“L’Assunta di Pizzomunno” di Emanuele Casalena

Vieste indossa l’abito da sera il bianco di biacca sposa le sue rocce, fratel sole si infila sotto la coperta arancio del mare, mentre il velo turchese del cielo si gonfia al soffio fresco della tramontana; lo sciacquio delle onde  è l’unico canto delle sirene, il castello di sabbia cede le sue torri bambine alle lingue golose dell’acqua. Scende la sera dell’Assunta, Maria è già salita nel cielo giallo di Tiziano, forse un angelo gabbiano l’ha portata sulla punta di Pizzomunno, da lassù aprendo le braccia, fissando in alto la luce del suo fattore, ha spiccato il volo verso il suo Sposo “perché forte più della morte è l’amore” non più quel come del Cantico dei Cantici. 

Scorgiamo, giovani sposi in ozio, la barca decorata d’un giovane pescatore, ha una bellissima sirena dipinta lungo il fianco, un occhio dentro un cuore sulla prua. E’ salpata in fretta dalla riva, punta dritta l’orizzonte, è già dentro quel disco rosso che sbadiglia, i remi  affondano, riemergono, ri-af-fon-da-no, girano veloci come pale di mulini. C’è qualcuno in mare da salvare, corri pescatore, corri; scorgiamo da lungi un testina color del grano, affiora laggiù come una boa piccina. Stiamo in ansia alla riva, che strano, voltandoci un attimo all’intorno non c’è più nessuno, ombrelloni serrati, sdraio piegate, reclinate a riposo, un secchiello perde la sua sabbia, tirato da un’onda, comincia il suo viaggio. Quella barca lontana ora rallenta, ancora pochi colpi lenti poi i remi s’adagiano stanchi nel mare. Il pescatore è in ginocchio, si sporge da un fianco, allunga le sue braccia, le mani aperte sono tenaglie, ora si chiudono forti, ne afferrano altre protese.  Ci rizziamo sulla punta dei piedi col battito in gola, dev’essere un bagnante che affoga, la mano indiana sulla fronte per scrutar meglio da lontano, ci sembra…ma sì è una giovane fanciulla.

Ecco, dai!  Il ragazzo ce l’ha fatta, la sta portando fuori dall’acqua ma la sponda s’inclina, oddio! Si rovescia! No un ultimo sforzo, l’è quasi tutta dentro col corpo, bravo  ce l’hai fatta! Non distinguiamo bene, pare che un grosso pesce la trattenga, con la bocca è arrivato ai suoi fianchi, il pescatore tira su ancora più forte,  lei è tutta in salvo ma una pinna sporge dalla fiancata del natante.

C’è qualcosa di strano, aspetta. Elisa prendi il  binocolo nella borsa da spiaggia, corri! Dalla battigia umida, impalato in piedi, Lele punta la barca, mette a fuoco le lenti, ora vede bene, ingrandisce un poco, non è possibile! La ragazza bionda non ha le gambe ma una lunga coda di pesce. Prendi il binocolo Elisa, io scatto delle foto, la luce è ormai fioca ma forse basta a carpire il segreto, ci provo. “Che vedi adesso Lisa, dai che vedi?” “Lei è nuda come Eva ma è vero al posto dei piedi c’ha una pinna, Lele abbiamo visto una sirena, una sirena, siamo come Ulisse.” Che sia il  trucco d’un costume, un inganno, pubblicità o un gossip studiato, chi lo sa, però ha le squame sulle gambe, anzi sulla coda, ma il busto è da mozzare il fiato. Capelli biondi, lunghi fino ai fianchi, il volto è un petalo di rosa, gli occhi mi paiono azzurri più del mare, i seni due musi di cerbiatti. Se è uno scoop dovrebbe esserci in giro un paparazzo in muta, un drone che vola, non vedo barche, motoscafi, boccali affiorare, anzi il vento, senti, s’è acquetato, il sole ci saluta con l’ultimo buccia del suo arancio, il mare è una tavola da stiro, tutto tace anche una mosca d’acqua farebbe fracasso 

“Ma che fanno Elisa, che fanno?” “ Il pescatore le accarezza il viso, le braccia, ora si stringono forte, ancora più forte, sono una cosa sola,  hanno una passione mai vista, sembrano due innamorati che si incontrano dopo cento anni, si baciano ovunque senza prender fiato, sembrano Romeo e Giulietta nel film di Di Caprio “. “Fammi vedere, passami il binocolo, dai!” E’ vero il mare adesso è il letto per due sposi, dondola la barca dolcemente, il vento ha sgonfiato le sue gote, trattiene il fiato, il silenzio è la marina quieta d’un quadro di Guccione, quell’amore spiato è l’unico respiro del mondo, unico, solo, il più antico rimasto chiuso nel giardino di Eden. Lei ha reclinato tenera il capo sul petto dell’amato, il suo braccio l’avvolge con la tenerezza calda d’ una sciarpa, la strige morbida a se mentre il natante placido s’allontana verso il bordo del lenzuolo turchese, è sera.

Non distinguiamo più niente, a ritmo strizziamo le palpebre, strabuzziamo gli occhi, il binocolo vede solo nebbia poi la barca non ha lampara, il nido s’allontana dissolto dalle ombre, quei due corpi sono anime di carne senza tempo, questa magica sera vale davvero cent’anni.

Affondando i piedi nella sabbia ancor tiepida, ci giriamo stupiti d’ un miracolo d’amore da fiaba, abbiamo visto una gemma preziosa, anche noi abbracciati ci si scambia un bacio, poi volgiamo lo sguardo verso il gigante di roccia che troneggia come un faro; è vero che il buio sta calando ma lui non c’è, di colpo è scomparso. Corriamo storditi, da matti, un po’ su e giù, urlando di paura, Pizzomunno è svanito! Forse ci siamo spersi, oppure siamo avvolti da un’insolita fattura. Guarda,  c’è qualcuno laggiù accanto a una barca, è un vecchio pescatore, chiediamogli dove siamo.

Quell’anziano sta spingendo sapiente il suo natante in mare, si volge lento con un sorriso stirato della bocca, poi ci chiede: ” Chi cercate a quest’ora?” “ Il faraglione ch’era qui, quello che chiamate Pizzomunno, non c’è più, ci sembra d’impazzire “, “ Ma a quest’ora non c’è, domani, domani mattina lo ritroverete là dritto  al suo posto “ “ Ma che dite? È una pietra, mica può svanire, lei ha bevuto.“ “Ma oggi è l’Assunta e sono passati esatti, esatti, cent’ anni “ “ E allora? Che vuol dire che le pietre salgono in cielo?” “ Ma voi lo sapete chi era Pizzomunno?” “ Certo che no” “ Vedete, un tempo antico su questa spiaggia vivevano i pescatori, case di legno su palafitte per via delle maree. C’era un ragazzo bello come il sole, forte come un toro, fiero più d’ un leone. Tutte le fanciulle del villaggio erano pazze di lui, facevano a gara per sedurlo, ma lui amava tanto il mare da passarci tutto il giorno a pescare. Un giorno si spinse molto a largo, oltre l’orizzonte fino a uno scoglio dove decise di gettare le reti ed aspettare. Udì improvviso un canto d’angelo venire dall’atollo, si volse di scatto per capire da chi arrivasse quella melodia sublime,  scorse adagiata  sulla pietra una splendida sirena. Era talmente bella da morirne, capelli biondi come il grano, occhi color del cielo, pelle d’avorio vellutata più dei petali d’una rosa, un’armonia celeste il corpo fino al bacino. Fu scintilla che fece esplodere la diga,  l’amore, come un torrente caldo gli invase tutto il corpo, infranse ogni ragione. Così stordito le chiese di declinargli il nome, lei rispose “ Sono Cristalda”. Intorno a lei nuotavano molte sorelle, simili alle fanciulle del villaggio facevano a gara in  moine per conquistarsi l’attenzione di quel giovane, aitante pescatore, ma lui aveva occhi e cuore solo per lei da quell’istante, era un incendio d’ardore d’ambo le sponde. Così ogni giorno Pizzomunno partiva, prima dell’alba, per raggiungere quello scoglio lontano dove ansiosa Cristalda l’ aspettava, poi tubavano come due colombi tutto il giorno finché a sera Pizzo tornava malinconico a casa.  La vita e i sogni della notte erano solo Cristalda. Quelle sorelle erano gelose, morse dall’invidia, assalite da folle passione per il pescatore, volevano ciascuna conquistarne l’amore, tutto provavano con promesse e seduzioni. Ma non ci fu niente da fare, lui resisteva ad ogni tentazione o sortilegio e fu così che, morse dal rancore, decisero d’ allearsi per  vendicarsi del rifiuto. Al ritorno dal mare, era di  sera, Pizzomunno scese dalla sua barca, si diresse verso casa ma d’improvviso non poté più fare un passo, si sentì di pietra, l’avevano trasformato in una bianca roccia, rimase lì fisso, muto, senza vita. Cristalda quando vide il sortilegio delle sorelle, urlò straziata il suo dolore per tutti gli abissi, il mare si gonfiò del suo pianto. Allora impietosite, le sorelle andarono da Nettuno per  esporgli i fatti, chiedendo di lenire in qualche modo il dolore di Cristalda. “ Ogni cento anni, al 15 di agosto, Pizzomunno tornerà di carne e per una sola notte amerà Cristalda, poi sarà di sasso per altri cent’anni  “ così sentenziò il burbero dio marino, geloso di quell’amore eretico tra una sirena e un uomo. Oggi è la notte dell’Assunta, sono passati a memoria cento anni, ora fanno finalmente all’amore Pizzomunno e Cristalda, hanno atteso abbastanza, non vi pare? Domani, vedrete che  Pizzo starà impalato al suo posto a bruciare di passione guardando il mare per un secolo ancora. Adesso me vado a pescare a lume spento,  non li voglio disturbare. Ah! Io conosco questa versione dei fatti, altri ne raccontano un’altra, poco importa, la verità è la stessa, l’Amore con la A maiuscola. Ma voi due siete sicuri d’amarvi così tanto per cent’anni ? “.

PS Questo testo è liberamente tratto dalla leggenda di Pizzomunno.

 

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