"Giuseppe Ganci Battaglia: alle fonti della buona poesia del Novecento Siciliano" di Tommaso Romano
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- Creato: 22 Gennaio 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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Sono passati tanti anni, da quel 25 dicembre 1977, il giorno del Natale, in cui serenamente spirò l’anima buona, autenticamente poetica e signorile, di Giuseppe Ganci Battaglia, ricordato da noi amici e dalla storia letteraria, e come lui stesso desiderava, il "poeta delle Madonie".
Era nato a Palermo il 15 ottobre 1901, e non a Gratteri come alcuni ritengono, che è un ridente paese madonita di origine della sua famiglia, umile e laboriosa, dove solitamente si recava, fino alla fine dei suoi giorni, assaporando la genuina semplicità madonita ed eleggendola come il cuore della sua poetica, e per il suo grande amore per la Sicilia, malgrado abbia certamente subito un certo isolamento, negli ultimi anni di vita.
Francescano nello spirito e nel servizio alle cause della fratellanza e delle bontà, ebbe incarichi di rilievo nel secondo dopoguerra, nel Terzo Ordine Francescano, per l'intera Sicilia e a livello nazionale.
Ganci Battaglia seppe cantare i valori eterni, semplici e naturali, con lirismo classico, partecipazione interiore e senza velleitari intellettualismi, tipici spesso dell'apparire arrogante, di troppi mestieranti della parola.
Maestro elementare, ebbe a cuore, sulla linea deamicisiana, la pedagogia dell'Attivismo di Devaud, della Montessori e delle sorelle Agazzi, sempre considerando essenziale la condizione dell'infanzia e quella più ampiamente dei giovani, dedicandovi libri pedagogici, sussidiari, racconti, poesie e filastrocche e riducendo con il Pupu di ligni, in siciliano, il Pinocchio collodiano, libro che ebbe grande diffusione all’epoca.
La sua vicenda intellettuale e di presenza culturale in Sicilia, fa data dal sodalizio storico con Ignazio Buttitta e con Vincenzo Aurelio Guarnaccia, nella condizione e stesura di pochi ma fondamentali numeri del periodo "La Trazzera”. Siamo nel 1927. Una ristampa anastatica da me fortemente auspicata e curata da Salvatore Ferlita per la fondazione Ignazio Buttitta, nel 2006, ce la consegna. Il regime fascista che si andava consolidando, come pure si evince dalle colonne del foglio, che farà della lingua e della cultura siciliana la sua ragione d'essere, difendendo l'identità, contro il montante nazionalismo del regime e diventando perfino oggetto, in tale guisa, di sequestro. Mentre Buttitta si formava e rafforzava i suoi valori socialisti, Ganci Battaglia divenne podestà di Gatteri e fu sostanzialmente vicino al regime almeno fino al 1938, data delle leggi razziali, che ebbe a deplorare sempre. In tal senso negare però l'apporto anche di altre non poche opere di Autori ben più noti come Pirandello, al clima del "consenso", come le definì Renzo De Felice, è opera di sottrazione e disonestà.
Ganci Battaglia nel secondo dopoguerra visse per tale ragione, un periodo di emarginazione e, rivedendo criticamente e spiritualmente molte sue posizioni, le superò con l'aiuto della fede e con la continua applicazione al lavoro e agli studi critico-saggistici, alla storia siciliana, ma soprattutto alla poesia. Non prese più tessere di partito, infatti, e non volle in alcun modo essere oggetto di strumentalizzazioni nostalgiche, senza peraltro fare la parte ambigua del "redento", tipico di molti intellettuali e politici nel dopoguerra.
Non fu mai, comunque, un politico, né prima né dopo.
Perduta, ancora giovane, la moglie amatissima, crebbe i primi due figli. Enrico, lo ricordo con affetto. Si risposò ancora, tardi, nel 1972 con Linda Buttitta, sorella del noto pittore Pietro, che gli diede pace e serenità negli ultimi anni nella casa di via Barone Bivona, rione Oreto di Palermo, dove morì.
Medaglia d'oro dei Benemeriti della scuola, Ganci Battaglia ebbe l'onorificenza, nel 1969, di Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica e vinse ben tre premi della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
In vita si occuparono di Ganci Battaglia, con significativi consensi critici, Giovanni Alfredo Cesareo, Giuseppe Ernesto Nuccio, Giosuè Sparito, Ignazio Calandrino, Alessando Giuliana Alajmo, Giovanni Cappuzzo, Gaetano Falzone, Antonio Mogavero Fina. Ben Parodi scrisse di Ganci Battaglia, nel 1982, come espressione poetica di un'intima esigenza dello spirito. Non poeta delle grandi stagioni, ma francescano ritrattrista del mondo della natura.
Si leggono alcuni suoi versi emblematici:
Da lu me cori surgino li canti
com'è ca surgi l'acqua a li surgenti
Un tritticu d'aceddi, 'na canzuna ch'acchiana
tutta china d'amunia.
'Na negghia ch'accarizza celu e luna,
tutti n'ispira amuri e puisìa.
La natura l'immagini mi duna
e pittu tuttu cu la fantasia.
Oltre che poeta in siciliano, Ganci Battaglia lo fu anche in lingua italiana e, come ricordato, si interessò, - con esiti diversi - di antropologia, folklore, storia di Sicilia, biografie. Vanno almeno ricordati in questa sede i suoi titoli principali: I canti dell'abbandono (1920); Sangu siciliano (1922); Amuri (1923); La Santuzza (la ed. Trazzera, 23 ed. 1962); Il volto della vita (1958); Mmizzighi e noliti (1971); Pupu di lignu (1969); Trilli nell'azzurro 1958); Sicilia eroica (1922); Ruggero II (1954); L'ordinamento della Regione Siciliana (1961); Storia di Sicilia (1a 1959; 2a ed. 1965); Letteratura per l'infanzia e G.E. Nuccio (1934); Aquile sulle rocce. I castelli di Sicilia (con Giovanni Vaccaro, 1966); Cives Novus; Il cittadino esemplare (1972); Luigi Pirandello (1966); Streghe, stregoni e stregonerie di Sicilia (1972); Carmine Papa (1972).
Postumo, edito da Herbita curato e ben introdotto da Calogero Messina, La vita di Gesù, illustrato da Pietro Buttitta.
Fu anche autore, con successo di pubblico, di teatro: Cercando l'imbecille; Acchianati ca s’abballa; Eccini totale; Mi dimetto da marito; Picuredda siciliana rappresentate dalle compagnie Zappalà, Abruzzo, Anselmi, Colombo, Pippo Valenti e trasmesse pure dalla RAI siciliana.
Inoltre, mise in scena una riduzione teatrale dei "Beati Paoli" di William Galt, pseudonimo di Luigi Natoli, che ne fu entusiasta estimatore.
Un lascito notevole e ancora vivo, da rileggere.
Va dato atto al lavoro egregio e appassionato di alcuni studiosi, se ancora parliamo criticamente di Ganci Battaglia. Oltre e già ricordati, vanno ancora menzionati i nomi Vito Mercadante, Giuseppe Pipitone Federico, Giuseppe Padellaro, Federico De Maria. Un posto importante in tale quadro, merita la dedizione e una precisa messa a punto critica di un grande letterato contemporaneo quand'è stato Lucio Zinna (con il "Ciclope”, che diresse Ganci Battaglia, fu l'editore della prima opera zinniana) che pubblicò un bel saggio sul poeta, in “Nuovi Quaderni del Meridione”. Calogero Messina, altro benemerito letterato e storico, gli dedicò inoltre il libro documento Giuseppe Ganci Battaglia poeta delle Madonie (edizione Mori, Palermo, 1981), imprescindibile per ben evidenziare la figura e l'opera laboriosa (libro che ebbi l’onore di presentare il 6 febbraio 1982, alla Palazzina Cinese, stracolma).
Salvatore Di Marco, sempre attento e prodigo di memoria e citazioni, ha inquadrato l'opera del Nostro specie nel volume, del 1999, ed. Nuova Ipsa dedicato a Ignazio Buttitta, che è il più completo fra i contributi dedicati al grande bagherese, al pari degli altri studi dimarchiani su Alessio Di Giovanni, che pure ebbe un peso nella formazione, nell'opera, e nella spiritualità creativa del poeta delle Madonie.
Non va inoltre dimenticata l'attività letteraria militante Ganci Battaglia nell'Accademia Meli,
nell'ASLA di Ugo Zingales e al centro di Cultura Pitrè, di Elio Giunta e Mimmo Bruno, al Club Magistrale con Alberto Prestigiacomo. Va ancora ricordata la direzione di periodici, nel secondo dopoguerra, come "Il Ciclope", "Il Sagittario" e la fervida collaborazione, con Peppino Denaro, al "Po' tu cuntu" e con Carlo Maria Magno e al suo "Dafni!", oltre ad una miriade di altri giornali, riviste, antologie, fra cui il "Giornale di Sicilia" e "L'Ora".
Sempre fu pronto, Ganci Battaglia, ad incoraggiare giovani e meno giovani, nell'avventura
poetica e nella complessità, che è propria della vita.
Ho avuto il privilegio di esser giovane allievo - non so se ideale - di Giuseppe Ganci Battaglia, a partire dal 1971, l'anno in cui iniziava la storia, che ancora si snoda intensa, delle mie edizioni Thule. Frequentavo con l'ansia del neofita la sua casa accogliente. Fui pure da lui segnalato in quell'anno, con pubblicazione di una ancora troppo acerba poesia, nell'antologia del concorso "Il Ruggiero", che presiedeva, organizzato da Franco Sausa. Gli feci presto leggere le altre mie prime cose, in particolare il mio primo librino, "Rime sparse", del 1969. Scrisse che avrei mietuto abbondanti frutti. Lo tengo quel foglietto quadrettato, tratto da un quaderno scolastico, come una reliquia preziosa.
Non mancò di collaborare attivamente con le mie iniziative culturali ed editoriali con Thule, scrivendo prefazioni a libri di poesia (Orsolina Pace Mazzarese, Amalia Merighi, Roberto G. Trapiani della Petina) e partecipando quale poeta all'Antologia, da me curata, Fragmenta, del 1974. Poi fu nominato primo presidente del Premio Fragmenta d'oro, nel 1977, e fu cofondatore dell'Emprire International Club.
Presentò, a Bagheria, i poeti del gruppo del Cenacolo Thule, a Villa Cattolica, Poeti dell'Orsa Maggiore (così si intitolò la prima delle collane poetiche di Thule) e, a quella serata indimenticabile, intervennero oltre Nino Mocalli, Giuseppe Martorino, Amalia Merighi, Roberto Trapani della Petina, pure Castrense Civello e Ignazio Buttitta, tra diverse espressioni e modi, peraltro, di intendere e praticare la poesia, ma tutte egualmente validissime e da ricordare.
La sua biblioteca, dopo la morte, fu donata ai francescani di Palermo, che ne hanno voluto istituire un Fondo.
Ebbi ancora modo di commemorarlo per la Società "Dante Alighieri" di Palermo, allora presieduta da Caterina Peritore Carmine, a Villa Trabia, il 15 aprile 1997. Ho avuto anche la buona idea di una Serata Ganci Battaglia che si svolse, con lo scoprimento di una lapide in ricordo, a Gratteri, nel luglio 1999, con i suoi versi cantati con rara passione da Serena Lao.
Ora, ho ancora il privilegio di ricordarlo, dopo tanti anni. A testimonianza di una devota memoria viva, di una stima imperitura, di esempio magistrale anzitutto di vita poetica, che ho il dovere di rinnovare, commosso.




