«L’attesa» e «l’ascolto» in DOLORE MINIMO di Giovanna Vivinetto

 di Nicola Romano - È da ritenere abbastanza impegnativo, sia come organizzazione che come stesura, il «Dolore minimo» di Giovanna Vivinetto, se tutti e 70 i testi reggono dall’inizio alla fine, e senza cadute, i vari e imprevedibili aspetti d’una stessa tematica che, in buona sostanza, si rivela forza e pretesto ad uno svolgimento poetico che si presenta molto denso e lineare. Oltre al dato anagrafico, siamo sicuramente in presenza di una “poesia giovane”, intendendo per “giovane” quella poesia espressa da quei testi in cui si notano dei particolari fermenti, degli elementi facilmente fecondabili, dei dinamismi interni che chiedono strada e cercano un adeguato sviluppo; elementi che si rincorrono per organizzare intorno a loro un insieme di significati, di suoni e di allusioni, e soprattutto attraverso equilibri e squilibri che possano mettere in moto il meccanismo della creazione poetica. Il tutto, condito anche da un controllato osare, da una dosata passionalità che dia la parvenza di un fare incisivo, come a dimostrare la metafora della vigoria che possiede in misura maggiore un elemento ancora giovane.

In questa raccolta assistiamo al racconto in forma diretta di quella che in buona sostanza è stata una delicata evoluzione, praticamente un’avventura umana che - per il solo fatto che esiste in natura e che si rivela - bisogna ascoltare e senza meno accogliere e confrontare. Siamo praticamente in presenza di un’apertura alla vita, con la sentita necessità di dover dare  nuove consistenze a persone e a cose rivisitate con altri occhi; e il titolo Dolore minimo è secondo me un atto di umiltà che certamente rivela pure una raggiunta e soddisfacente condizione, dal momento che penso che in questi casi a monte ci possa essere stato un comprensibile “dolore massimo” che nel tempo ha dovuto trovare i suoi balsami lungo un percorso faticoso e certamente non facile da pilotare e da mediare.

Può essere considerata questa raccolta, senz’altro, come un diario intimo che, volendo - non essendoci titoli nei testi - va ad assumere uno svolgimento che s’avvicina alla forma poematica, ed un contrasto da cogliere sta nel fatto che ad un argomento qui proposto in maniera abbastanza forte e, oserei dire, innovativa, corrisponde una espressione in chiave poetica molto pacata, vigilata e senza turbamenti, fino a restituire, prima partecipazione e poi conforto, anche a chi legge.

Che questa raccolta sia un’opera prettamente autobiografica si desume chiaramente sin dalle prime battute; anche se esiste una precedente esperienza editoriale, l’esordio in campo poetico di Giovanna Vivinetto mi sembra che si presenti in modo incisivo, sia dal punto di vista formale che contenutistico; in questa raccolta troviamo versi dotati d’una compiuta musicalità con una metrica che svaria prevalentemente dal novenario al dodecasillabo, con il sapiente uso dell’enjambement, e opportunamente corroborati da tante similitudini di sicura efficacia e che rendono bene ciò che vuole essere puntualmente rappresentato.

Per adesso, attraverso questa opera da considerare “prima”, ci è dato notare un linguaggio abbastanza fluido, di largo respiro e molto arioso, con esiti di comunicazione immediata ed anche coinvolgente. Una raccolta che, secondo me, gira prevalentemente su due fulcri che fanno parte - in generale - della nostra vita attiva: l’«attesa» e l’«ascolto». Tutta la nostra vita è piena di attese di qualunque natura, se ne esaurisce una e ne arriva subito un’altra, oppure talune attese sanno esistere contemporaneamente. Alcune hanno il loro “avvento”, cioè il loro arrivo, la loro soluzione, magari in un intervallo breve, mentre altri tipi di attese vanno a prolungarsi nel tempo procurando magari taluni segmenti di inquietudine o di insofferenza. Nel caso di Giovanna, leggendola, pensiamo di essere stati attenti se adesso diciamo che la particolare attesa riguardante quella che può essere definita come una determinata transizione è avvenuta per gradi e con pazienza (come “aspettando la salute ai piedi d’un malato” dice la Vivinetto) come pure con un necessario e comunicativo silenzio, con una sequenza di tappe progressive  conquistate, di volta in volta, in maniera ponderata, con robuste meditazioni e con precisi convincimenti, senza smarrimenti di sorta e, verificandone gli esiti, notiamo che la nostra Autrice giunge a descrivere proprio tale attesa (da lei paragonata ad una penitenza) senza traumi apparenti, per fasi successive e con un incedere quasi cronologico, come a voler restituire – monologando scena dopo scena - un quadro di chiare rappresentazioni in cui lei è l’unica e sola protagonista, improntando talvolta – sempre con un fare poetico - un sereno dialogo con una ritrovata «lei» con cui instaurare, senza rivalità – anzi con tenerezza - una specie di transfert; e sia in transfert che in transizione la radice semantica sta ad indicare un “oltre”, un qualcosa che sta al di là, che magari non si conosce ma che bisogna raggiungere attraverso un percorso che può richiedere qualche sacrificio e il superamento di qualche ostacolo.

Per quel che riguarda l’«ascolto», non sempre esso avviene soltanto attraverso  l’udito, se talora capita – così come avviene - di ascoltare nel dentro delle nostre percezioni, le proprie emozioni, le proprie pulsioni, i propri presentimenti; come capita pure di ascoltare, materialmente e per segnali che sappiamo intuire, il fluire del nostro corpo fatto di pelle, di sangue, di nervi, di membrane, un corpo che, non sembra, ma si fa sentire e lancia messaggi che, nel proprio interesse, bisogna raccogliere! Per gli anziani, ascoltare il corpo vuol dire prendere coscienza e gestire qualcosa che va cambiando in senso peggiorativo e in maniera sicuramente  irreversibile, ad un certo punto sono gradini che si scendono per non essere più risaliti. In un individuo giovane invece – ancor che non distolto dalle tante distrazioni del nostro tempo - l’ascolto delle proprie aspettative e delle proprie sensazioni risulta necessario, prezioso ed essenziale, perché conduce a dei messaggi che – al contrario di ciò che succede per gli anziani - fanno parte di uno splendido “divenire” di cui occorre prendersi cura.

Ribadisco, infine, la dignitosa forma esplicita e colloquiale, con la quale Giovanna affronta un tema tanto delicato e forse espresso per la prima volta – nei tempi moderni - attraverso il sostegno della poesia, portandoci, fra l’altro, a conoscenza perfino di quei mutamenti e di quei particolari inerenti alla sopravvenuta e diversa sfera sessuale, inducendoci così  verso riflessioni non comuni che, comunque sia, diventano patrimonio della nostra conoscenza, come pure, della nostra coscienza individuale.

Da aggiungere ancora che, Giovanna, oltre a pensare a sé stessa e a cercare di mettere ordine in quelle che sono le sue evidenti occupazioni emotive del caso, come se non bastasse, prova anche preoccupazione per gli affetti più vicini e, per tal motivo, si flette ad indagare pure su quello che può essere il comportamento e “il sentire” dei propri familiari, con manifestazioni espressive e con sorprendenti elaborazioni d’immagini che troviamo esattamente nella terza sezione del libro, e che sembrano voler essere addirittura di consolazione nei confronti degli stessi.

Per concludere, ci è dato sostanzialmente d’inneggiare sempre alla forza della poesia che attraverso la sua libertà evocativa sa sublimare ogni possibile pensiero ed ogni minimo accadimento che riserva la vita.

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