IL RUMORE DEL LATTE di Daìta Martinez

       Ogni opera è una visita ricevuta. E lo è anche questa silloge poetica di Daìta Martinez, concepita all’improvviso, “involontaria mente”. Essa “lenta lentamente s’avvicina”, si annuncia e, ancora informe, in embrione, (“l’assente corpus”) emana “un candore muto internamente”, che è il sentimento puro, impalpabile, della scrittura, la quale chiede il dono della parola. “Il rumore del latte” è già questo stadio prenatale dell’opera: “l’alba” sorgente, da “allattare”, coltivare, curare, contemplare prima della nascita, prima di vederne il viso. La Martinez associa questo evento al concepimento di un bambino. I primi palpiti del “cuore nato poche ore” somigliano al pulsare dell’opera nella mente. E a questa immagine si accompagnano i ricordi dell’età dell’innocenza assoluta, incontaminata; quel “lieto romore” della fanciullezza, che il Recanatese paragona al sabato, che precede il giorno della festa, ovvero, l’età adulta. Il titolo della silloge è epifanico, “proustiano”. Dentro vi pulsa la vita, dalla culla all’età presente, già matura, che si arricchisce, si colora dei richiami del tempo. In Proust è il sapore della madeleine, inzuppata nel tiglio che gli dava la zia Lèonie, a rievocare un felice momento dell’infanzia; in Daìta Martinez è il “rumore” del bianco liquido a ridestarle luoghi, volti, sentimenti, emozioni, nonché percezioni sensoriali, attraverso le quali ella vede emergere le care immagini della “vecchia palermo”, così come dalla tazza di tè Proust vede sorgere “tutta Combray e dintorni (…) città e giardini”. E il “rumore” è anche il sapore del latte: quello gorgogliante per l’ebollizione e versato e bevuto dalla ciotola. Esso è il primo alimento che nutre il neonato, fin dai primi momenti in cui egli si affaccia alla vita, della quale il latte è ardita metafora, ne rappresenta l’alba, alla quale segue il tempo della crescita e della ragione, dove tramontano le illusioni. Al “rumore” fa da contraltare “il silenzio indaffarato delle vene”, che è un rumore lieve, impercettibile, che toglie “il peso del nulla” perché è la leggerezza dello spirito creativo, la bellezza e la passione della poesia, la quale cattura il tempo e lo distende in un flusso simile a quello joyceano della coscienza, ma che è, principalmente, della memoria versata nel “caos” di un linguaggio, liberato dai vincoli rigidi della significazione e dei nessi logici, caratterizzato dai ritmi insistenti e ricorrenti di un fonosimbolismo, che riproduce assonanze e consonanze ed evoca particolari sensazioni e atmosfere. E tuttavia, da questo “caos”, da questo “dis-ordine”, in cui i significati sono riposti, nasce la ricerca del senso, unitamente al bisogno di dare “ordine” alla vita, di ri-trovare il luogo sicuro e confortevole dell’infanzia: quel “fragile tepore degli angeli” racchiuso nel rumore del latte, che non cela, con la precarietà dell’esistenza, “l’ingenua incoerenza del sogno”.

     Il linguaggio, questo flusso magmatico della memoria, se, da un lato, è l’espressione del disagio esistenziale, della perdita delle certezze e lo smascheramento delle illusioni, dall’altro lato, in quanto è custode della poesia, che alberga e governa il cuore della nostra poetessa, è la promessa dell’alba e rivela il sentimento profondo dell’ordine e dell’armonia nell’alveo della libertà, che solo l’amore e la cor-rispondenza degli affetti possono assicurare. E ciò è subito dichiarato e anticipato nel verso della Occhipinti - «il cuore ha bisogno del cuore» - posto come epigrafe all’inizio della silloge e ripro-posto alla fine. Là, dove la poesia si fa “confessionale”, ispirata dal e al vissuto personale, è il centro del “discorso” poetico della Martinez; là, nell’esperienza vissuta e ripercorsa intensamente con un dire che espone e nasconde i traumi legati alla perdita dell’innocenza, onde “il rumore del latte è sua precaria e terribile alternanza”, l’amore è la «stella danzante» nel  “caos” del linguaggio. Possiamo fare rientrare questa scrittura poetica nel genere della poesia confessionale, nata negli Stati Uniti negli anni cinquanta e sessanta, che ha in Robert Lowell il suo maestro riconosciuto e che ha una corrispondenza nelle opere dei poeti della Beat Generation. Pur nell’uso diverso del linguaggio, comuni a Daìta Martinez e ai poeti confessionalisti sono il porsi fuori dalla tradizione poetica, il flusso del verso libero, che consente di “esplorare” il vissuto lasciando emergere le emozioni e i traumi che compongono un ampio spaccato di vita personale, il desiderio di tornare nel grembo materno contro il senso di solitudine e di spaesamento e, ancora, la sottile e non del tutto cosciente percezione che la confessione, affidata alla poesia, sia, in qualche modo, un sollievo e una cura più efficace della rimozione psichica. I testi che compongono la silloge si possono leggere senza soluzione di continuità, come suggeriscono i titoli isolati nel margine sinistro, in fondo alle pagine che precedono i versi, e che insieme potrebbero costituire un testo ulteriore. Inoltre, siamo in presenza di un monologo interiore, che si presta alla recitazione, dove, trattandosi di poesia e non di prosa, le figure di suono e di significato e il ritmo interno dei versi dominano sulla valenza semantica del linguaggio che pende verso il «non-senso», il quale non è, come in Ionesco, il vuoto della parola, l’insensato discorso della “cantatrice calva”, o, come in Beckett, il deserto dei sentimenti e l’attesa di Godot, ovvero, di un’impossibile rivelazione; non è l’assurdo dialogare, che pure ha una spiegazione nella denuncia del vuoto della comunicazione, dell’incomunicabilità, della pochezza del mondo piccolo borghese senza ideali, ma è la scomposta combinazione delle parole, lo scardinamento della sintassi, che, tuttavia, sollecita la “ricomposizione” del puzzle e la ricerca del senso interno: quello che precede e genera il flusso coscienziale e che resta “dis-perso” negli “anfratti” del linguaggio lasciando libero campo ai suoni verbali che ne costituiscono la “partitura”. Qui, in questo tripudio sonoro, sta il fascino del “poemetto”, che, al di là dei significati che se ne possono trarre, attrae e coinvolge il lettore con le sue cadenze ritmiche che si ripetono con metodo rigoroso: unica regola che dà forma e giustifica il magma dei versi e l’assenza della punteggiatura suggerendo le pause e le interruzioni. Perché il ritmo, come suggerisce l’etimologia, “dà una forma” e, dunque, dare un ritmo è dare forma. Qui, il metro non è la misura del ritmo, ma il ritmo è la misura che “detta” la legge. Esso è il flusso, l’evoluzione, la durata, la costanza, la ripetizione, ed è il principio, l’elemento, il surplus  che giustifica la “dissonanza” semantica e supplisce al disorientamento, alla difficoltà di decodificare il testo, di rischiararne l’oscurità. Il ritmo, di cui consiste la poesia di Daìta Martinez, in quanto consente di dare una forma, è, esso stesso, «questa» forma particolare che vince sul contenuto esaltando e mostrando la natura del linguaggio, il quale, pur essendo la dimora dell’«essere», come asserisce Heidegger, lo manifesta nascondendolo. Il ritmo, allora è l’epifania del “caos”, cioè dell’oscurità, che, a detta di Ernst Cassirer, il filosofo delle forme simboliche, è il modo più adatto di rendere all’uomo la “verità”, che la lucida stringatezza del discorso argomentativo logico non è in grado di penetrare e rappresentare. “Il rumore del latte” è anche il ritmo “coniato” e rafforzato dalla scelta delle parole, dalla loro sonorità e dai loro accostamenti inediti disseminati in tutta la silloge:

 

un candore muto, l’immobile avvitato ai passi, una carezza il confuso timore svezza, l’odore del sonno, il sangue dei limoni, il silenzio indaffarato delle vene, sacra sbucata spioggia / sfuggita rifugiata spiga, s’acciambellano silenzi,allattare l’alba, leggerti affacciata dal viso”…

 

Di questi suoni la Martinez è innamorata. Perché sono le voci dell’infanzia, custodite nella memoria del cuore. E sono i volti, i luoghi, le immagini, gli odori, i sapori, le percezioni tattili, i sentimenti, le emozioni, tradotti nelle forme e nel linguaggio dei ritmi. Dall’ascolto profondo nascono le parole. E sono le conchiglie, in cui l’infanzia ha lasciato la sua eco e le sue perle di “latte”. E il silenzio, che le custodisce, è il dolce “rumore” che la nostra poetessa percepisce e versa in un canto lento, iterato sullo stesso grado tonale, percorso da una vena malinconica e da una sottile nostalgia che lo fanno assomigliare a una nenia.

      La silloge è composta da trenta testi: 24 di 5 versi ciascuno, 2 distici, 3 di 7 versi, 1 quartina. È una composizione sui generis, atipica sia nella veste editoriale che nel corpo della scrittura: per la collocazione separata dei titoli e dei testi, immersi nel bianco candore delle pagine, che ha nell’innocenza infantile il suo correlativo oggettivo; per i pochi versi che costituiscono quelle che possiamo definire pseudo strofe, anch’esse atipiche, perché solo i due distici e la quartina rientrano nella classificazione tradizionale, dove non sono contemplate le strofe di cinque e sette versi, di cui non è stabilito il nome. E sorprende, a fine “poemetto”, quello zero: “titolo” senza testo, che domina sul bianco “accecante” della pagina destra che lo ospita e dell’altra a fianco. Esso fa pensare al «grado zero della scrittura», che la Martinez sembra indicare, raffigurare in quel “corpus assente”, in quel “candore muto” che richiama la scrittura bianca di Camus e di Pavese, la quale, secondo la lezione di Roland Barthes, è una regressione nel silenzio, nella preistoria della tradizione letteraria e del mito; un arretrare nella sua forma neutra, basica, indipendente dalla lingua e dallo stile e, dunque, lontana dal linguaggio parlato e da quello letterario propriamente detto. Lo zero e le pagine bianche che abbondano in questo libro, se, da un lato, sembrano confermare questo arretramento della scrittura, dall’altro lato, il linguaggio, qui in rotta con la tradizione, svincolato dalle strutture fisse delle forme e col suo ritmo particolare, impone la sua “legge” nell’iterato tentativo di pervenire a una nuova lingua, a un nuovo stile e, dunque, di dare al fantasma della scrittura un corpus nuovo e un’anima nuova che la rappresentino nella sua infinita essenza e ne celebrino la  resurrezione. La scrittura della Martinez, il suo linguaggio, allora, è una pro-vocazione, la forte aspirazione che il “rumore” del latte sia l’annuncio di questa nuova nascita della scrittura. Di fronte a questa utopia non ci resta che concludere con le seguenti parole di Barthes: «La moltiplicazione delle scritture istituisce una letteratura nuova nella misura in cui questa inventi il proprio linguaggio solo per proiettarlo nel futuro: la Letteratura diventa l’utopia del linguaggio».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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