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AA.VV., "L'attrazione dell'oltre nella poesia di Corrado Calabrò", Spiritualità & Letteratura, n. 107-108 - di Vincenzo Guarracino

Al culmine di una “carriera” creativa ed editoriale costellata di libri (da oltre una ventina di opere poetiche, da un’opera narrativa, da innumerevoli saggi a lui dedicati e da numerose traduzioni dei suoi testi nelle più diffuse lingue parlate) e di successi, a riprova di una vitalità creativa che ha pochi eguali e di un consenso pressoché unanime nei suoi confronti, Corrado Calabrò viene fatto oggetto di un omaggio che condensa in 400 pagine contribuiti critici di almeno un centinaio di studiosi, scrittori, saggisti, poeti e operatori culturali con contributi spesso originali, preceduti da una riproposizione di una lunga intervista di Fabia Baldi, già a suo tempo pubblicata in un voluminoso saggio (L’altrove nella poetica di Calabrò, Aracne, 2019), che a tutt’oggi può davvero considerarsi la più acuta e al tempo stesso appassionata messa a fuoco delle tematiche dell’autore, oltre che qui nello specifico il periplo del suo impareggiabile idillio con la poesia. Un autentico monumento, senza esagerazione, davvero, in cui si ritrovano convitati a un autentico banchetto di sapere moltissimi dei più noti attori della repubblica delle lettere, ognuno a fare a gara ad evidenziare i gangli essenziali di un’attività davvero significativa di un “poeta del mare e dell’amore” (oltre che della scienza), tale da costituire un incentivo a rileggersi, riguardare, ritrovare passi e versi indimenticabili per cogliere l’essenza vera di una concezione di vita, moderna e al tempo stesso antica, fuori da ogni classificazione, di una personalità quanto mai duttile e versatile e dalla cultura estremamente variegata, basata com’è su un singolare miscuglio di classicismo e modernità, tra mito e metafora, tra sogno e realtà, tra immaginazione e tecnicismo del quotidiano. Una vita protesa come dice il titolo a un “oltre”: al passaggio a una “dimensione” altra, “sugli estremi planari dell’inconscio”, dove le categorie spazio-tempo non hanno senso, vincendo la paura che ne promana, per lasciarsi possedere dal meraviglioso di una condizione di assoluta pacificazione, in una sorta di universo parallelo, dove tutto è possibile: un universo che “solo amore e luce ha per confine”, per dirla con Dante. “Sono una barca spogliata di vela che anela inutilmente al mare aperto”, confessa nell’esergo del libro Calabrò e si capisce che tale riferimento è una neppure dissimulata allusione alla sua passione per le sconfinate distese del mare, che non solo compare in tantissimi suoi testi, ma è anche metafora, oltre che del legame ombelicale con la madre (“Mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia”, ha confessato in un’intervista), del difficile periplo della vita, intesa come sradicamento e come avventura perenne della conoscenza, al punto da tramutarsi in un autentico repertorio di “archetipi” letterari in un saggio veramente fondamentale sulla sua scrittura di Carlo Di Lieto, col titolo di La donna e il mare. Gli archetipi della scrittura di Corrado Calabrò (Vallardi, 2016). Ecco dunque entrare in scena l’altro polo di questo inesausto ricercare, l’“amore”, su una scena marina: colti, il poeta e la donna, in momenti di essenziale abbandono a un sogno di reciproca attrazione e dedizione, sulla spinta di un desiderio di appagamento e completamento spirituale, incurante di ogni grossolanità e perbenismo, sulla scena di una natura complice e accogliente. Soggetto e oggetto perseguono e realizzano così, con casta impudicizia, un progetto che dai sensi si trasmette senza veli di ipocrisia all’animo come ricerca del loro Oltre, della loro “più intima bellezza”, come conviene con ispirato calore la poesia di Calabrò. Un “viaggiatore”, dunque, un errante, proteso al mare eppure consapevole delle sue pericolose attrattive, ma anche ben attrezzato, al pari del saggio lucreziano dell’inizio del secondo libro del De rerum natura, anon lasciarsene sedurre più del lecito: cos’altro può significare questa messa in evidenza, fin dal titolo complessivo, di un’“attrazione”, di una seduzione da parte di un Oltre ingannatore non meno di quel canto delle sirene cui l’Ulisse omerico sa resistere in virtù delle armi della sua razionalità? Ecco, il poeta, secondo Calabrò, è giusto quest’essere polytropos dalle molteplici applicazioni e competenze in ambiti diversi e apparentemente contrastanti (giurista, intellettuale, studioso, e naturaliter poeta), in ognuno dei quali è stato capace di far tesoro dell’esperienza acquisita armonizzandola nell’integralità della sua personalità.

 

in: "L'immaginazione", n. 328, marzo-aprile 2022

 

 

 

 

 

 

 

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