Elite e Distinzione/ 37 - Romano Guardini

Chi è cavaliere, porge il suo aiuto spontaneamente dove se ne presenti la necessità: rispar­mia una fatica. Ma, posto tutto questo, che dire del dilagare, anche nelle circostanze più inconcepibili, di un atteggiamento comodistico, che dire della mancanza di riguardi? Sono fatti cui ogni giorno assistiamo. La risposta è sempre la stessa: c’è una gran differenza tra le parole e i fatti! L’uomo deve prestare servizio cavalleresco ai deboli. Li protegge dalla necessità e dai pericoli esterni; difende il loro onore e il loro buon nome. L’uomo caval­leresco si pone spontaneamente a fianco di chi è minacciato, del più debole, di chi soc­combe. Ciò lo distingue dall’uomo interessato. E’ proprio del santo esercizio del più nobile servizio cavalleresco, quello cioè che ha per oggetto Dio e il suo regno. Così, una volta i crociati si facevano garanti per Cristo. Non con le armi ma con la parola e con l’azione; nella vita pubblica e privata; di fronte agli indifferenti, ai motteggiatori, ai nemici. Dio ha posto, per così dire, il suo onore nelle nostre mani: dobbiamo difenderlo. Un tale ser­vizio cavalleresco richiede molto da noi: che ci professiamo tutti in funzione di un dato oggetto, senza mai rinnegarlo. Che ce ne facciamo garanti anche se gli avversari sono nu­merosi e se il nostro svantaggio è forte. E tutto questo dobbiamo compierlo liberi e gio­condi. Chi è cavaliere deve vivere in modo tale da mantenersi degno di questa sua mis­sione. Il servizio cavalleresco è arduo; molte cose ci sono proibite che sarebbero lecite, in una situazione diversa. Il detto che dice: «La nobiltà ha i suoi obblighi e i suoi pesi», vale anche in questo caso (...) Ciò non significa che dobbiamo comportarci come altrettanti visionari fuor dalla realtà. Non significa che, puntando sul bello e sull’ideale, dobbiamo nel frattempo dimenticare di fare i nostri conti. Non significa fare le persone superiori e lasciarsi sopraffare da tutti, non pretendere ciò che ci è dovuto per un senso di magnani­mità. Tutto questo non sarebbe cavalleria, ma debolezza. Non viviamo in un mondo ideale, bensì in un mondo duro; spesso tra uomini malvagi e provvisti di buoni gomiti. Ed è una delle cose più importanti, per i giovani, saper decidere se vogliano diventare dei visionari estranei alla vita, oppure se abbiano la forza per inserirsi nella realtà.

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Dallo spirito del vero uomo, spirito diritto, forte e puro, disinteressato e nobile, sicuro, serio e allegro nello stesso tempo, deve anche derivare la consapevolezza della propria nobiltà. Perchè che cosa significa essere nobile? Avere in sè più responsabilità degli altri. Significa sapere che il nostro posto è dove c’è pericolo. Che, in fondo, c’è un unico ne­mico: ciò che è volgare. È nobile non l’uomo che fa tutto questo soltanto dopo una faticosa riflessione e di proposito, ma quello per cui tale modo di procedere ha finito per conna­turarsi tanto col suo stesso essere che egli non può fare altrimenti.

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E’ servizio cavalleresco garantire per un uomo, al quale si è fatto dono della propria fedeltà. Prima di tutto si attui tale servizio in favore di chi è nostro amico; e poi di chiunque confida in noi. Dobbiamo essere segreti, fidati e pronti ad aiutare. Chi serve è come se lo dicesse: io non sono qui per mio piacere, ma per un uomo, o per una cosa o per un compito. Ma ci sono due modi per svolgere tale attività: da servo o da cavaliere. Il servo presta ser­vizio perchè vuole una mercede, o perchè è costretto. Chi ha un animo di cavaliere serve perchè si tratta di una grande cosa, indipendentemente da vantaggi o da mire particolari. Che la cosa riesca: ecco il suo scopo. Egli non serve costretto, ma di libero impulso.

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