La condizione femminile nell’antica Grecia – ricerca storica di Giovanni Teresi

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                                         Moda femminile nell’antica Grecia 

 

La vita delle donne era rigidamente determinata dalla classe sociale a cui appartenevano. Se erano donne destinate a ricoprire il ruolo di mogli (cioè figlie legittime di un cittadino), venivano promesse in spose quando erano ancora bambine, a sei o sette anni, e verso i quattordici o quindici anni iniziavano la loro vita procreativa per la perpetuazione della famiglia. Altri compiti non erano assegnati alla donna greca. Infatti, se apparteneva a una classe sociale elevata, non si occupava della crescita dei figli che venivano affidati, nei primissimi anni di vita, alle schiave, e quindi destinati a vivere al di fuori delle mura domestiche e dell’influenza materna. Tutto quello che una giovane ateniese imparava, essenzialmente i lavori domestici e qualche elemento di lettura e di musica, lo apprendeva dalle serve di famiglia o da un’ava. Probabilmente alcune di loro imparavano a cantare e danzare per partecipare ai cori religiosi, ma i cori femminili erano sempre rigorosamente separati da quelli maschili. In un’opera di Senofonte, un personaggio, Iscomaco, dice della sua giovane sposa: “Non aveva ancora quindici anni quando è venuta nella mia casa; fino ad allora era vissuta sotto stretta sorveglianza, doveva vedere meno cose possibili, udirne il meno possibile e fare meno domande possibili”. Ma l’ateniese sposata, pur confinata nella casa (anzi nella parte a lei destinata il “gineceo”), governava almeno quest’ultima con autorità. Il marito era del resto abbastanza occupato fuori casa; in campagna nei lavori agricoli e nella caccia; in città nel lavoro e nella partecipazione agli affari politici e giudiziari, da essere obbligato, la maggior parte del tempo, a lasciare che era sua moglie a dirigere parte della casa. Certamente ad Atene i ginecei non erano chiusi a chiave, né avevano finestre con le grate, ma era il luogo di consuetudinaria dimora. Erano  gli uomini o le schiave che, di solito, andavano al mercato. Gli ateniesi più poveri, che avevano a disposizione una casa più piccola, permettevano più facilmente alle loro moglie di uscire, senza contare che spesso esse erano costrette a lavorare fuori casa per assicurare il sostentamento della famiglia. Invece gli ateniesi della classe media e ricca erano molto più rigorosi e le loro moglie disponevano di un più vasto gineceo e spesso anche di un cortile interno dove poter prendere un po’ d’aria al riparo da sguardi indiscreti. La testimonianza delle commedie di Aristofane ci dà l’impressione che alla fine del V secolo a.C. l’antica clausura subisse molte eccezioni: non solo le donne andavano alla fontana ad attingere l’acqua, ma anche al mercato. Inoltre, le donne, sempre accompagnate almeno da una schiava, si facevano spesso delle visite. Quanto alla condizione giuridica femminile, oltre alle limitazioni in campo politico, va ricordato che le donne non avevano il diritto di ereditare il patrimonio paterno, che si trasmetteva solo ai discendenti maschi. Passavano dalla tutela del padre, o del fratello, a quella del marito. I tutori dettavano le regole della loro vita e, se occorreva, le rappresentavano in tribunale. Tutto quel che spettava alla donna era una dote che al momento del matrimonio era consegnata al marito, il quale ne poteva disporre a suo piacimento, salvo restituirla al suocero in caso di divorzio. Infatti ad Atene le donne, formalmente, avevano il diritto di chiedere il divorzio come gli uomini, ma di fatto potevano difficilmente esercitarlo: come dice Medea, nella omonima tragedia di Euripide, “una donna non può divorziare perché, a differenza degli uomini, viene mal giudicata”. Dice Demostene che l’uomo ateniese poteva avere tre donne: la moglie “gyné” per la procreazione dei figli legittimi; la concubina “pallaké” per la cura del corpo e per avere rapporti sessuali stabili; e infine la compagna “étéra” , cioè una donna colta che conosceva la musica, il canto, la danza e che accompagnava l’uomo nei luoghi di società (banchetti)  dove non era consentito recarsi né con le moglie né con le concubine. Se la possibilità di partecipare alla vita politica era per i greci il più importante dei diritti, le donne, che ne erano escluse, non erano considerate capaci a tale ruolo.

                                                                                   Giovanni Teresi

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