Contro i nuovi “passatisti”. Capire il futurismo (senza falsità) – di Mario Bozzi Sentieri

Nell’Italia del Terzo Millennio, visto il livello delle  polemiche e l’incultura di certi interlocutori, niente può essere dato per scontato. Ivi comprese vicende ed idee  che appartengono alla Storia italiana e sulle quali credevamo che decenni di riflessioni storico-critiche  avessero finalmente sgombrato il campo dalle incomprensioni/manipolazioni di parte.

Ed invece eccoci ancora qui a dovere fare i conti  perfino con il futurismo, con il suo fondatore Filippo Tommaso Marinetti e la sua immaginifica pattuglia di creativi.

Il motivo scatenante ? La citazione, da parte del Capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, in sede di approvazione della Legge di Bilancio, della frase, estrapolata dal manifesto/appello fondativo del futurismo (20 febbraio 1909): “Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!”.

Immediata la polemica giornalistica e politica di taglio antifascista, tanto sopra le righe quanto manifestatamente “fuori tema”.

Secondo “la Repubblica” e “La Stampa” c’è aria di  fascismo.  Il quotidiano diretto da Andrea Malaguti il 31 dicembre ha titolato:  “La nostalgia di Foti per i fasci”. “La Repubblica”: “Foti e la nostalgia del fascismo”. Paolo Berizzi non ha avuto dubbi: “Foti in Parlamento cita il manifesto futurista di Marinetti, testo incubatore del Fascismo. Fratelli di nostalgia”. Al fondo la tesi che il manifesto futurista sia il testo politico di riferimento del fascismo. “Saranno pure al governo ma la puzza di fascismo non riescono a togliersela di dosso”, il rancoroso commento del capogruppo Dem in commissione Lavoro alla Camera Arturo Scotto.

Delle assonanze gramsciane nei confronti del futurismo è già stato scritto da più parti. Fu Antonio Gramsci, non proprio un esponente della cultura di destra,  a elogiare (su “Ordine nuovo”) gli artisti del movimento letterario, culturale, artistico e musicale italiano dell'inizio del XX secolo:  "I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma, come i futuristi, questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi".

Giusto per rincarare la dose ci permettiamo di ricordare il futurismo russo, con in testaVladimir Vladimirovič Majakovskij. Marinetti pubblicò il Manifesto futurista a San Pietroburgo appena un mese dopo la comparsa su Le Figaro, trovando immeditato interesse presso gli ambienti artistici ed intellettuali russi.  Natal’ja Sergeevna Gončarova e Michail Fëdorovič Larionov,  tra il 1911 e il 1912,  si fecero promotori  del movimento marinettiano in Russia. Il pittore Kazimir Severinovič Malevič, il compositore Michail Matjušin e lo scrittore Aleksej Eliseevič Kručënych furono gli autori del manifesto del Primo congresso Futurista russo. Al Futurismo aderì anche  Majakovskij, appassionato cantore del primo bolscevismo, avanguardista e rivoluzionario, salvo poi essere soffocato dal comunismo stalinista, al punto da suicidarsi con un colpo di pistola il 14 aprile 1930.

Questo per dire di come le visioni marinettiane, la sua “sfida alle stelle”, ebbero declinazioni diverse, sparse in tutto il mondo, fino ad arrivare in Giappone, già nel maggio 1909, allorquando lo scrittore Mori Ōgai pubblicò una delle prime traduzioni del manifesto di Marinetti. Tutti fascisti ante marcia agli Urali all’Estremo Oriente?

Trasformare  il futurismo  – come è stato fatto da certi organi d’informazione – in un oggetto di polemica strumentale e politicante non solo non rende merito al movimento creato da Marinetti, ma fa precipitare  la percezione della  prima, grande avanguardia novecentesca, di origini italiane,  in quella che una delle più attente studiose del fenomeno, Claudia Salaris, ha definito “il buio del secondo dopoguerra”. Un “buio” che si pensava finalmente superato dalla ripresa di attenzione culturale verso il futurismo, grazie a iniziative di risonanza mediatica (prima, fra tutte, la mostra del 1986 a Palazzo Grassi, a Venezia) e ad una ricca ed aggiornata bibliografia sul tema, capace di fissarne i tratti plurali e complessi, tra pittura, scultura, letteratura, architettura, musica fotografia, grafica, cinema, moda, teatro, arredamento, perfino … culinaria. In sintesi un’”arte totale” e di portata internazionale.

Buttarla in caciara non fa bene alla cultura ed anche al confronto politico, che alcuni vorrebbero rinchiuso nelle more di polemiche stantie e senza costrutto, laddove il futurismo cantava la nostalgia dell’avvenire, “le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa”, il “fervore notturno” degli arsenali e dei cantieri: una sfida al cielo e alla modernità, al domani e all’oggi, di cui si ha ancora un gran bisogno e da cui – nel mutare dei tempi – varrebbe la pena di prendere nuova ispirazione.

 

 

                                                          

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