L’Arte e la rappresentazione del paesaggio - di Tommaso Romano
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- Category: Scritture
- Creato: 27 Febbraio 2026
- Scritto da Redazione Culturelite
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La natura, i suoi frutti, il mare, e l’universo in dipinti, ceramiche, mosaici, sculture in Occidente e nella età Bizantina furono aspetti ininfluenti delle opere d’arte. La Chiesa, caduto l’Impero Romano e per tutto l’alto Medioevo, fu la principale istituzione che commissionò e fece realizzare opere che avevano una funzione pedagogica relativamente al sacro, illustrando i simboli dell’antico e del nuovo Testamento, la vita e le opere del Signore e dei santi, la grandezza della regalità e della chiesa stessa.
Alcuni significativi e primordiali esempi li possiamo rintracciare, in maniera significativa, in un Frammento di affresco egiziano della XVIII dinastia, che “raffigura un giardino (conservato al British Museum di Londra); nel Ninfeo di Livia Drusilla a Roma (40-20 a.C.), dove ammiriamo nel giardino ad affresco, alberi di frutta, fiori e uccelli (Museo Nazionale Romano di Roma); in mosaici greco-romani e più tardi in quelli di Ravenna (la rappresentazione simbolica del porto di Classe a sant’Apollinare Nuovo), della Cappella Palatina e di Palermo e nel Duomo di Monreale. Nel XII secolo, in un mosaico nell’abside della Basilica di san Clemente, a Roma, oltre la croce centrale, si trova una sinfonica “palma fenicia”, simboleggiata come pianta della Resurrezione.
Nel magnifico manto regale di Ruggero II, (espressione eccelsa dell’industria della seta nel Regno di Sicilia), ritroviamo la palma quale motivo centrale (oggi conservato al Kunsthistoziesces Museum, di Vienna). Origine della pittura di paesaggio può farsi certamente risalire ad Ambrogio Lorenzetti con gli strepitosi affreschi del buono e del cattivo governo (1138-39) a Siena, con sguardo panoramico e comprensione intuitiva della profondità prospettica, oltre al tema metaforico, tanto significativo e pregnante.
Il XV secolo è nodale per lo stesso mutamento della concezione dell’Arte, intesa come “imitazione della natura”, che si baserà non poco sulle nuove conoscenze scientifiche delle leggi naturali.
I “fondali”, nella pittura del tempo, fecero così la loro comparsa con frequenza e con lirico realismo espressivo a cominciare dalla “Fuga in Egitto” (1423) di Gentile da Fabriano e poi con la “veduta panoramica” di Giovanni Bellini, con la rappresentazione sempre meno idealizzata dalla natura anche rispetto allo spazio, ai volumi e alla prospettiva (intuitiva per Giotto). Proprio con Giovanni Bellini e con il suo “San Francesco” (1485), possiamo osservare il paesaggio, come scrive acutamente Giovanni Fatta del Bosco, in una succosa “Breve storia della Pittura di paesaggio” (Palermo, 2013), che contiene “moltissimi particolari naturali osservati dal vero e resi con estrema precisione e accuratezza, quand’anche non consentano addirittura dei riferimenti geografici concreti”.
I fondali scenografici naturali, con realistiche vedute, li ammiriamo nella “Morte della Madonna” di Andrea Mantegna (dopo il 1460), con Piero della Francesca nel dittico di Federico da Montefeltro e Battista Sforza (1465, conservato agli Uffizi di Firenze), con la “visitazione della “Pala di Cortona” del Beato Angelico, con Paolo Uccello della “Caccia notturna”, con il Pollaiolo con le anse dell’Arno e con le prospettive del Masaccio.
Sono da ascrivere, inoltre e primariamente, a questa aurora nuova del paesaggio le incisioni di Dürer, le straordinarie opere del Giorgione a cui si assegna una primazia, una sorta di “invenzione del paesaggio”, la “Tempesta” (1502-1503) è opera sintesi di questa temperie; Leonardo con il fondamentale “Paesaggio con fiume” (1473 un disegno che illustra unicamente un paesaggio e con gli splendidi fondali de “La Vergine delle rocce” (1483-1486), nonché Tiziano Vecellio, con il “Concerto campestre” (1510 circa) e “Le tre età dell’uomo” (1512), Lorenzo Lotto che ci immerge visivamente nelle “Allegorie delle virtù e del vizio” (1505) e il Botticelli che, segna con “La Primavera” l’esuberanza magnifica della flora (vi sono rappresentati ben 2000 fiori e piante di alto significato allegorico). Assai significativo è Peter Bruegel il “Paesaggio con cacciatori nella neve” (1565), nonché il “Paesaggio con capanna” (1608) di Roeland Savery. Storia a parte il genio espressivo di Caravaggio, ed è pure da almeno ricordare il Giardino di marmo della facciata del Duomo di Lucca.
Con il Barocco, il genere paesaggistico viene considerato e comparato notevolmente al paesaggio classico e rigoglioso, con la presenza di piccole figure umane e animali, tratte dalla mitologia e dalla Bibbia che ne arricchiscono le opere, pur nelle regole severe dettate dalla Controriforma.
In questa tensione complessa vanno ascritti alcuni pittori e, certamente, la pittura olandese del Seicento, con il paesaggio che sostituirà le figure, fra questi Artisti: Adam Elsheimer (che influenzerà lo stile di Remebrandt), Gaspar Dughet e Pieter Paul Rubens. Brueghel il Vecchio, che dipingeva anche fiori, oltre ovviamente alla folta schiera di pittori fiamminghi, che sono eccellenze indiscutibili.
Altri pittori di fiori furono Pompeo Batoni (1744) con la sua esemplare “Rosa Centifolia”, Pierre – Joseph Ridontè (1759-1840) e Margherita Havermann.
L’Ottocento europeo dei vedutisti vive anche in Campania e in Sicilia (Zerilli, Lojacono, Catti, Riolo, Di Giovanni), con una stagione felice di incantata luminosità, mentre uno scienziato, botanico e naturalista di Castelbuono, Francesco Minà Palumbo (1814-1899), riproduceva, con raffinata acribia, iconografia erborea e di animali (cfr. gli studi attenti di specialisti, quali Pietro Mazzola e Francesco Maria Raimondo).
Tuttavia, un riferimento tutto particolare sul paesaggio idealizzato, va rivolto a Claude Gellèe detto Lorrain o Lorenese (1600-1682) e il coevo pittore e disegnatore Nicolas Poussin (1593-1665). Il primo con riferimenti agro-pastorali nelle sue notevoli pitture, il secondo che si rifaceva all’ideale classico greco-romano, “emblema di armonia e perfezione, pur unito da un’accesa tensione morale” (G. Fatta Del Bosco).
Lorrain, visse e studiò a Roma, accanto agli artisti detti “Bamboccianti”, inserisce nel paesaggio architettura di invenzione, egli disegnava dal vero la campagna romana e poi componeva i quadri in studio, con un supplemento significativi di mitopoesia dei luoghi oltre la realtà, e con una luce sua propria.
Di Lorrain paiono molto significativi il “Paesaggio con Davide alla Grotta di Adullam” (1658), il “Paesaggio con la Ninfa Egeria” (1669) e “Marina con Enea e Delo” (1672).
Poussin viene in Italia e si stabilì a Roma, prese ispirazione da Tiziano, Veronese e della scuola veneziana del XVI secolo, ed ebbe influenza in seguito sull’arte dei giardini, da quello più “formale” a quello detto “paesaggistico”. Di questo grande artista segnaleremo la “Rebecca al pozzo” (1648) e il “Paesaggio temporalesco con Priamo e Tisbe” (1651), e ancora l’ “Autunno” (1661). Non vanno dimenticati i pittori del genere fantastico, del XVII secolo, Didier Barra e François Didier de Nomè, confusi nel nome di Monsù Desiderio.
La stagione del vedutismo in pittura (chiamata a volta “Capricci”) fu un genere praticato con sublimato lirismo da grandi pittori quali Bernardo Bellotto detto Canaletto (fra le tante, Warsaw, del 1770), Tiepolo, Guardi, Goya, Piranesi, Hubert Robert, e Salvator Rosa (1615-1673), nonché i pittori del Grand Tour.
Jacob Philipp Hackert (Prenzlau, 1737 - Firenze, 1807) e la sua cerchia affermarono decisamente con dipinti esemplari il paesaggio secondo natura.
Nel 1795 vede la luce l’importante riflessione di Renè de Chateubriand, sulla botanica verità dal titolo “Lettura sul paesaggio in pittura”, che influenzerà il Romanticismo (si pensi al titanismo del sublime di Caspar David Friedrich) e tutto l’Ottocento, ove si iniziarono a dipingere i paesaggi industriali (vedi Joseph Wright con: “Cotonifici Arkwright di notte”, esposto all’Accademia di Londra nel 1801).
Cominciavano a manifestarsi nuove esigenze oltra a sensibilità sociali e culturali, oltre che politiche, sulla spinta della Rivoluzione Industriale e delle ideologie post illuministiche e socialiste con Marx, con l’anarco – luddismo, le rivoluzioni nazionali, le questioni e rivendicazioni del mondo contadino e operaio, a cui però variamente risponderemo Preraffaelliti, Vittoriani, Vedutisti, Impressionisti, Simbolisti e l’Art Noveau, agli albori della rivoluzione novecentesca di cui, comunque, questi e altri movimenti e artisti furono precursori. A proposito di Liberty, la donna-fiore viene alternativamente emblematizzata quale madre, come essere fragile, evanescente come l’irio e il convolvole, forte come il mughetto, possessiva come l’edera e ancora identificata quale principio e fine, oggetto di desiderio, padrona spietata, schiava e regina. Sono significative le composizioni di Georges de Feure, i disegni di Eugéne Grosset, le ieratiche fanciulle di Gustav Klimt, rappresentate in dorati connubi con i loro amanti. A Villa Igea a Palermo, inizialmente senatorio per pallide signore ed emaciata gentiluomini – nota Lidia Kuscar – minati dal mal sottile che coltivano speranze fra iris, gigli, rose e calle che popolano il giardino sul mare e le pareti affrescati da Ettore de Maria Bergler del Salone delle feste, dove ideali estetici si fondono con sogni e guarigioni, oggi Villa Igea è un grande e lussuoso albergo ed un raffinato caffè-ristorante, per sontuosi ricevimenti e meta per le tensioni d’amore, che non raramente naufragano in quel mare.
In questa temperie possono ascriversi i Macchiaioli (a cominciare dal 1862) i cui teorici furono Diego Martelli e Adriano Cecioni i quali sostenevano il vero contro lo spirito accademico, per quella che Vittorio Sgarbi definisce la loro “realtà incontaminata”, che spesso si esprimeva con la pittura ein plein air. Fra i maggiori esponenti Telemaco Signorini (significativo il quadro “Un mattino di primavera”, 1866), Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani, Silvestro Lega (da ricordare le opere “La visita” e “Il pergolato”).
Presentando una significativa rassegna di artisti del Novecento svoltasi a Verbania, nel Palazzo Viani Dugnani sede del prestigioso “Museo del Paesaggio” attivo dal 1914, dal titolo “Armonia Verdi. Paesaggi dalla Scapigliatura al Novecento”, Elena Pontiggia ha correttamente affermato che, a seconda di come l’uomo si rapporta con il mondo esterno e di come la società reagisce all’accadere degli eventi, si possono notare delle chiare tendenze negli artisti e nel loro modo di raffigurare la Natura.
Il Novecento e questo scorcio di secolo XXI, ci hanno mostrato per intero quanto l’arte possieda una carica sostanziale per anticipare, sovvertire o restaurare uno stile, un gusto, le tendenze e le mode, a cominciare dall’introspezione (sotto gli influssi di psicologia e psicoanalisi) e con la carica rivoluzionaria che fu propria del Cubismo (1907), della tedesca Die Brücke (1905), del Futurismo, (al tramonto dell’Art Nouveau, dal 1909, con la ricostruzione futurista dell’universo, sotto il segno del progresso e della tecnica) per seguire con il Dadaismo anarco-nichilista e con tutti (o quasi tutti) gli ismi succedutisi copiosi, con l’assoluto orientamento direzionale e la compiacenza della cultura egemone del dopoguerra, in Italia e nel mondo, fino a giungere al capitolo attuale del Concettualismo triste delle istallazioni, che il realtà disprezzano in tema della natura per ciò che è. Tuttavia, va registrata una resistenza alla dissoluzione (tutto è arte!) allo statuto stesso di arte (che fa rimpiangere l’Astrattismo…), ad opera di Artisti isolati o raramente organizzati in quei movimenti e gruppi (Scuola Romana e Napoletana, Novecentismo, Metafisica, Realismo Lirico, Surrealismo, Neorealismo, Ritorno alla pittura) che, a vario livello, anche ideologico, hanno rinnovato (come doveroso) ma non soppiantato la figurazione della Natura, in tutte le possibili e svariate declinazioni e nei vari domini (disegno, pittura, scultura, architettura), artisti ancora sorretti da una idea, da una weltanschauung; con artisti che, dopo la prima guerra mondiale, dipingono paesaggi ma, aggiungeva la Pontiggia, “li vogliono sintetici, costruiti, immobili: cercano e ricreano nella Natura, la tranquillità, la solidità e la ricostruzione”.
Armonie verdi (1920), di Piero Fragiacomo (Piano d’Istria 1856-Venezia 1922) è un’opera che si iscrive in questa rinascenza e riporta, non solo visivamente, alla calma meditante, in un clima di sospensione, la laguna veneta nei pressi del Po, dove l’acqua scorre tra i pioppi.
Anche Il lago di Mario Sironi, opera del 1926, si iscrive in questa linea di sostanziale fedeltà ai fondanti motivi di espressione (Sironi è stato abilissimo a rappresentare sia i paesaggi industriali che i primati italiani), a cui possiamo agevolmente, almeno, aggiungere: Ottone Rosai, Ubaldo Oppi, Riccardo Francalancia con Acrocoro del pappagallo (1926); Giorgio Morandi con Paesaggio (1934); Giorgio De Chirico con la metafisica e con le Piazze d’Italia Gli addii del poeta (1923); Carlo Carrà con varie opere che coprono un trentennio, significative: Il pino sul mare (1921), L’attesa (1926), Fiume (1951); la raffinata e tormentata ricerca e produzione di Ardungo Soffici e Renato Vernizzi, Alessandro Poma, Viani, Marinozzi, Cristellini con le sue linee larghe, irregolari, intense dal punto di vista espressivo, coloristico e talvolta di denuncia sociale; Gabriele Montes con Il viale davanti alla Montagna del 1908 e con Staffelsee in Autumn del 1923; o un Paul Klee con il celebre Paesaggio con uccelli gialli del 1923; Braque con il suo Viaduct et l’Estaque (1908) e Picasso con Fabbrica a Horta de Ebro del 1909, che rappresenta il vertice dell’interesse per il paesaggio del Cubismo. L’Umberto Boccioni prefuturista ci dona opere straordinarie sul paesaggio come sfondo significativo (è il caso del Ritratto della pittrice Adriana Bisi Fabbri del 1904) e del prezioso Paesaggio vicino del 1903 e Contadini nell’orto (1904-05). Va detto che nel Futurismo è fondamentale considerare, ai fini nella rappresentazione del paesaggio, anche l’acropittura, specie di Gerardo Dottori e le opere (anche in mosaico) di Gino Severini postfuturista, di Gianni Varvaro, Pippo Rizzo, Vittorio Corona
I Fiori futuristi di Giacomo Balla si iscrivono poi in un innovativo interesse per il floreale.
Non è agevole stilare un pur sommario elenco di artisti che nel Novecento dipingono in modo nuovo i fiori e il paesaggio, fra gli italiani: Filippo De Pisis, Leonardo Stroppa, Umberto Lilloni, Achille Funi, Virgilio Guidi, Sigfrido Bartolini, Ippolito Coppi, Luigi Capogrossi, Donghi, Scipione, Salvatore Battaglia, Ermo Zago, Fausto Pirandello, Domenico Quattrociocchi, Antonietta Raphael, Renato Birolli, Ennio Morlotti, Mario Tozzi, Scialoja, ecc.
Le linee ispirative – a volte dettate da ideologismi come il ritorno all’ordine dei Novecentisti e il realismo socialista dei Neorealisti – restano tuttavia legati alla raffigurazione dello scenario naturale (di piante, alberi, fiori, laghi, mari, vette, colline, campagne, giardini), dove le figure umane o animali animano il paesaggio, ma, specie nel realismo, non sono le protagoniste delle narrazioni artistiche e sono realizzate con varie tecniche, compreso il mosaico. Le arti fotografiche, cinematografiche e virtuali, possono esercitare varie occasioni comunicative, intrise ora di sentimenti, ora di degradazioni subumane, provocazioni, ma anche di pura ricerca di bellezza.
Per concludere, se il Primitivismo del secondo dopoguerra ricercava nel segno una vaga radice antropologica, diremo che la Pop Art (che nasce in Gran Bretagna alla fine degli anni cinquanta e si sviluppa soprattutto negli USA, a partire dagli anni sessanta), assume non tanto caratteri di arte per il popolo (come invece in Italia con Guttuso, Levi, Treccani, Trombadori), quanto di arte di massa, concepita e prodotta in serie. Sul tema del paesaggio va segnalato l’acrilico matita su lino, di Andy Warhol Do it yourself (del 1962). Fra le svariate filiazioni (in Italia, si segnalano le produzioni ideologicamente plurali di Tano Festa, Angeli, Renato Mambor), oltre le istallazioni, un rapido cenno problematico all’Arte povera (specie le opere naturalistiche di Giovanni Pennone), alla Land Art, sorta negli USA fra il 1967 e il 1968, che è caratterizzata dall’intervento diretto dell’artista sul territorio naturale, specie in zone incontaminate e in larghi spazi, quali deserti, laghi, praterie. Fra gli artisti – su cui non vogliamo qui esprimere valutazioni – emergono C. Javacgeff, P. M. Uretae, Christo, e certamente il Cretto di Burri (1984 – 1989) a Gibellina, in Sicilia. L’Iperrealismo (da Hopper a Sergio Ceccotti), ha ripreso – a volte anche come oggetto fiori e paesaggi – una figurazione marcata, certamente originale (il bel caso di Piero Guccione e della sua Scuola di Scicli, ci hanno restituito una chiarità spirituale del paesaggio notevole) come auspicio (in chiave non passatista) di una nuova stagione.




