“Alfabit” ovvero l’italiano digitale – di Maria Nivea Zagarella

La lingua è un “organismo vivente”. Profondamente radicata nell’esistenza dei singoli popoli e dei singoli individui, ne accompagna secondo il mutare delle condizioni storiche progressi, regressi, riprese; li struttura, li plasma e anche li “libera”, fiume che sempre scorre e si rinnova, secondo la bella metafora di Daniel Pennac, e “mare” soprattutto di energie inesauribili come la Vita che tutti creativamente ci “porta”. Perciò è augurabile che l’italiano, o meglio la gran bontade del volgare di sì, di cui parlava Dante nel “Convivio” e del quale l’Alighieri presagiva il grande futuro, tale si mantenga -pur modernamente rinnovandosi- per vivacità, profondità, creatività, autonomia e ricchezza culturali. Suona  dunque sempre attuale e illuminante nel nostro sbandato presente l’affermazione di Maria Corti che negli anni ’70/’80 del Novecento affermava che il prestigio e il valore di una lingua sono dati dalla civiltà e dalla cultura di cui si fa portatrice. E Maria Corti è citata, fra numerosi altri intellettuali e linguisti, da Giuseppe Antonelli, che insegna Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, nel suo recentissimo libro Alfabit. Libro in cui l’autore traccia, per “capire qualcosa in più -scrive- del mondo in cui viviamo” e dell’incrocio avvenuto fra la tradizione linguistica italiana e la sua traduzione informatica (il passaggio appunto dall’alfabeto ai “bit”), una breve “storia” dell’italiano digitale: da quello “digitato” nelle prime ondate, dagli anni Novanta in poi del secolo scorso, di e-mail, SMS, chat room, all’e-taliano attuale di smartphone e chat telematiche dei social network, fino all’IA-taliano degli “assistenti vocali” quali Siri, Alexa… e dei testi generati dalle macchine “intelligenti” oggi più note e utilizzate (ChatGPT, Copilot, Claude, Gemini).

Con gli SMS si ebbe -dice Antonelli- in Italia fra fine anni ‘90 e inizi Duemila un ritorno trionfale alla “scrittura” paragonabile, come fenomeno a diffusione nazionale, a quella che nel 1985 il linguista Francesco Sabatini aveva “sancito” come nascita dell’italiano dell’uso medio, parlato finalmente da tutti gli italiani e le italiane nella vita di ogni giorno, sostituito o alternato al dialetto. Italiano “scritto” sì lo SMSiano ma che destò grande allarmismo iniziale per il dilagare di certe convenzioni grafiche e espressive che sembravano deturpare la lingua italiana (ricorso ad acronimi, abbreviazioni, contrazioni, maiuscolo, grafie numeriche, grafie fonetiche, emoticon, onomatopee…) Scelte -precisa- l’autore storicamente non nuove per la presenza nella “scrittura” di sigle abbreviazioni contrazioni fin dal mondo latino e medievale, oltre che nell’epistolografia ottocentesca, e stranezze grafico-espressive e disegnini erano già presenti anche nel linguaggio giovanile novecentesco prima dell’arrivo di computer e telefonini. Negli SMS quelle bizzarrie avevano funzione soprattutto “ludica” e connotativo-identitaria di gruppi specie giovanili, e passarono presto di moda con i loro eccessi, declassate già prima del 2015 nel giudizio dei giovani stessi a uso attardato di sfigati e bimbiminkia. Era -aggiunge Antonelli- una “scrittura” confidenziale, emotiva, informale, enfatica, con lessico colloquiale e concessioni al turpiloquio, regionalismi, dialettismi, ma soprattutto rapida, breve, frammentaria. La sua “novità” era proprio nella “frammentarietà” e “dissacrazione” del testo, mantenutesi e accentuatesi nell’e-taliano delle successive messaggerie istantanee e dei social network. Oggi -sottolinea l’autore- chiunque scrive dovunque per raggiungere chiunque in un qualunque momento e comunicare per qualunque motivo a proposito di qualunque argomento. L’italiano è sì diffusissimo, ma il testo “digitato” non è “coeso”, organizzato, meditato e curato come gli “scritti” del passato. Si tratta di “microtesti”, in genere paratattici, che possono essere scritti e letti anche da chi non legge mai un libro o un articolo di giornale, e se già nel 2013 le statistiche registravano che il 70% della popolazione italiana fra i 16 e i 65 anni aveva capacità alfabetiche insufficienti, oggi i dati dicono che ormai un terzo degli italiani non è in grado di comprendere “cosa dice” un articolo di giornale. Ci si è progressivamente disabituati a maneggiare, scrivere, “decodificare” testi articolati e complessi, soprattutto i nativi digitali, anche perché il carattere multimediale di smartphone e social ha ulteriormente destrutturato e svilito “testo” e “parole” rispetto a emoji, gif, sticker e continua alternanza/integrazione con foto, video, audio.

Antonelli precisa che si è verificato quanto previsto e descritto, sin dal 2000 circa, dal linguista Raffaele Simone nei suoi saggi (Tre paradigmi di scrittura; La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo): il passaggio appunto nella “scrittura” dal paradigma platonico, protrattosi per millenni, basato fin dall’antichità sulla concretezza materiale del testo (a cui corrisponde l’italiano scritto tradizionale), a quello digitale, dalla videoscrittura agli SMS, che è durato solo due decenni, a quello multimediale, in cui l’interazione con audio e video ha ricondotto la scrittura a un ruolo marginale (l’era appunto dell’e-taliano), accessoria rispetto alle immagini e alla stessa rinnovata e prevalente “oralità”, se si tiene conto dei messaggi vocali di WatsApp dal 2013 circa, e del nuovo chattare ormai degli umani con i chatbot, e non più solo fra umani. Un mutamento che è stato anche passaggio dall’intelligenza sequenziale, quella usata per generazioni e generazioni per “leggere” (per tradurre cioè in “significati” le lettere dell’alfabeto elaborando concetti astratti) a una intelligenza simultanea che “assorbe” per così dire immagini e informazioni senza più essere capace di stabilire un ordine, una gerarchia valoriale, sostanzialmente quindi una “regressione” da un tipo di intelligenza più evoluta a una più “elementare”, dall’homo sapiens all’homo videns, che si orienta e “viene orientato” preferenzialmente dai nuovi media al vago, al generico, al superficiale. Per una persona “colta” -rimarca Antonelli- l’e-taliano è una  delle “varietà” linguistiche dell’italiano, alias uno dei tanti registri possibili (in questo caso quello immediato e basso) in cui la “tal” persona può anche scegliere di esprimersi, ma per chi resta invece l’e-taliano l’unico modo di scrivere e relazionarsi, “saltabeccando” fra immagini, post, messaggini, hashstag, è una “condizione” linguistica deficitaria e ghettizzante; usa un neoitaliano popolare paragonabile -dice l’autore- all’italiano di quelli che una volta sapevano tenere a stento in mano la penna, e si trova a esperire una situazione di sempre possibile e facile caduta nell’insulto e nello scontro (come è visibilmente tangibile sui social) per incapacità e diseducazione all’“argomentare” civilmente e criticamente. Perciò da un lato l’appello e l’augurio di Antonelli che la Scuola insegni ai ragazzi a maneggiare con consapevolezza sia il digitale sia la “tradizione” culturale (e il libro), restando il santuario del testo lineare, elaborato, con la traccia dei suoi ripensamenti, una scuola cioè che preservi e mantenga viva la capacità di leggere, scrivere, “pensare”, e dall’altro le sue riserve sull’IA.

 Stiamo entrando -scrive- in un quarto paradigma, che potremmo definire robotico o forse meglio artificiale: la lingua dominante, in questo caso, potrebbe diventare proprio l’IA-taliano: l’IA-taliano “parlato” di Siri e Alexa, e quello “scritto” dei vari ChatGPT, Copilot, Gemini, Claude sopra elencati. Per la correttezza e l’accuratezza linguistiche cui sono giunti tali strumenti, e per la capacità che hanno pure di riprodurre lo “stile” di uno scrittore “doppiandone“ per così dire i testi, sebbene alquanto meccanicamente (vedi l’esperimento realizzato dallo stesso Antonelli su Le Città invisibili di Italo Calvino), si collocano tali LLM a un livello socioculturale sì “alto” (al di sotto dell’italiano normativo scolastico e al di sopra dell’italiano normale giornalistico) al punto da essere considerati una “varietà normativa” dell’italiano e da essere utilizzati per compilare compiti scolastici o scritti professionali, ma c’è un Ma... La loro lingua -osserva Antonelli- è una lingua inconsapevole, prodotto di macchine ignare (sic!) del significato di ciò che dicono e scrivono. Non bisogna cadere nell’errore di attribuire loro qualità umane, come il “pensiero”, e non si deve dimenticare, dialogando con esse, che si è di fronte solo a calcoli, vettori, matrici, parametri numerici mascherati da parole, e frasi e testi e pensieri e persino emozioni, per non chiudersi nella bolla di un incantesimo, in cui output linguisticamente corretti e statisticamente plausibili non hanno nulla a che vedere -come affermano anche altri autorevoli studiosi e scienziati quali Alfio Ferrara, Federico Faggin, Stefano Epifani- con comprensione, ragionamento, intenzionalità, insomma con il mondo reale, la corporeità viva e vera, la coscienza. Per Faggin, inventore del microchip, quella dell’AI non è “intelligenza”: vera intelligenza è creare nuovi significati dentro di noi, cosa che un computer non può fare perché non ha interiorità. Pertanto, accanto alla Scuola, altra sponda di resistenza e salvaguardia di “umanità” è per Antonelli la Letteratura. E se in un altro suo recente libro, Il mago delle parole (2025), nelle vesti di un bizzarro professore, ispirato a film come L’attimo fuggente di Peter Weir e a figure come Gianni Rodari, riesce Antonelli/mago a coinvolgere una intera classe nella scoperta/riscoperta della “bellezza” delle parole (Dobbiamo essere circondati, protetti, ispirati dalla bellezza delle parole… in poesia le parole possono ogni portento) e dell’importanza/necessità del loro uso “consapevole” per ”crescere” in umanità e libertà, qui cita alcune affermazioni di Italo Calvino, per ribadire la differenza fra la conoscenza cosiddetta “vera e giustificata”, e “diretta” (epistème) del mondo, che è alla base della creatività dello scrittore e del poeta e del loro individualissimo (intraducibile direi), personale, linguaggio, e l’ombra linguistica (Walter Quattrociocchi, 2025) invece del mondo (e della verità), che è il linguaggio dell’IA ricombinazione numerica dei milioni di testi/”descrizione già confezionata” del reale, su cui viene addestrata come pappagallino stocastico. Calvino scriveva nel 1967 (nell’articolo dal titolo Cibernetica e fantasmi) -e Antonelli lo sottoscrive- che la battaglia della letteratura è… uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio (per andare verso “la vita” voleva dire)… è il richiamo di ciò che è fuori dal vocabolario che muove la letteratura…, e nelle Lezioni americane - Sei proposte per il prossimo millennio (1985), rivendicava alla Letteratura, fra altre cinque qualità (Leggerezza, Rapidità, Visibilità, Molteplicità, Consistenza), quella dell’Esattezza. Su quest’ultima -e qui mi si conceda di ampliare la citazione di Antonelli- Calvino prima precisava che per lui, essendo il linguaggio sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato (e ne provo -rimarcava- un fastidio intollerabile, donde il suo correggere e ri-correggere le sue stesse frasi, i suoi stessi scritti) “Esattezza” vuole dire tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben articolato; 2) l’evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, ”icastico”, derivato dal greco…; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature (sic!) del pensiero e dell’immaginazione. E poi concludeva affermando che la letteratura che risponde a queste esigenze è la Terra promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere. “Presidio creativo dell’umano” dunque, letteratura e linguaggio, - sarebbe giusto ancora una volta chiedersi, e definirli?

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