Amalia Marmo, "Orgoglio antico" (Ed. Osanna)

di Franco Trifuoggi
 
Questo romanzo (Orgoglio antico, Osanna Ed., Venosa 2018) è una nuova, diversa prova della fecondità letteraria di Amalia Marmo, la docente lucana apprezzata ed amata, poetessa pluripremiata, autrice delle sillogi liriche, lodate dalla critica, Vento del Sud, Le rose di Pieria, Mnemosyne, fili di memoria, e Il vento leggerà. Gradita sintonia. La scrittrice di Miglionico, residente a Marconia di Pisticci, si cimenta, qui, con i modi e i tempi della prosa narrativa. Al riguardo  l’illustre prefatore Raffaele Nigro scrive che “sembra di addentrarsi in un’appendice del Cristo di Levi, tale è la liquidità di scrittura del libro, che consiglia “a chi ami ancora leggere”.
Illuminante la premessa, ove la Marmo precisa di voler scrivere perché le vicende narrate acquistino il senso della catarsi, cioè “un modo di superare lo strazio (o la nostalgia) come un orizzonte che libera ovvero una chiave che può risolvere anche un disagio interiore insopportabile”. Il romanzo, chiaramente autobiografico, è ambientato nel paese d’origine dell’autrice, tra la sua gente semplice e i suoi riti arcaici, la “signorilità raffinata e umana dei parenti, delle famiglie antiche”: un piccolo mondo dove ella viveva “curiosa di apprendere”, in un’atmosfera pervasa da una tenera attesa, e dove è rimasto ancora il suo “cuore vagabondo”.
Affiorano, così, le memorie della fanciullezza e dell’adolescenza, mentre si va via via definendo, in itinere, la figura di quella che, a mio avviso, è la protagonista del romanzo, la nonna Amalia: tutt’altro che senile, espansiva, saggia, generosa, profondamente religiosa, acuta conoscitrice dell’animo umano, consigliera di pace,  fisicamente  e spiritualmente sana, elegantemente sobria nel vestire, soccorritrice dei poveri da lei amati e che la amano. Un personaggio che, per antitesi, suscita in me il ricordo di un’altra matriarca (pur se di livello culturale più basso) della narrativa italiana, del romanzo I Viceré di Federico de Roberto: donna Teresa Uzeda, “reggitrice dispotica della famiglia e tiranneggiatrice dei figli”, eppure esageratamente lodata nelle tabelle d’onore in occasione delle esequie. Accanto alla nonna Amalia campeggia il nonno, vedovo, uomo all’antica, riservato, orgoglioso, pur se stimato ed amato (“grevi e freddi come un marmo “ diventano, con gli anni, i tratti del suo volto); è in contrasto, sorto per un banale episodio, con una figlia di primo letto, Angiolina, che non vive con lui ma nella lussuosa casa di uno zio, a cui è stata affidata, ed è gelosa delle sorelle, figlie di secondo letto del nobiluomo; appare, inoltre, segnata dalla morte prematura del fidanzato, studente di medicina, caduto in guerra: un contrasto che diffonde sulle pagine un’atmosfera greve.
La varia dinamica dei sentimenti e dei risentimenti che caratterizzano questo rapporto si rispecchia appunto nell’animo di Amalia in una storia, invero, ricca più dell’analisi psicologica delle due figure antitetiche - che si riverbera sulla sensibilità di lei - che dl accadimenti esterni. Nel ricordare la morte per polmonite della maggiore delle figlie di Amalia, Paolina, l’autrice nota: “A volte la grazia che penetrava mia nonna, illuminava la sua coscienza, e i suoi poveri occhi neri si oscuravano di spavento. Ella sapeva che la sua salvezza per gli uomini stava nell’umiltà, nella confidenza in Dio, e guardava la sua strada come un lungo pendio alto e scosceso che non aveva la forza di salire. Si affliggeva e si rimproverava di non essere riuscita a distogliere il marito dal suo proposito di non voler più vedere l’altra figlia”. A volte “da sola gridava il nome della figlia morta. mentre l’eco gliela riportava facendole aspirare l’aria avidamente quasi come la baciasse ancora per un’altra volta”. Nell’anima arida del nobiluomo l’ansia “era quasi una compagnia giornaliera”, mentre entrambi (padre e figlia) consideravano la solitudine ormai “una consuetudine di vita”. Ma la sudditanza all’odio e all’orgoglio non è tanto insanabile da non poter dissolversi: quando il nobiluomo, ammalatosi, è prossimo alla fine, Angiolina accorre al suo capezzale e lo aiuta a recitare con lei il “Padre Nostro”, gli fa bere un sorso d’acqua, e gli asciuga la bocca; allora il padre recita la sua palinodia, chiedendo perdono alla figlia, che avverte il rimorso e l’affetto di lui, e gli accarezza le mani con soave compassione.
Poco dopo, il racconto si illumina del sorriso di un duplice incontro, del tutto imprevisto, nella vita di Angiolina: l’arrivo in casa di una giovane con una bimba in braccio che chiede ospitalità, e l’apparire di un giovane medico, Alfredo, giunto in paese, di cui, dopo “giorni di turbamento, dubbi, indecisioni, paure, sogni e speranze” si convince di essersi innamorata. Pagine delicate, intense e pervase di tenerezza e finezza di analisi psicologica sono dedicate al fiorire di questo reciproco sentimento, sullo sfondo delle usanze, delle vicissitudini e delle memorie della società contadina. Si annuncia, così, una nuova storia d’amore, alle cui soglie si ferma il romanzo, non senza uno scarno accenno al reiterarsi del dissidio orgoglioso, stavolta tra la primogenita di secondo letto del nobiluomo e la figlia, madre dell’autrice. Si dischiude, quindi, la possibilità di un’ulteriore prova narrativa, anch’essa alonata di speranza, nella prospettiva del dissiparsi delle tensioni  provocate dall’orgoglio.
Sapientemente analitica, attenta ad ogni particolare e sfumatura si rivela, nel romanzo, la descrizione  della psicologia dei personaggi, che non di rado è punteggiata di felici notazioni etiche. Opportunamente Raffaele Nigro esalta la capacità dell’autrice di ricostruire i rapporti, i caratteri, i sentimenti con “una passione descrittiva che ricalca la tradizione ottocentesca”; e ravvisa nel libro “gli ingredienti propri di “un romanzo classico, la morte prematura di zia Paolina, la fermezza dei nonni e dei genitori, un velo di profonda religiosità che fa appello costantemente ai dettami della Bibbia e del Nuovo Testamento, le coordinate di un mondo e di un tempo  ormai in via di estinzione”. La persistenza della vocazione poetica della Marmo si rivela, poi, nella frequenza delle metafore e delle immagini suggestive: la notte “graffiata di mestizia”; “il rumore degli alberi in autunno che intristisce il cuore dei vecchi così come una campana mesta e lenta”; la “sontuosa aristocratica solitudine”. Ma si manifesta soprattutto nella descrizione di luoghi e momenti di quel “mondo incantato”, pervasa da un’intensa animazione della natura e da una fine e vivace sensibilità cromatica. Ecco allora “il colore dei monti lontani, la loro pace, le siepi di croco e melograno selvatico, i fondi con la vista sul Basento, le vallate sterminate, i greti pietrosi dei torrenti asciutti che sembravano paesaggi lunari”;  e la luce della luna che “avvolgeva il piccolo paese come un velo trasparente”. Ecco la bellezza della campagna selvaggia, “piena di alberi di ulivo e d’argento che si dondolavano come onde di mare, accarezzate dal vento. Tutto parlava, ogni cosa, ogni attimo, ogni pietra, ogni foglia”. E lo spettacolo di una notte chiara di agosto, calda e profumata, quando “le ultime luci di un giorno che non si decideva a finire, sparse e vagabonde, si riflettevano nel bianco della strada“. Come il quadro del paese in estate all’imbrunire “quando un panorama di mansarde  e di tetti si vede avvolto in vespri rossastri e le torri delle chiese antiche sembrano navigare tra onde. Al di sopra il cielo senza nubi cambia i suoi colori morbidi. Da un azzurro polveroso passa al rosso sangue, oro, ametista, poi giunge la notte “.
In conclusione, va riconosciuta la piena validità di questo esordio narrativo di Amalia Marmo, materiato com’è di una felice vena descrittiva, della profondità e finezza dell’analisi psicologica, della suasiva trasparenza e della suggestione della partitura espressiva.

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