Incontri e Confronti/ 1 - "Ignazio Apolloni" di Tommaso Romano

A Muffoletto, nella valle jatina verso il Belice, il tempo di luglio sembra
magicamente fermarsi. Le ore – come nella dorata fanciullezza – scorrono lente, infinite, il tempo si fa immobile per incanto.
Fra la cantina e l’ingresso dal piccolo baglio, con la chiesetta della casa dedicata alla Madonna del pane, di quella che fu l’ottocentesca Colonia Agricola del Beato Giacomo Cusmano, sonnecchio e respiro nella domestica stanza dello scirocco. Anche qui vivono adagiati e non muti libri e ricordi tangibili insieme a memorie, reperti e utensili dell’antica civiltà contadina e agropastorale, segni di autentica bellezza essenziale contestualizzati e raccolti in collezione senza pretese museali, riposti con amore dopo essere stati ricercati con sapiente, amorosa ossessione. Ferro, legno, alluminio, terrecotte e un imponente e carissimo dono, un San Giorgio e il drago dipinto in maiolica a Caltagirone, stampe devote e quadri d’affezione minori, con vetuste poltrone e sgabelli, botticelle e tessiture tarlate, fanno discreta compagnia, non invadente e neppure petulante.
Dopo dieci mesi, l’albanese Oxa, forse lontano parente della una volta celebre Anna, dissoda suda a trentatré gradi, per regolari dieci euro ogni ora e pare appagato …
Aiutandolo, come si può, nella prima mattinata frizzantina ancora, mi rintano prima del mezzodì, cedendo.
L’ancora efficiente vetrina in radica di mezzo secolo fa,  è posta ad angolo del camminamento lungo che porta in campagna, fra souvenir e manufatti artigianali, libri stipati, gialli in giallo economico, romanzi d’epoca e d’appendice, memorie di vite di eroi, santi e beati, etnostoria dei luoghi.
Ho già meditato e contemplato quanto basta e frugo fra gli scaffali stipati e vi ritrovo perfino una recensione non repertoriata della mia Esmesuranza.
D’improvviso, gli occhi rassegnati al consueto, si sposano con le mani avide su un librone di grande formato, pesante quattrocento pagine, autore Ignazio Apolloni, morto da pochi anni e debitamente dimenticato (Palermo, 1932-2015). Libro d’angoscia e nostalgia, mito-biografia della compagna e moglie scomparsa, conosciuta nel 1967 e frutto, come si legge in epigrafie diverse, di una “unione senza pari”.
Un viaggio a Itaca, quello di Apolloni, verso Vira Fabra e la loro storia, le loro attitudini e stramberie, gelosie e i loro amici, il rifugio nella pace di Isnello, confortato da un ego e da una autostima a prima vista da considerare provocatoriamente eccessiva, anche nell’accezione cartesiana ed ebraica,  a cui peraltro si iscriveva lo scrittore, che fece di Israele la sua laica terra promessa.
Ignazio però era, o diventò, l’umanista libertario capace anche d’ascolto, perfino delle ragioni altrui. E io ne sono stato testimone e in certo modo interlocutore quasi privilegiato, vista la reciproca distanza ideologica che non gli vietò di scrivermi testualmente in una dedica: “A Tommaso Romano dalla cultura smisurata e dalla passione per la letteratura e filosofia senza limiti”.
Le pagine che ora scruto avidamente e con la solita mia capacità di impressione memoriale-fotografica (che è data dalla pratica quasi sessantennale e non per grazia innata o ricevuta), mi consentono infatti di leggere interi libri in poche e densissime ore, cosa che in effetti avviene fino al tramonto pure per Apolloni, in quella che la Alaimo chiama la “circumnavigazione d’amore attorno a Vira” nell’assenza, oltre che nello smarrimento di se stesso e che si fa testamento struggente. Non considerando il libro un pretesto per scrivere di sé medesimo, Ignazio vi nuota in realtà come gli pare, ed è alla fine tutto ciò che naturalmente avvenga, attraverso una sorta di “dialoghi” con un fantasioso, indefinito, aldilà, in grado di ricomporre l’intera vita dei due e il trasbordante protagonismo umano e intellettuale di Apolloni, specie con l’avventura sessantottesca post contestatrice, che da “Antigruppo” diventò “Intergruppo” e che poi prese a emblema, la “Singlossia”, vestale la Rossana Apicella. Non va dimenticato il poeta visuale Apolloni, il creatore di libri oggetto, nonché l’abile scrittore di fiabe.
Ripercorrere la natura epistolare a senso unico del volume, è quindi occasione di conoscenza di un rapporto intimo e insieme memoriale con le arti, dei quotidiani avvenimenti. Sullo sfondo una mesta e rabbiosa malinconia e solitudine, mitigata da una irrazionale (per lui) fantastica speranza, che gli derivava dallo scrivere favole, a cui tuttavia Apolloni soggiace, anche affrontando i massimi sistemi della cultura filosofica di cui Vira Fabra fu originale interprete, specie come semiologa. Scrive Apolloni alla compagna di vita e di avventure: “Ti ho subito permesso un ricongiungimento ideale. Aspetta e vedrai. Una barca, non so bene se a remi o a motore, ci condurrà là dove non si muore mai”.
Nelle letture Apolloni non si smentisce quanto a valutazioni e decostruzione dialettica di quella che definisce “idolatria” letteraria, soprattutto. Ecco così disarcionati Sciascia e Saviano, Tornatore e Tomasi di Lampedusa, Cèline e Nietzsche…
Tuttavia, l’attesa salvifica del futuro e della scienza secondo Apolloni (motivo di dialettiche divergenze tra noi) si misurava con Rousseau, e con il disincanto sul presente “dell’odierna povertà di interessi e valori. Più che laica la società sta diventando laida”, che egli definì la “decomposizione lenta”. Apolloni fu oltre che antinazista anche antistalinista e le sue opere narrative e lo stesso volume che ripercorriamo ora, lo attestano  e lo sottolineano in abbondanza. Malgrado razionalista, Apolloni non amava la logica, apprezzando invece sommamente il jazz.
Vira Fabra e Ignazio Apolloni furono viaggiatori instancabili, girarono il mondo intero, alla ricerca forse di una equazione esistenziale altra. Sorprendono inoltre, nelle pagine di Apolloni , i positivi giudizi su Dante, Eliot e i futuristi e sul barocco Lucio Piccolo.
Apolloni è stato un protagonista e un contestatore degli assetti e del canone letterario, sempre. Per questo, da posizioni, come ricordavo, molto diverse alla fine ci intendevamo, ed ora ecco sgorgare spontaneo questo ricordo semplice. Animatore dell’Antigruppo (nato contro il Gruppo 63), di riviste all’inizio spesso ciclostilate, di quaderni tipograficamente originali, con pochi amici al seguito, uno più anarcoide dell’altro, con cui si perdeva e si riappacificava, dopo epiche discussioni interminabili.
Il continuo ricordo di Vira Fabra è scandito in 440 stazioni di lirici e teneri ricordi, memorie, incubi, smarrimenti, dove l’amata compagna, più “moderata” come Ignazio la definiva rispetto a lui, si trasfigura in amante,  complice, amica, psicologa, filosofa, semiologa dell’uomo e della scrittura di Apolloni. E’ un libro che non mi ha abbandonato durante la lettura, non mi ha irritato, come altri di Ignazio, anzi mi ha donato ore di assoluta riconciliazione anche con lo scrittore Apolloni. Che, forse, ha pure disperso tanti suoi talenti, lui che pure amava Proust e tanta cultura ebraica. Potrei e forse vorrei fare citazioni a sostegno di quanto affermo. Mi basta ricordare le pagine in cui il non credente Apolloni spera, nel cielo eterno, di ritrovare Vira. Più di una finzione letteraria.
Partigiano anche nelle amicizie e nelle inimicizie, Apolloni ricorda nel libro Amici, a cominciare da Francesco Carbone e poi Giusto Sucato, Rolando Certa e Antonino Contiliano e il gruppo riunito intorno al giornale “Trapani Nuova”, Antonio Presti, Marcello Benfante, Francesco Marcello Scorsone, Anna Maria Ruta, Franca Alaimo, Pietro Ales, Jean Fracchiolla, Franco Spena, Michele Lembo, Emma Dante, Roberto Zito e Salvatore Salomone (questi ultimi due autori degli affreschi sparsi, copiosamente, nella casa Apolloni-Fabra), Gianfranco Labrosciano, Nicolò D’Alessandro, Flora Di Legami. Non manca Apolloni di raccontare la militanza attiva sul Movimento Federalista Europeo di Vira Fabra e la sua amicizia con Altiero Spinelli. Sullo sfondo, quasi ossessivamente ripetuto da Ignazio, rimbomba il titolo e a volte i contenuti sull’opera filosofica, a suo modo, di Vira Fabra Cartesio un filosofo da amare, come una specie di mantra memoriale. Molto acutamente, nella postfazione, Matteo Veronesi scrive a proposito del testo di Apolloni:”Il pensiero stesso, diceva Platone, è dialogo dell’anima con se stessa senza voce. E questo mediante silenzio, teso come un arcobaleno diafano fra i minimi eventi quotidiani, le minime affettuose memorie di letture, viaggi, incontri, progetti e l’ordine trascendente del mistero, dura oltre la vita e oltre la morte, ed è qui affidato alla pagina”.
La parola un tempo contestata in radice, torna così centrale, piena di senso e valore, consegnandoci Ignazio Apolloni quale autentico scrittore della controversia.
Apolloni fu anche Presidente dell’ARCI e avvocato, avrebbe condotto arringhe epiche e senza il velo del dubbio contro l’incolpevole Luigi XVI.
Poche persone conosciute dell’ambiente letterario siciliano, sono state più lontane dalla mia idea di vita, letteratura e di cultura. Avemmo anche qualche scontro ideologico, dove il furore di Ignazio poco si combinava con la ragione, che pure diceva di affermare con la forza determinata dell’agnostico e la visione dell’utopista.
Negli ultimi anni diventammo amici - inaspettatamente per molti suoi compagni che pure lo acclamavano, più per paura di stroncatura che per stima – e cominciammo a frequentarci. Presentai pure due suoi romanzi, se così vogliamo definire le opere di creatività fluviale di Apolloni.
L’ultima volta che ci incontrammo venne a Thule, nel mio studio, e dimenticò un fasciacollo arancione, che poi mi chiese di conservare come un pegno d’amicizia e di sofferta stima. Certo, sofferta e tuttavia vera, come effettivamente ci capitò, per entrambi.
Calato un imbarazzante silenzio su Ignazio Apolloni, era forse destino segnato che, ricordandolo, ne parlassi io, dalla mia casa in campagna, come per Ignazio era archetipicamente fondamentale la sua casa di Isnello.
In fondo Apolloni è stato un proletario aristocratico (non bisogna riferire a Ignazio queste parole, potrebbe riscendere e confutare con una sua tipica catilinaria epica), libertario, così come l’altro (l’ancora vivente, che sono io) assertore della necessità del soggettivamente distinguersi per non estinguersi, di far parte a sé stessi, come diceva Dante.
Tutti e due però da opposti (apparentemente) fronti, abbiamo respirato il profumo della libertà e della creatività, fra mille errori e omissioni. Non peccati, però.
Con Nat Scamacca, Pietro Terminelli, Crescenzio Cane, Gianni Diecidue, l’attivo,  operante e intelligente Pietro Attinasi, questi senza intenzione manifesta rappresentarono un periodo di storia letteraria e di costume, fuori dall’ordinario, dall’accademismo e dal dilettantismo. Ricordo Ignazio Apolloni, ad esempio, solitario distributore di volantini irruenti e irriverenti davanti al Palace di Mondello, a schernire, con ghigno mefistofelico, una delle prime edizioni del Premio omonimo. In fondo Ignazio Apolloni fu un inguaribile uomo contro, libero e tardo erede di romantici, scapigliati e pure di radicali futuristi. Si dava arie da proletario improbabile, Apolloni, che fu in realtà un borghese eccentrico quanto originale. E tuttavia, fu anche scrittore di molte opere, alcune da rileggere criticamente, dedicate alle cause per le quali si batteva e alla fantasia che lo inseguiva insieme alle vergate lettere d’amore (con titoli in francese), altro filone di scrittura creativa da riconsiderare nell’opera di lui. Il libro di cui adesso parlo, con una attenta e partecipata nota introduttiva di Franca Alaimo, che nel suo inquieto e continuo peregrinare ebbe per amici anche Vira e Ignazio, è a mio avviso il più denso, leggibile e, a suo modo, esemplare testo. Il volume dal titolo Pensieri minimi e massimi sistemi, Edizioni Arianna, Geraci Siculo, dedicato di certo a Vira Fabra in morte, una donna discreta, forte e colta, oltre che autonoma pensatrice. Avevo sfogliato anni fa il testo (edito nel 2012), regalatomi da Ignazio durante una visita nella sua estrosa e affrescata casa museo palermitana. Apolloni è stato un personaggio complesso, difficile dal carattere duro e quasi giocobino.
 
Fra le opere di Ignazio Apolloni  si ricordano: Niusia, 1976, 2° edizione con prefazione di V. S. Gaudio e di Francesco Carbone, Arianna, Geraci Siculo 2012;  Favole per adulti, 1981, con prefazione di Roberto Roversi; Cappellino, 1981, con prefazione di Stefano Lanuzza; Gilberte, Novecento, Palermo, 1995; Racconti patafisici e pantagruelici, Manni, Lecce 2000; Dalla parte del mare, prefazione di Marcello Benfante, Manni, Lecce, 2001; New York allucinogeni e merletti, prefazione di Salvatore Ferlita, Manni, Lecce, 2003; Il golfino celeste a maglie larghe, prefazione di Anna Maria Ruta, Coppola, Trapani, 2005; Marrakech, Manni, Lecce, 2006; L’amour ne passe pas, prefazione di Marcella Croce, Coppola, Trapani, 2005; Favolette, prefazione di Michele Rak, Besa, 2007; Lettres d’amour à moi même, prefazione di Antonio Di Grado, Coppola, Trapani, 2007; L’America vista dalla stratosfera, prefazione di Alessandro Vettori, Coppola, Trapani, 2008; Lady Machbet, Coppola, Trapani, 2008; Favole e bubbole, Arianna, Geraci Siculo, 2009; Siberia, Arianna, Geraci Siculo, 2009; Voyage autor de la famme, prefazione di Franca Alaimo e postfazione di Vinny Scorsone, Coppola, Trapani, 2010; Il coniglietto di luna, con testi di Domenico Cara e Vinny Scorsone, Arianna, Geraci Siculo, 2010; Racconti cinematici e cinematografici, Arianna, Geraci Siculo, 2013; DNA, Arianna, Geraci Siculo, 2013. Per una messa a punto critica dell’opera di Apolloni i testi di Stefano Lanuzza, Dall’isola universale. Scrittura e voce di Ignazio Apolloni, Arianna, Geraci Siculo, 2014; e di Carmen De Stasio, Estetica generativa. I “luoghi” di Ignazio Apolloni, Arianna, Geraci Siculo, 2014.
 

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