperità.

L’intera storia, come suggerisce il titolo, è narrata da Hubert de Burgh. Nella nota introduttiva al romanzo, datata 1911, si specifica che il manoscritto è stato ritrovato da Crabbe – uno dei tanti pseudonomi di Rolfe – in una cripta della Torre di Londra, e che poi Prospero e Calibano (Corvo e Pirie-Gordon), recuperandolo dalle carte dello scomparso scrittore, hanno deciso di tradurlo per il vasto pubblico dei lettori.

Hubert, riproponendo idealmente la polemica contro gli storici tendenziosi inaugurata da Rolfe in Cronache di Casa Borgia (1901) e in Don Tarquinio (1905), si pone in aperta contrapposizione a Matthew Paris, uno dei più importanti cronisti del Medioevo; lui, un politico, un guerriero e, soprattutto, un protagonista dei fatti, può raccontare la verità sicuramente meglio di un «piccolo monaco strisciante […] che non conosce nulla se non per sentito dire o per aver spiato dal buco della serratura».

Epico, ponderoso, con intermezzi aneddotici che spezzano il filo del discorso per ripiegare su particolari insoliti e su una miriade di personaggi secondari, Hubert’s Arthur riesce comunque a mantenersi abbastanza compatto, qualitativamente superiore a lavori come The Weird of the Wanderer (1912). Sebbene la lettura non sia sempre facile, perché resa ardua dalle consuete bizzarrie lessicali e dal ritmo variabile, si rimane stregati innanzi a quella burla esoterica che è il racconto, una ricca esposizione di informazioni storiche e temi rolfiani ricorrenti. Il romanzo, il più lungo composto da Corvo, svela nelle minuzie della costruzione la tensione alla verosimiglianza di Walter Scott, così come nella trama reca un profondo debito nei confronti di Maurice Hewlett, autore nel 1900 di The Life and Death of Richard Yea-and-Nay. Con quest’ultimo Rolfe instaura un vero e proprio dialogo, riprendendo intere scene e personaggi.

Non mancano tra le fonti del libro diversi documenti storici, spesso citati nelle note che corredano il testo. Tra essi spicca per importanza il saggio di Joseph Jacobs The Jews of Angevin England(1893), un tentativo di assolvere gli ebrei dalle accuse medievali di praticare omicidi rituali di giovani cristiani durante il periodo pasquale. Rolfe, ogni volta che l’intreccio gliene offre la possibilità, ribalta le tesi di Jacobs e dà sfogo al suo antigiudaismo, così ricorrente da costituire uno dei temi portanti del romanzo. Giovanni, per esempio, prova a sbarazzarsi di Arthur vendendolo agli ebrei di Bristol che, a loro volta, tentano di crocifiggerlo; oppure, nella lunga sequenza finale che chiude il volume, la canonizzazione del piccolo Sant’Ugo di Lincoln culmina con il perdono del re, un gesto d’inaspettata misericordia che lascia interdetti persino gli ebrei accusati del delitto.

L’Inghilterra partorita dalla fantasia di Corvo, costruita con rimandi intertestuali che comprendono, tra l’altro, l’Itinerarium Regis Ricardi di Guglielmo di Tiro, il King John di Shakespeare e la Storia della Priora di Chaucer, si trasforma in una patria ideale che poggia sui pilastri della monarchia e del cattolicesimo. Arthur, a differenza dell’inetto Giovanni, riesce a mantenere saldamente le redini del governo, non concedendo nulla alla nobiltà e garantendosi l’appoggio della Chiesa. Potere temporale e potere spirituale – rappresentato nel libro da un maestoso Innocenzo III, ispirato all’autore dalla monografia scritta qualche hanno prima da Pirie-Gordon – trovano così una nuova, felice sintesi. Il giovane sovrano, «radiante di speranza quando le circostanze sembravano le più disperate», simile a Cristo per le stimmate che porta, è un secondo Salomone, degno erede del mitico Artù, anch’egli prossimo a entrare nella leggenda.

Il Medioevo contenuto in Hubert’s Arthur, descritto con malsano compiacimento nei tormenti e nei massacri, dove l’osceno si mescola al santo e al diabolico, è, secondo Graham Greene, il correlativo oggettivo del cuore di Corvo, diviso tra carne e spirito, un’anticipazione dell’epifania esistenziale de Il desiderio e la ricerca del tutto (pubblicato postumo nel 1934), forse il migliore romanzo di Frederick Rolfe.

PS Hubert’s Arthur è attualmente disponibile solo in lingua inglese (tra l’altro in edizione recente e commentata). Il libro, infatti, non è mai stato tradotto in Italia.

 

da: www.radiospada.org

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