“La libertà tra conoscenza e riconoscimento. Una postilla” di Giuseppe Modica

La conoscenza è una connotazione privilegiata dell’essere umano. Non un dono già bello e fatto, ricevuto dall’uomo passivamente, bensì un traguardo che egli deve porsi dinanzi per sentirsi realizzato pienamente e mantenersi all’altezza di se stesso. Come tale, la conoscenza è pur sempre un compito da svolgere, un impegno da onorare, una prova cui sottoporsi senza sosta e per la vita intera. Perciò già Socrate poté affermare che ”Una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta”. E Dante, in linea ideale col pensatore greco, non mancò, dal canto suo, di ammonire: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
Da questo punto di vista, la conoscenza chiama ipso facto in causa la libertà nella forma di un indefesso esercizio di “liberazione” dai pregiudizi che condizionano l’intelligenza e ne compromettono la capacità d’essere “lume”. Non a caso si resta immersi in quello che viene giustamente denominato ”oscurantismo” finché non ci si spinga fino ad osare di uscire dalla “selva oscura” per imboccare la strada del sapere: quel “sàpere aude” di cui gli illuministi fecero emblematico manifesto.
E, benché sia elemento distintivo, la conoscenza non basta a qualificare l’uomo nella sua classica definizione di “animale razionale”, tanto più che anche l’animale è capace di conoscere e, anzi, l’istinto di cui esso dispone riesce a condurlo persino là dove la pura astrazione intellettiva non è in grado di spingersi. Per connotare la differenza specifica che qualifica la conoscenza umana stricto sensu, occorre compiere un salto ulteriore verso quell’atto morale qual è il “riconoscimento” e in cui entra in gioco anche l’intera sfera affettiva.
Il riconoscimento è un gesto di per sé nobile poiché presuppone la virtù rara di chi sa apprezzare qualcuno vincendo la prepotente tendenza alla rivalità e all'egolatria, convertendola nella stima e nella generosità. La nobiltà del riconoscimento va rintracciata però anche nell'opportunità di offrire a qualcuno il modo di conoscersi profondamente. E infatti se è vero che non c'è riconoscimento senza conoscenza, è anche vero che per conoscersi autenticamente bisogna essere riconosciuti. Per comprendere il senso di questa reciproca implicazione si pensi al “viso” di ciascuno come primo coefficiente dell’identità personale. Ora visus vuol dire “visto”, sicché non si ha alcun viso se non attraverso colui che lo vede. Quel che ciascuno può riuscire a vedere del proprio viso è la sua immagine riflessa in uno specchio, e quindi è solo un rispecchiamento che, per quanto fedele, ne capovolge la sembianza.
Ecco perché l’identità di ciascuno - e con essa le proprie sicurezze e la consapevolezza del proprio valore - passa attraverso il riconoscimento che ne fa l’”altro”. Fino ad allora si è preda di incertezze e tentennamenti, di scoramenti ed affanni, anche al culmine d'un excursus di cui si potrebbe andar fieri.
In tale slancio d’intelligente generosità, la libertà compie, a sua volta, un salto qualitativo esemplare, poiché qui essa non è più soltanto una “libertà negativa” - qual era ancora nell’esercizio della “liberazione” -, ma si connota come “libertà positiva”, volta a promuovere l’”altro” verso l’ardua e mai definitiva scoperta della sua identità.
In quest’opera di formazione, conoscenza e libertà non sono dunque mai disgiunte, e anzi si sostengono a vicenda,  poiché ogni passo compiuto verso la conquista di un sapere è sempre il frutto d’una emancipazione e d’una progettazione, e l’una e l’altra sono a loro volta espressione di una conoscenza fervida e itinerante, in cui il possesso rinviene la propria gratificazione nell’esser sempre irriducibilmente euristico.

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